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Giuseppina Torregrossa racconta il proprio camminare verso Santiago de Compostela, un viaggio intrapreso per disperazione, per sottrarsi alle panie dell’angoscia. O perlomeno questo è lo spirito con cui il cammino è intrapreso. Lo racconta in un volumetto delle ‘cronache’ Nottetempo (A Santiago con Celeste, pp. 108, euro 12) che ha il sapore, sì, della nota di viaggio, ma è anche, come dev’essere, un commentario, per così dire, di un evento epocale nell’evoluzione psicologia di una persona.
Il punto d’avvio è quella “terra di mezzo” che la scrittrice occupa da quando ha lasciato i panni del medico per intraprendere la carriera di chi prova a scrivere per dire la vita. Ne viene un’insoddisfazione, forse perché dirla, la vita, anziché curarla, è una forma di regressione, forse perché a dirla ci si sente più impotenti, forse perché si ha la speranza che il dire sia anche un curare ma non si ha la certezza che il medicamento s’avvii sempre nei cunicoli delle vene guaste. Perciò la scrittrice sente di avere bisogno, lei, di qualcosa, di un rimedio che agisca bene e subito. E, invece, chi le sta intorno le predica la pazienza e la prudenza.  L’insoddisfazione cresce, l’angoscia dilaga. Intraprendere il cammino significa, allora, e prima di tutto, imparare il confine fruttuoso che non fa scadere la pazienza nella rassegnazione e la prudenza nella pavidità.
Decide di partire. Di partire con Celeste, che non sente da mesi e che “annaspa in una palude simile alla mia”.
I preparativi sono tragicomici, il disappunto è atroce e sembra ripiombare la scrittrice in quei malumori adolescenziali e in quelle impuntature testarde che fanno dei ragazzi quegli esseri difficili, caparbi, incomprensibili ma, a un tempo, fragili e bisognosi di protezione, che tutti noi siamo stati. Il cammino, tuttavia, non diventa una fuga ma un percorso, un banco di prova sul quale misurare la propria tenuta, attraverso il quale sbaragliare i preconcetti che ‘gli altri’ si sono fatti sul nostro conto. Il cammino è il coraggio di mettersi sotto una lente di ingrandimento (metaforicamente rappresentata dalla violenta luce spagnola che uccide “come un colpo di pistola sparato dritto alla testa”) e di farci squadrare, prima di tutto dall’occhio impietoso della nostra coscienza.
Da Pamplona a Burgos (nella cui cattedrale “non c’è la potenza di Dio, ma la prepotenza dell’uomo”), da León a San Martìn del Camino, mentre l’itinerario si svolge sotto ai piedi, incrociando anche il resto della vita e quelli che il cammino non lo fanno, la scrittrice scopre che l’incedere porta con sé, e tiene assieme l’euforia e l’abbattimento, la “disperazione muschiosa come l’acqua che stagna nei canali d’irrigazione” e la felicità privata di un’emozione insostituibile.
“Gli eventi minimi sul cammino o sono catastrofi o sono epifanie”, ma tutti lavorano, per addizione o per sottrazione, a risolvere il nodo che s’è avviluppato attorno al cuore di chi procede verso Santiago.
Sì, perché il cammino è anche un’opera di erosione, è anche una preghiera: quella della scrittrice domanda di poter tornare ad avere un cuore libero, leggero, sgravato. E per ottenerlo è necessario imparare l’imperfezione: imperfetto è questo Cammino con Celeste, fatto di lamenti e di insofferenze, di sconfitte e di cedimenti (quando i piedi fanno troppo male, arriva il taxi), di lente disgregazioni di ciò che nel nostro cuore è diventato immobile, di ciò che in esso è morto e va perciò rimosso; il cammino è il tempo in cui ristrutturare le proprie verità, che non sono quelle di fede, ma quelle che regolano la possibilità di credere in noi stessi.
E, soprattutto, la fine del cammino, al di là di ogni riflessione sulla sua utilità, insegna che il cammino non ha fine, che “si parte per tornare”, che il ritorno non è il termine di tutto, ma la cognizione che non tutto si può fare. Piuttosto, che quello che si fa è il ‘nostro cammino’ e che forse ci porterà proprio dove vogliamo arrivare.

Articolo apparso la prima volta su Satisfiction: http://www.satisfiction.me/a-santiago-con-celeste/

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