Le letture francesi di Mariolina Bertini: Lydie Salvayre, Non piangere

non piangere

Nata nel 1948, in Francia, da due repubblicani spagnoli in esilio, Lydie Salvayre, psichiatra, ha cominciato a scrivere negli anni Settanta del secolo passato.  Nel 1999 un suo romanzo, La compagnia degli spettri, è stato tradotto da Guanda; in seguito altri tre romanzi, tutti impregnati di un’acre derisione degli idoli del mondo contemporaneo – dal turismo compulsivo alle gerarchie impiegatizie – sono usciti da Bollati Boringhieri, senza suscitare, mi pare, grande interesse. Ora è arrivato in libreria Non piangere (ed. orig. 2014, trad. di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, L’asino d’oro, Roma, 2016, 235 pp., euro 17); ha vinto nel 2014 il premio Goncourt ed è stato salutato, in Francia, come la sua opera più riuscita e pienamente convincente. Affronta in assoluta semplicità un tema molto complesso: quello della trasmissione della memoria da una generazione all’altra.  Ci mette di fronte all’esperienza di una figlia – lei stessa, Lydie – che ascolta i racconti della madre, Montse, sul periodo più drammatico ma anche più felice della sua vita: l’estate del 1936, trascorsa a Barcellona. E vince la difficile scommessa di lasciare ai ricordi materni il loro alone di splendore e di poesia, indagandone però con rigore i fondamenti reali e il contesto storico.

Montse, nata nel 1921 in una famiglia di contadini poveri, porta i segni di una vita molto dura. Nel 1939 è partita a piedi nudi, con la figlia Lunita di tre anni, per cercare rifugio in Francia, lasciandosi alle spalle una Spagna straziata, dopo gli orrori della guerra civile, dal feroce spirito di vendetta dei franchisti vincitori. Prima di ricongiungersi al marito Diego, ha conosciuto quella che è oggi la condizione di tante donne migranti, esuli, rifugiate:

Con lei c’erano una decina di donne e bambini. Raggiunsero la lunga schiera di persone che fuggivano dalla Spagna, scortati dall’11° divisione dell’esercito repubblicano. Fu quella che venne definita con un certo pudore la Retirada. Una colonna interminabile di donne, bambini e vecchi che si lasciavano alle spalle una scia di valigie sfondate, di muli morti distesi sul fianco, di poveri stracci abbandonati nel fango, di oggetti d’ogni sorta che quegli infelici si erano portati dietro in fretta e furia quasi fossero preziosi frammenti di casa loro e poi avevano abbandonato lungo la strada quando l’idea stessa di casa era svanita del tutto dalle loro menti, quando di fatto qualsiasi pensiero era svanito dalle loro menti. Per settimane mia madre camminò dalla mattina alla sera, con indosso sempre lo stesso vestito e la stessa giacca irrigiditi dal fango, mangiò quello che trovava lungo la strada o si accontentò della manciata di riso che i soldati di Lister distribuivano a tutti, pensando solo a mettere un piede davanti all’altro e a occuparsi della bimbetta a cui imponeva quel calvario.

Poi sono venuti gli anni del difficile adattamento alla nuova patria, la Francia: Montse ha dovuto imparare una nuova lingua e nuove abitudini, lottando, con il marito e con le loro due bambine, contro pesanti difficoltà economiche. Oggi siede accanto alla finestra su una sedia a rotelle, guarda i bambini che giocano nel cortile di una scuola vicina e racconta alla figlia (in un linguaggio tutto suo, intessuto di spagnolismi e ben reso dalle traduttrici italiane) le tragedie e gli incanti della sua giovinezza remota.  La memoria di Montse è devastata dalla vecchiaia, e ha perso quasi ogni traccia di quel che è accaduto dal 1940 in poi. Ma, come spesso accade, questo tracollo della memoria relativamente recente non ha spento in lei né la vivacità intellettuale né l’arguzia, e ha lasciato ai ricordi della giovinezza un nitore, una freschezza, un rilievo singolari e impressionanti.  Partendo da questi ricordi, e lasciando ogni tanto spazio all’impasto linguistico franco-spagnolo della madre, Lydie Salvayre ha ricostruito, in forma di romanzo, la storia del villaggio natale dei genitori dal 1936 al 1939, dagli inizi della guerra  civile alla fuga di Montse in Francia. È un villaggio i cui secolari equilibri si basano sulla sottomissione dei contadini poverissimi e ignoranti alla famiglia dei signorotti locali, i Burgos.  Ma nel 1936 questi equilibri entrano in crisi: il fratello di Montse, José, neofita delle idee libertarie e del verbo di Bakunin, introduce germi di conflitto sociale in un mondo arcaico rimasto sino ad allora fuori dalla storia. Sino all’avventura della “breve estate dell’anarchia”: il 1° agosto, José e Montse arrivano nella Barcellona controllata dalle milizie anarchiche e sono come travolti, inghiottiti dall’entusiasmo collettivo di quella stagione irripetibile. Montse, quindicenne, è meno ideologizzata di José, ma è affascinata ancora più di lui da quella nuova vita in mezzo a ragazze in pantaloni e giovanotti col fucile che cantano l’Internazionale, parlano di libertà, si abbracciano senza conoscersi e declamano poesie seduti ai tavolini fuori dai caffè. E proprio in un caffè avviene l’incontro per lei decisivo con un giovane volontario francese, André, che in attesa di partire per il fronte vive con lei un’intensa e felicissima notte d’amore. Quella notte, in cui viene concepita la sua prima figlia, Lunita, è l’apice della giovinezza di Montse; mitizzata nel ricordo, per lei racchiuderà sempre l’essenza della felicità assoluta e l’aiuterà a vivere gli anni difficili che l’aspettano, e il matrimonio inizialmente senza amore con Diego, il rampollo dei Burgos che l’aspetta al paese natale ed è nel frattempo diventato un solerte militante stalinista. In parallelo alle vicende di Montse, di Diego e di José, Lydie Salvayre introduce nel suo romanzo un altro filo narrativo: nello stesso periodo in cui sua madre è abbagliata dagli ideali libertari, Georges Bernanos assiste alle atrocità commesse dai franchisti a Majorca in nome di un cattolicesimo strumentalizzato e profanato con totale cinismo.  Attraverso le pagine de I grandi cimiteri sotto la luna, integrate da altri documenti, entra così in Non piangere un punto di vista sulla guerra civile ben diverso da quello dell’ingenua e appassionata Montse, e il quadro storico d’insieme si fa più complesso e multiforme. Il centro del quadro però resta sempre l’esperienza di Montse e – implicitamente – il lavoro decifratorio di Lydie sulle parole materne. Un lavoro che non ha mai la neutralità della trascrizione, ma è sempre adesione, scelta, riflessione problematica. Chiuderò con uno degli esempi più significativi di questo lavoro: il racconto dell’episodio in cui davanti a una banca, a Barcellona, nell’agosto del ’36, un gruppo di anarchici brucia mazzi di banconote. Lydie Salvayre si chiede che cosa sia rimasto in sua madre di quel momento; e la sua incapacità di trovare una risposta è forse il vero senso di tutto il suo romanzo.

… Ascolto mia madre e per l’ennesima volta mi pongo la domanda che continua a frullarmi per la testa da quando ha cominciato a raccontarmi la sua fantastica estate: che cosa è rimasto in lei di quell’epoca, oggi inimmaginabile, in cui c’era gente che bruciava mazzi di banconote per manifestare il proprio disprezzo nei confronti del denaro e di tutte le follie che va causando? Solo qualche ricordo, o qualcosa di più? I suoi sogni di allora si sono dissolti? Sono caduti in fondo al suo essere come le particelle che si depositano sul fondo di un bicchiere? O c’è ancora una fiammella che brilla nel suo vecchio cuore, come adoro credere? Comunque sia, mi sono resa conto che da un po’ di tempo a questa parte, mia madre sembra infischiarsene di quei pochi soldi che ha e li distribuisce a destra e a manca, con una prodigalità che il suo medico curante tende a imputare alla malattia, esattamente come i disturbi della memoria e come le sue numerose, per non dire continue, uscite impertinenti. Ma a me piace pensare che il suo medico si sbagli, che dentro di lei sfavilli ancora una luce tremula, le braci ancora tiepide di quell’agosto del ’36 in cui il denaro fu bruciato come fosse immondizia.

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