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(La foto, modificata rispetto all’originale, viene da Federico Novaro Libri)

Natalia Ginzburg, Le voci della sera

Verso la metà del secolo scorso c’era un momento imprecisato nella vita dei giovani lettori – più o meno tra la seconda e la terza media – in cui  si riteneva che potessero  lasciare il recinto ben protetto dei libri “per ragazzi” e affrontare altre letture. Era un passaggio desiderato, avvertito come prestigioso, ma non sempre indolore; varcare la distanza che separava i rassicuranti romanzi rosa di Giana Anguissola dalle pagine strazianti de Lo scialle andaluso di Elsa Morante, o dal mondo inquieto di Pavese, non era un’esperienza da poco. Nel mio caso, ci fu una sfortuna supplementare. I primi libri “da grandi” che mi capitarono in  mano, accompagnati da un lusinghiero giudizio dei miei genitori, furono Conversazione in Sicilia di Vittorini e Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Mai avrei osato confessare che non mi piacevano affatto, rischiando di vedermi retrocessa al “Corriere dei Piccoli”, ma la verità era che non avrei potuto trovarli più respingenti. Quel Sud arcaico, profondo e miserabile che descrivevano – e che dopo la lettura di De Martino mi sarebbe apparso affascinantissimo – mi sembrava allora  più estraneo e lontano del medioevo di Walter Scott;  mai avrei immaginato che leggere potesse essere un’attività così poco gratificante, così arida e faticosa. Che cosa mi spinse a comprare in quarta ginnasio, alla libreria “L’Ape d’oro”, che  era sulla strada che mi portava a scuola, Le piccole virtù di Natalia Ginzburg, appena uscito? Non lo ricordo affatto. Ma ricordo molto bene l’incredibile felicità dell’incontro con la voce narrante dei racconti autobiografici che occupavano la maggior parte del libro: una voce che non parlava da lontananze abissali ma da un luogo incredibilmente prossimo, che sembrava coincidere con la mia stessa vita. Un anno dopo, Lessico famigliare ripeteva lo stesso miracolo: la poesia e l’umorismo di una grande narrazione autobiografica investivano il mondo della quotidianità, rendevano memorabili  le strade fuligginose di Torino,  le gite in val d’Aosta con gli scarponi pesanti, le poesiole  e gli scherzi consacrati dalla ripetizione e trasformati magicamente in una minima e casalinga mitologia. Per quanto potessi amare altri scrittori, non mi sarebbe mai accaduto di sentirmi “a casa” nei loro libri come in quelli di Natalia Ginzburg: ne ho avuto  allora la  certezza,  e questa certezza in seguito non ha mai conosciuto smentite.

Non avrei saputo, d’altronde, illustrare a nessuno i meriti letterari di quei libri amatissimi, e nemmeno mi era chiaro se fosse per i loro meriti letterari che erano entrati a far parte con tanta prepotenza della mia vita. Difficile distinguere tra il fascino dei contenuti famigliari e la seduzione di quella  scrittura  dalla naturalezza inimitabile. Le cose cambiarono un poco nel 1964, quando ebbi in mano Le voci della sera, che era stato scritto prima di Lessico famigliare ma mi era sfuggito: per la prima volta la scrittrice che amavo mi introduceva in un mondo inventato, e l’assoluta credibilità di quel mondo inventato mi sottoponeva ad un  nuovo choc, questa volta di natura inequivocabilmente estetica.

Davvero Le voci della sera è tutto intessuto di voci: in nessun altro romanzo di Natalia Ginzburg il dialogo occupa uno spazio così preponderante, che quasi trasforma l’opera narrativa in un testo teatrale. Alla sua genesi non devono essere stati estranei i romanzi ricchissimi di “parlato”di Ivy Compton-Burnett, letti da Natalia proprio allora, in Inghilterra.  Quelle del titolo sono le voci “della sera” per due ragioni. La prima è che il romanzo è come incorniciato tra due conversazioni serali tra la protagonista Elsa e sua madre. A distanza di un anno, in ottobre, le due donne parlano camminando verso casa, mentre si accendono in lontananza i lumi del piccolo paese dove abitano; ed Elsa si rende conto che, benché abbia soltanto ventisette anni, sta entrando nella fase crepuscolare della sua esistenza. La seconda ragione è che le voci che intessono il racconto descrivono il tramonto, “la sera” di una comunità che nei traumi della guerra ha perso le sue forze migliori, entrando in un periodo di declino e di lento esaurimento.  Tra le due passeggiate crepuscolari di Elsa, si consuma anche il declino della sua storia d’amore con Tommasino, uno dei cinque figli dell’industriale che ha creato l’industria tessile di cui vive il villaggio; le storie parallele degli altri figli – tra ambizioni deluse, amori non corrisposti, matrimoni falliti – si intrecciano a formare, in flash back, tutta la trama del romanzo. Come in una prova generale di Lessico famigliare, la dimensione orale della vita di una piccola comunità è ricostruita con una plausibilità stupefacente e, attraverso ripetizioni, piccole variazioni e refrains apparentemente insignificanti, ci racconta – lo ha suggerito Domenico Scarpa – non l’ordinario ma quello che Perec ha definito l’infraordinario, la faccia del quotidiano che abitualmente passa inosservata per la sua stessa onnipresenza.

Lessico famigliare, dunque, non è lontano: nulla di stupefacente, dato che Le voci della sera lo precede di un anno soltanto.  Molto più singolare, invece, è oggi intravedere una sorta di parentela tra Le voci della sera e Caro Michele, che sarà pubblicato ben undici anni dopo. Sono due romanzi che raccontano il disfacimento di un tessuto comunitario: Le voci della sera quello della famiglia De Francisci e del paese in cui vive, Caro Michele quello del nucleo famigliare e degli affetti di Adriana, la madre di Michele. In entrambi c’è la morte tragica di un giovane che segna un punto di non ritorno: la morte del Nebbia, il simpatico partigiano de Le voci della sera, la morte di Michele ucciso da un gruppo di fascisti in Caro Michele.  Attraverso queste due morti, il destino irrompe in un gruppo umano, e gli infligge una ferita imprevista e insanabile. Nel cuore stesso del dolore, però, dove non è più possibile nessuna speranza, la memoria salva inopinatamente un minuscolo frammento di felicità: gli amici del Nebbia ricordano la vecchia canzone piemontese che lui cantava con loro andando a sciare (“Linda, o Linda, amato mio ben…”), Adriana cerca di ricostruire la canzone della guerra di Spagna che Michele cantava da bambino. Due romanzi della perdita e della disgregazione trovano così in un ritornello che passa da una generazione all’altra il loro unico punto di luce; una luce che è, come i sogni, fuori dalla realtà.  Tornano in mente le parole del testo che apre Le piccole virtù, Inverno in Abruzzo:

“ … i sogni non si avverano mai e non appena li vediamo spezzati, comprendiamo a un tratto che le gioie maggiori della nostra vita sono fuori della realtà. Non appena li vediamo spezzati, ci struggiamo di nostalgia per il tempo che fervevano in noi. La nostra sorte trascorre in questa vicenda di speranze e di nostalgie”.

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Mariolina Bertini insegna Letteratura francese all’Università di Parma. Ha curato edizioni delle principali opere di Proust presso Einaudi, Bollati Boringhieri e Suhrkamp. Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato nel 1996 Proust e la teoria del romanzo; presso Unicopli, nel 2010, Incroci obbligati. Romanzo, ritratto, mélodrame. Ha curato, nei Meridiani Mondadori, una scelta in tre volumi della Commedia umana di Balzac (1994-­2013) e Ritratti personaggi fantasmi di Giovanni Macchia (1997). Ha diretto insieme ad Antoine Compagnon, Morales de Proust, n. IX-­X dei “Cahiers de littérature française”, novembre 2010 e, insieme a Patrizia Oppici, il n. 64 di “Francofonia”, Du côté de chez Swann 1913/2013, Primavera 2013. E’ vicedirettore de “L’Indice dei libri del mese”, membro del Consiglio direttivo del Groupe International de Recherches Balzaciennes, corrispondente per l’Italia dell’”Année Balzacienne” e membro corrispondente dell’Accademia delle Scienze.

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