Il Male di Massimiliano Santarossa

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Il male di Massimiliano Santarossa (pp. 224, euro 14, Hacca) è un libro implacabile, che arde senza pietà anche l’ultima nostra certezza. «Di quanta vastità hai bisogno, per nasconderti, dio?». È Lucifero, l’angelo caduto, a rivolgere ancora in alto la punta delle ali spigolose per domandare ragione dei dolori e delle perversioni di questa terra al padre nostro. E Lucifero già sa, come lo sanno gli esseri disperati, che nessuna risposta può scendere da un cielo muto. Lucifero vola, penetra le nostre città, gli asfalti, l’acciaio, il nero del bitume. Ci visita e ci racconta. Egli è quel male che, in principio, altro non fece che operare «il dubbio che si fa caos». E quello fu il peccato originale dell’angelo. Santarossa ci «assolve» consegnandoci però a un infernale determinismo al quale è impossibile sottrarsi. Il risultato è un mondo abbandonato dal dio sordo, presuntuoso, imperfetto, assente, che trasferisce la propria latitanza all’umanità medesima, che ricorda i «novi tormenti» dati dalla «piova etterna, maladetta, fredda e greve» del terzo cerchio dell’Inferno di Dante. I colori della città – una città senza nome, ma certo una nuova Sodoma – sono trasfigurati nelle tinte della disperazione, i gangli dell’urbe sono rinominati così come i suoi idoli e i suoi templi. Diventa una città post-storica le cui tessere s’equiparano a entità preistoriche: parcheggi come pleistocenici laghi d’asfalto, automobili come bestie metalliche dal cuore acciarito, fabbriche come balene di cemento e vetro su cui incombe un cielo che separa anziché unire. Su questo scenario il Principe del Male incontra le bestie in terra, definisce le forme del dolore, dà corpo a una lunga bestemmia che è tanto più dolorosa quanto meglio ci mostra la miseria in cui il creato sembra precipitare. Troviamo così schiere di uomini e di donne scarnificati dalla cattiveria e dal dolore che assaggiano («perché ci vuole più determinazione a scegliere che a subire») o che danno anche agli esseri più vicini e che al contrario dovrebbero ricevere amori giustissimi. In questo «interminabile canto del caos», c’è la bimba stuprata dal padre, «figura piccola, innocente, ma già sfregiata in luoghi invisibili»; c’è il tossico che s’immola per il dio crack e s’inchina all’uomo potente capace di somministrare l’eucaristia sintetica; ci sono gli operai che perdono la loro carne da macello tra gli ingranaggi di quel «luogo inumano dove il peccato viene prima assolto e subito rigenerato in altro peccato»; c’è il mendicante anch’egli in cerca di un’eucaristia, quella metallica dell’elemosina; ci sono prostitute costrette a abbandonare «l’odore buono di un bambino partorito e mai cresciuto»; ci sono gli anziani la cui intera persona è ormai «dipinta del colore del nulla». Il male di Santarossa è un Cantico al rovescio, è un viaggio nella notte che richiama i dissipamenti biologici della materia cantati da Jacopone da Todi e le tremende visioni del contemptus mundi, negando a essi però la chiave di salvezza. Dissacra il creato ripetendo le modalità delle Scritture: ogni gesto, ogni oggetto, ogni essere non è particolare ma universale, allegorico, anagogico. Attraverso elenchi parabiblici che ipnotizzano come diaboliche sequenze musicali, Santarossa tratteggia l’uomo surmoderno che frequenta «lo stomaco della città», insensibile all’amore, ai sentimenti anche ancestrali, chiuso non più in un virtuoso villaggio globale ma in un «universo minimo, microcosmo massimo, vuoto circolare e di pietà»: un cristo marcio i cui sentimenti azzerati lo conducono ormai a scorgere nella sola povertà il male assoluto. Se il nostro è il mondo della comunicazione ininterrotta e scriteriata, Santarossa sembra volerci ammonire invocando un futuro prossimo nel quale è destino che s’apra l’abisso della disinvoltura irresponsabile: allora nessuno più parlerà, nessun uomo avrà da dire nulla ad altro uomo. Questo è forse il male sommo. E tanto risalta in queste pagine perché qui, al contrario, ogni parola sembra incisa, non è mai gratuita, è latrice sempre di responsabilità.

Articolo pubblicato per la prima volta su l’Unità il 23 dicembre 2013:  http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2605000/2601973.xml?key=Giacomo+Verri&first=1&orderby=1&f=fir

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