Sellani Renato al piano

La Festa della Musica ricorda Renato Sellani

Nella storia del jazz europeo resta centrale la figura del pianista, compositore e bandleader Renato Sellani nato a Senigallia l’8 gennaio 1926 e scomparso a Milano il 1º novembre 2014, un jazz che fra gli anni Cinquanta e duemila suona sia con grandi solisti e cantanti americani di fama mondiale, da Lee Konitz a Sarah Vaughan, da Dizzy Gillespie a Phil Woods, da Shirley Bunnie Foy a Bill Coleman, sia con l’intero gotha jazzistico italiano. Nell’esatte 2008 gli viene assegnato l’Honorary Award (Premio alla Carriera) nell’ambito degli Italian Jazz Awards “Luca Flores”, mentre il 22 luglio 2014 riceve il Premio Gorni Kramer, organizzato dalla Fondazione Sanguanini in collaborazione con il Circolo del jazz “Roberto Chiozzini” di Mantova.

Abbondante risulta la discografia a nome Sellani soprattutto negli ultimi decenni di carriera: ad esempio solo con la Philology ne registra una cinquantina tra cui vale la pena segnalare i nove usciti in un solo biennio, tra il 2002 e il 2003. Anzitutto nel 2002 vengono pubblicati ben cinque CD intitolati

 «Magic Sellani», «Per Gino Paoli», «Per Bruno Martino», «À la France», «Per Fred Bongusto», «Le Cose Inutili».

“L’idea di fare cinque dischi – confessa l’Autore – non è venuta a me, ma al mio discografico, il quale, virtuosamente, è come se fosse innamorato. Sa come sono io e ha voluto fare tutti questi dischi, ma io non spingo mai per fare qualche cosa. Sono gli altri che mi chiamano, anche perché io sono molto pigro… però con Piangiarelli ne ho fatti sinora trentaquattro… Sulla scelta del repertorio, sinceramente devo dire che sono stato uno dei primi a riesumare queste canzoni italiane… poi naturalmente mi hanno seguito anche gli altri, un po’. C’è una linea melodica che si presta, in alcuni autori, mica tutti. Cito Gorni Karner, Bruno Martino, che hanno fatto cose stupende, perché loro venivano dal jazz, anche se è un jazz primario, però è sempre jazz…”.

Sono parole ‘carpite’ a Sellani, all’epoca settantacinquenne, alla fine di un suo concerto, uno dei molti che a ritmo invidiabile tiene in tutt’Italia, ogni volta con una formazione diversa, ogni volta dispensando assoli nuovi, abbozzi musicali di introspezione lirica, di raffinata eleganza, di inimitabile mitezza. I recital, i dischi, il carattere di questo settantacinquenne anconetano (milanese d’adozione), rappresentano un unicum poetico costante e irripetibile. Il problema semmai è quello di aver registrato poco in alcuni momenti di una carriera a luci soffuse, forse meritevole dei riflettori della ribalta internazionale.

Per fortuna è arrivato Piangiarelli a ‘erigere monumenti’ a chi nel jazz italiano se li merita veramente: dopo Franco D’Andrea, ecco dunque Sellani esibirsi in una summa pianistica (una ‘pentalogia’ incisa in cinque giorni tra il 7 febbraio e l’11 maggio 2001 al Mu Rec di Milano), che lo vede impegnato negli omaggi ai cantautori assieme al suo trio con Massimo Morriconi e Massimo Manzi, mentre firma in coppia con Gianni Basso e con Enrico Rava rispettivamente i tributi agli chansonniers e agli evergreens americani; solo nel Magic egli si trova a tu per tu con la tastiera per un esperimento che necessita di qualche spiegazione.

Il sottotitolo The Art of Intro è già di per sé eloquente: una fondamentale caratteristica del pianismo sellaniano riguarda infatti il modo col quale viene iniziato un brano famoso, giocando sulle prime battute, accarezzando e stravolgendo delicatamente ogni nota, ogni curva melodica. Molti bellissimi intros sono andati spesso perduti, quando ad esempio, nel corso delle registrazioni in casa Philology, il musicista si fermava di colpo per tentarne un altro, convinto che un intro ‘perfetto’ favorisca un congeniale sviluppo improvvisativo. Allora Piangiarelli ha raccolto dieci standard celeberrimi, in ognuno dei quali Sellani propone dai tre ai cinque intros, rivelandosi inventore quasi chopiniano in Laura o in I’m In The Mood For Love.

L’idea della Trilogia italiana è invece quella di tirar fuori il jazz latente in molte canzonette di artisti musicalmente cresciuti nel segno dello swing o dei crooner: è anche un confronto originale coi diretti interessati, poiché tutti (Paoli, Bongusto, Martino) prestano la loro voce in due brani a disco, coadiuvati dal giovane jazz singer Marco Massa che intona uno-due pezzi per ogni CD. Tuttavia i risultati migliori sono quelli dove agisce esclusivamente il trio, lanciandosi in romantiche, talvolta spiritose improvvisazioni sulle top ten degli anni Sessanta da Amore fermati a Spaghetti a Detroit, da Malaga a Una rotonda sul mare (Bongusto), da Estate a Forse (Martino), da La gatta a Sapore di sale, da Sassi a Senza fine (Paoli). Curiosamente, pur non essendoci grosse distanze qualitative, il migliore dei tre sembra quello dedicato alla figura più ‘commerciale’ ed oggi in parte dimenticata, Fred Bongusto, grazie alla capacità di Sellani di sottolinearne espressivamente le linee melodiche e il tempo strascicato talvolta ironicamente.

Nei duetti con i leaders a lui vicini forse per sensibilità, ma certo lontani come vena stilistica, non cambia sostanzialmente nulla: il tenore di Basso si adegua perfettamente al climax di rivisitazione malinconica della canzone parigina tra gli anni Trenta e Cinquanta da Douce France (Charles Trenet) a J’attendrai (Tino Rossi); da J’ai deux amours (Josephine Baker) a Dans mon isle (Henry Salvador), passando anche dal Michel Legrand cinematografico (Whatch what happens e L’été du 42). La tromba di Rava evita ovviamente le ‘cose inutili’, ossia rifare in maniera pedissequa dieci standard ultracelebrati (e proprio per questo i migliori, da sempre): al contrario sembra prendere talvolta il sopravvento lanciandosi in assolo nervosi e complicati come non gli succedeva da tempo (You Don’t Know What Love Is), nonostante poi ritorni al tono rilassato e al contempo empirico e sussurrante (My Funny Valentine), tra pause e silenzi che fanno di Sellani un grande artista, oggi finalmente con una robusta discografia alle spalle.

Il discorso di Sellani del biennio aureo continua un anno dopo, nel 2003, quasi un monumento alla ‘poesia’ di Renato: dopo i sunnominati dischi sugli incontri con grandi jazzmen italici (Basso, D’Andrea, Rava) e sui tributi ai primi cantautori nostrani (Bongusto, Martino, Paoli), il pianista senigalliese (meneghino d’adozione) prosegue in entrambe le direzioni; dunque da un lato incontrando nuovamente i vecchi compagni di tante avventure, dall’altro aggiungendo quattro nuovi capitoli di quella che Paolo Piangiarelli ha voluto chiamare Italian Saga per un totale di nove cd: «Two For The Cities», «Ciao Kramer», «Per Giovanni D’Anzi», «Per Carlo Alberto Rossi».

Nulla è sostanzialmente mutato rispetto alla prima infornata. Tuttavia è sempre un’esperienza importante poter ascoltare un pioniere assai romantico del modern jazz europeo rileggere con sincero lirismo alcune pagine che non appartengono alla letteratura musicale afroamericana, ma che proprio fra le mani di Sellani trovano una inedita espressività che riesce a maraviglia anche quando sulla carta molti repertori sembrerebbero chiusi nei limiti della forma-canzone. Pensiamo infatti a «Two For The Cities», dove l’omaggio è per così dire argomentativo: i due hanno scelto 16 pezzi che nel titolo (o nei contentuti) fanno riferimento a città famose; hanno compiuto scelte eterogenee, non solo geografiche, ma soprattutto di generi e tendenze: ma la souplesse di Basso e Sellani, nello swingare, nel fare propri temi arcinoti, amalgama perfettamente Napoli e Parigi, Berlino e New York, Londra e Milano in una gustosa passerella che è anzitutto lettura della memoria storica e personale.

Diverso l’atteggiamento per il trittico di tributi ad alcuni fra i più importanti compositori di musica leggera (non solo canzonette, ma pure teatro, rivista, avanspettacolo) fra gli anni Trenta e i Cinquanta: il discorso sulla nostalgia si fa progetto più articolato, grazie alla stabile presenza del trio e a una sezione ritmica (i citati Massimo Moriconi e Massimo Manzi, contrabbasso e batteria) decisamente spinta verso la modernità. Il gruppo, spesso rinforzato da ospiti importanti, elabora a livelli profondi nella continua disamina su improvvisazioni tematiche dalle celebri melodie. Il trattamento delle vecchie canzoni sfugge di proposito tanto al revivalismo quanto alla moda ethno che, in particolare nel caso di Kramer, tende allo stravolgimento timbrico-armonico, facendo delle composizioni del fisarmonicista quasi una sorta di ballo liscio snob o di folklore acceso, rimuovendo del tutto quell’amore per i ritmi sincopati che lo swinger cremonese (ed in misura minore, ma non assente, anche D’anzi e Rossi) aveva palesato in diversi contesti. In tal senso, se proprio si devono dare i voti, fra tutti il Cd su Kramer sembra quello più riuscito, ovvero da otto più, sia per la presenza fissa del trombettista Fabrizio Bosso (un giovane analiticamente curioso del passato) sia per la materia già potenzialmente jazzistica e dunque bisognosa in teoria solo di una piccola rinfrescata. Numerose infine le bonus track dal vivo nelle tre Italian Saga, in cui intervengono diversi ospiti: Enrico Rava (tromba) in tutte, Tiziana Ghiglioni (voce) e Giulio Loglio (sax tenore) in quelle Per Rossi e D’Anzi.

Infine sembra doveroso ricordare che Renato Sellani deceduto il 1° novembre di due anni fa, trova il tempo, sei mesi prima, fra aprile e maggio, nello splendido Limen Studio di Michele Forzani, di registrare Blas There Is You per l’etichetta Ponderosa: uno splendido doppio CD in completa solitudine, che oggi può essere letto come testamento spirituale di un artista sobrio, coerente, sincero, defilato nel proporre un be-bop romanticissimo, che riesce a sua volta a scavare in profondità, con tocco morbido in atmosfere intimiste, anche quando improvvisa su canzonette nazional-popolari come nel primo disco, lasciando però al secondo il potere evocativo del grande Songbook americano.

Dice, Renato Sellani, in un’intervista proprio nel 2003 dei tanti dischi: “Mi sono costruito da solo ascoltando ma mai copiando. Ho avuto una grande lezione da Lee Konitz che la prima volta che venne in Italia scelse me come pianista e mi disse: ‘è preferibile che ti dicano che tu suoni male piuttosto che suoni come un altro’, perché ciò vorrebbe dire che non si ha personalità. Così io ho cercato di suonare male!!!”.

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