I dischi di Guido Michelone: Magico, Carta de Amor

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Nel lontano 1979 la ECM fa uscire l’abum Magico a nome dell’inedito trio fornato dal norvegese Jan Garbarek (sax tenore e soprano), dal brasiliano Egberto Gismondi (chitarra e pianoforte), dallo statunitense Charlie Haden (contrabbasso): il tedesco Manfred Eicher, il patròn, nonché produttore, dell’etichetta bavarese mette insieme per la prima volta tre diverse spiccate personalità non solo geografiche ma artistico-culturali, propense tutte a spaziare tra free, postbop, neoromanticismo, facendole suonare attorno a un insolito progetto: l’arduo incontro del gioco di contrasti. Ne fuoriesce un tipico essenziale prodotto ECM che all’epoca e successivamente viene considerato un soffuso esempio di folk-jazz già (inconsciamente) proteso verso l’incombente new age (che però Eicher da sempre, giustamente, esclude dal proprio catalogo, nonostante molte sonorità ECM nel tempo contribuiscano a rafforzare molte ipotesi).
Però, nel novembre 2013, esce dagli archivi di Monaco, il live di quel disco, così come, qualche mese prima, c’è l’analogo precedente del grandioso inedito live Sleeper – quartetto di Keith Jarrett con Garbarek, Palle Danielsson, Jon Christensen in scena a Tokyo nell’aprile 1979 – che subito ottiene un enorme consenso di critico e di pubblico. Tre anni fa dunque, a posteriori, si cerca di ripetere l’operazione, puntando alla vitalità della performance dal vivo che piace soprattutto agli amanti del jazz, spesso in disaccordo con le sonorità estremamente ovattate della label tedesca. In effetti tanto Sleeper quanto Magico. Carta de Amor si differenziano dalle versioni in studio proprio in virtù di una verve passionale e di un’intesa virtuosistica da cogliere al volo, senza che nessuna ripubblicazione su vinile o in digitale possa mai cancellarle o limitarle.
La differenza tra il primo Magico del 1979 e questo disco graficamente recente Magico Carta de Amor dalla Munichs Amerika Haus nell’Aprile del 1981 sta proprio in questo: i tre jazzisti offrono un feeling genuino per via di un interplay giostrato su contrapposizioni musicali anche molto forti, come solo un norvegese, un brasiliano e uno statunitense possono e danno creare dall’alto di un bagaglio jazzistico di grande apertura mentale. Garbarek, Gismondi, Haden, suonano tutti spassionatamente bene: la voce dell’ancia è forse più ‘rumorosa’, rispetto alle corde, ma l’interplay è perfetto, quasi come un piano jazz trio. E, alla fine, dopo ascolti ripetuti,  il tratto stilistico che li unisce è anche l’amore per i loro singoli patrimoni folklorici (scandinavo, nord e sud americano) che riveste confrontati danno vita a un world-jazz ante litteram di raffinate suggestioni.

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