Libri tanto amati: Paolo Marino e Ti con zero

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 (Foto di Paolo Marino)

  1. Scoprire che un racconto potesse descrivere le vicende esistenziali di un organismo primordiale di nome Qfwfq ha avuto per me un effetto dirompente; se poi quelle storie vertiginose erano raccolte in un libro intitolato Ti con zero, ecco, quello era proprio il massimo. Era la scoperta che la letteratura poteva occuparsi della vita in maniera trasversale, non realistica, fantastica; attingendo dalla geologia, dalla genetica, dalla cibernetica, giocando coi paradossi della filosofia; e, soprattutto, tenendosi alla larga da esercizi di dissezione psicologica.

         Nella quarta di copertina dell’edizione Einaudi dei Nuovi Coralli, che mi trovai tra le mani in età piuttosto acerba, si legge:

Da alcuni anni a questa parte si direbbe che Italo Calvino si sia posto il programma d’introdurre nella narrazione immagini e dimensioni e situazioni fuori dei confini del mondo umano.

Oggi sono disposto ad ammettere che i garbugli e le sbandate dell’esistenza umana non siano materia tanto misera e banale; ma nel periodo che ruotò tra l’adolescenza e gli anni immediatamente successivi, ero così convinto dell’insignificanza della mia esperienza e di tutto ciò che avevo attorno, che i racconti, tanto per dirne una, sugli amori di organismi uni e pluricellulari definiti e complicati dai meccanismi della mitosi e della meiosi, mi aprirono un orizzonte inaspettato e gioioso.

  1. Alcuni anni dopo, preparando la tesi di laurea in sociologia, m’incaponii di leggere Le parole e le cose di Michel Foucault; non esattamente il suo testo più accessibile, di cui credo non capii granché; ma rimasi folgorato da una frase contenuta nella prefazione:

Conforta, tuttavia, e tranquillizza profondamente, pensare che l’uomo non è che un’invenzione recente, una figura che non ha nemmeno due secoli, una semplice piega nel nostro sapere, e che sparirà non appena questo avrà trovato una nuova forma.

Ciò che mi importa sottolineare sono la tranquillità e il conforto che afferma di provare il filosofo francese. La meraviglia fu scoprire che quegli stati di quiete interiore erano generati da una constatazione che avrebbe gettato altri nel più nero sconforto: l’idea che l’uomo sia un’invenzione destinata a scomparire e mutarsi in altro. Ti con zero, insinuandomi l’idea di una simile dissolvenza, aveva avuto su di me lo stesso effetto calmante.

  1. Nel racconto Il sangue, il mare Qfwfq ricorda di quando nuotava in un oceano primitivo, imbevuto di un liquido che a un certo punto si trasformerà nella materia fluida e vitale che scorre ora nelle sue vene; e qui s’incontrano le sensazioni di una coscienza diluita per effetto di «una specie di pulsazione generale»:

prima nuotavamo e adesso siamo nuotati, ma a pensarci meglio preferisco non farne niente, perché in realtà anche quando il mare era di fuori io ci nuotavo alla stessa maniera che adesso, senza che la mia volontà intervenisse, cioè ero nuotato anche allora, né più né meno che adesso, c’era una corrente che m’avvolgeva e mi portava in qua e in là, un fluido dolce e soffice, nel quale Zylphia e io ci crogiolavamo rivoltandoci su noi stessi, librandoci su abissi dalle trasparenze color rubino, nascondendoci tra filamenti color turchese che si snodavano dal fondo…

È un’esperienza panica di cui ci parla Calvino, l’essere sospinti dall’abbraccio di una corrente sottomarina, immersi nei cangianti riflessi di profondità abissali, senza l’impaccio di dover fare i conti con la volontà e la mente razionale.

         Nell’ultima parte della raccolta i racconti procedono attraverso processi logici che permettono di costruire mappe del mondo, riflettere sui concetti di spazio e di tempo, e, alla fine, trovare soluzioni ai guai in cui si sono cacciati i fittizi protagonisti di ciascuna storia. Ci imbattiamo così in un guidatore notturno che corre su una strada cercando di raggiungere Y, la sua amata, dopo una lite. Il guidatore è angosciato dal dubbio di perderla dopo averla incrociata, senza avvedersene, lanciata lei stessa, e con lo stesso suo intento, sulla corsia opposta; ed è indispettito dal pensiero che in pista ci sia anche Z, il suo rivale. Ora, dopo tanto arrovellarsi, il guidatore sente d’aver raggiungo «uno stato di tranquillità interiore» quando capisce che ciò che conta «è comunicare l’indispensabile lasciando perdere tutto il superfluo». E ci spiega quale ne siano le condizioni:

liberati finalmente dallo spessore ingombrante delle nostre persone e voci e stati d’animo, ridotti a segnali luminosi, solo modo d’essere appropriato a chi vuole identificarsi a ciò che dice senza il ronzio deformante che la presenza nostra o altrui trasmette a ciò che diciamo.

Cos’è la tranquillità raggiunta dal guidatore di Calvino? I suoi crucci, e la soluzione che lo rasserena, non assomigliano un po’ a quelli del buon Foucault, confortato dopo aver spazzato dall’orizzonte le velleità universalistiche del soggetto cartesiano e dei suoi pronipoti novecenteschi?

  1. Sbarazzarsi dell’io. Sì certo; liquidarlo nelle sue sue accezioni più ingenue, metterne in luce l’equivoco, l’abbaglio. I racconti di Ti con zero, nella loro diversità e complessità, sembrano congegnati per mettere in difficoltà e liberarsi della soggettività individuale dei suoi protagonisti. Ciononostante Calvino non rinuncia all’idea di immaginare nuove coordinate nelle quali collocare l’esperienza umana. Prendiamo Morte, la terza parte del trittico intitolato Priscilla: una storia del mondo compressa in poche pagine, che parte dalla nascita della vita, passa allo sviluppo degli organismi complessi, prosegue con la proliferazione di segni e parole e approda alla comparsa di macchine capaci di auto generarsi. Raggiunti gli esiti ultimi di questo ciclo, rimane la speranza che qualcosa d’umano possa in fondo essere salvato, non foss’altro un nome o il fiato di una voce:

Il circuito dell’informazione vitale che corre dagli acidi nucleici alla scrittura si prolunga nei nastri perforati degli automi figli di altri automi: generazioni di macchine forse migliori di noi continueranno a vivere e parlare vite e parole che sono state anche nostre; e tradotte in istruzioni elettroniche la parola io e la parola Priscilla s’incontreranno ancora.

Suona un po’ manierista? Ok, lo riconosco. Si può tuttavia negare che il Calvino strutturalista, sotto sotto, non fosse anche un romanticone? Non ci sta all’idea di perdere per sempre la sua Priscilla e nemmeno sembra disposto a rinunciare del tutto all’ambizione di esprimere il proprio self, sebbene ambisca a farlo in un modo diverso e nuovo. Ci prova con la logica combinatoria e lo spiega bene parlando della molteplicità nell’ultima delle sue Lezioni americane:

Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

Poi, con tipica mossa calviniana, si spinge oltre e porta il ragionamento alle sue estreme conseguenze:

Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un’altra: magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per fare parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…

Che dire? Per quanto mi riguarda molto meglio del Lexotan.

  1. Dovevo spiegare le ragioni di un amore, ma non so se ci sono riuscito. Mi sono fatto prendere e forse ho detto troppe cose. Insomma, quello che volevo dire è che la lettura di Calvino è stata una cura a quei tormenti tanto comuni negli infelici anni mediani tra fanciullezza e forzata maturità; tormenti che (credo in modo lungimirante) mi sono sempre rifiutato di incasellare nelle categorie del pensiero freudiano, della psicanalisi e di tutti gli psicologismi che ne sono seguiti. Con quegli stati malinconici avevo tuttavia bisogno di fare i conti, in qualche modo. E la strada, credo, me l’ha indicata Italo Calvino. Leggevo i racconti di Ti con zero e stavo bene. Da lì sono partito.

***

Paolo Marino è nato a Piacenza, dove vive e lavora come giornalista. Con il romanzo La casa di Edo è stato finalista della XXV edizione del Premio Calvino. Con il titolo Strategie per arredare il vuoto nel 2014 il romanzo è stato pubblicato da Mondadori.

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