cole

Nato a Chicago il 15 ottobre 1931, come Lionel Frederick Cole e quindi di dodici anni più giovane del fratello – il celebre Nat King Cole (1919-1965) – come lui cantante e pianista, Freddy inizia a cantare appena ventenne ma nel primo quarto di secolo di carriera – tra il 1952 e il 1978 – riesce a incidere solo sei dischi a 33 giri. È dal 1990 che Freddy Cole dà il via a una personale escalation che lo condurrà a primeggiare tra il vocalismo jazz tornato in auge, con ben ventitré album, tutti di buon livello, guadagnandosi persino nel 2010 una nomination ai Grammy con Freddy Cole Sings Mr. B, il lavoro dedicato al cantante bebop Billy Eckstine, di cui ama considerarsi allievo e continuatore.
In effetti lo stile di Freddy, come si deduce anche, ovviamente, dall’ascolto di questo nuovo Singing The Blues – uscito alla fine del 2014 per High Note, e perciò ultimo in ordine di tempo dopo Walk To Me (2011) e This And That (2013) – può vantare diverse influenze dal tipico ambito crooner (interprete confidenziale) al più generale contesto vocale afroamericano (nato, come si sa, con gospel, spiritual, work song). E proprio alla cultura della black music il suo riferimento è costante, giungendo persino a un vero e proprio tributo al genere blues che è la culla di tutte le espressioni della voce umana nera. Il modo di affrontare però il blues non è quello dei bluesman, ma ancora una volta è il mood del crooner o del jazzsinger a prevalere: un’intonazione calda, delicata, tranquilla, distesa, pacatissima.
Ciascuno degli undici blues spesso famosissimi – in ordine alfabetico All We Need Is a Place, Another Way To Feel, Ballad of the Sad Young Men, Goin’ Down Slow, Meet Me at No Special Place, Muddy Water Blues, My Mother Told Me, Old Piano Plays the Blues, Pretending, Singing The Blues, This Time I’m Gone For Good – è trattato come ballad o a mid-tempo anche grazie a un jazz quintet abilissimo, con Harry Allen, John di Martino, Curtis Boyd, Randy Napoleon, Elias Bailey, nei controcanti strumentali. Alla fine ne fuoriesce un CD assai godibile che conferma la seconda giovinezza artistica di Cole e che potrà risultare utile, interessante, apprezzabile tanto dagli amanti del blues quanto, come sempre, dai fini intenditori del canto jazz.

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