Libri tanto amati: Luciano Funetta e La Maschera della Morte Rossa

poe

La prima volta che ho visto la Maschera della Morte Rossa

Avevamo tutti dieci anni ed eravamo tutti, chi più chi meno, lontani da casa. Ci avevano divisi in due camerate, una per i maschi e una per le femmine. Di notte alcuni si lamentavano, altri piangevano, qualcuno si svegliava dopo aver fatto un incubo. Dormivamo su letti a castello di ferro. Una notte un bambino di Firenze era caduto dal letto di sopra e la mattina dopo lo avevamo trovato che piangeva in silenzio per il dolore. Si era rotto un braccio, ma non aveva avvertito nessuno e se ne era tornato sotto le lenzuola. Quando gli avevano chiesto perché non avesse svegliato gli adulti che ci tenevano a bada o uno di noi, aveva risposto che si vergognava, perché anche a casa sua cadeva spesso dal letto e ormai aveva imparato a non chiamare aiuto. Conviveva con quei voli notturni come altri convivevano con la terrorizzante sensazione di svegliarsi prima di tutti, in preda ai brividi di freddo, e di accorgersi di essersela fatta addosso nel sonno.

Il campo estivo prevedeva escursioni di mattina e sport di pomeriggio. Il paese nelle Marche dove i nostri genitori ci avevano lasciato dopo viaggi interminabili in macchina contava – così ci avevano detto – trecento abitanti esclusi gli animali, che pure sembravano molti e giravano liberi per le strade. Quando pioveva, ci radunavamo tutti nell’enorme salone della foresteria e partecipavamo ai giochi che gli adulti inventavano per noi. Eravamo divisi in due squadre, sin dal primo giorno, e alla fine del campo quella che avrebbe collezionato più stelle (o forse punti, o pallini colorati) sul grande tabellone bianco appeso al centro del salone si sarebbe portata a casa un premio su cui vigeva il più stretto riserbo. Nessuno sapeva di cosa si trattasse e nessuno lo scoprì mai.

In quanto a me, l’unico premio che mi interessava era un’informazione: cosa significasse la gigantesca croce di legno che vedevamo in cima alla collina che dominava il paese. Avevo chiesto spiegazioni a Max, ma lui non aveva voluto dirmi nulla, fino al giorno in cui aveva preso da parte me e Leonardo, un bambino di Macerata da cui ero diventato inseparabile, e ci aveva raccontato di un gruppo di frati che molti anni prima erano rimasti bloccati dalla neve sulla collina. Si erano rifugiati in una caverna per aspettare i soccorsi che però non arrivavano. Quando le provviste si erano esaurite e i primi frati avevano iniziato a morire di freddo, i superstiti ne avevano mangiato i cadaveri. Nonostante quella scelta per cui a lungo avevano chiesto consiglio a Dio senza mai ricevere risposta, nessuno era sopravvissuto. Alla fine dell’inverno un pastore che portava le pecore al pascolo era entrato nella grotta e aveva trovato i resti dei corpi dei frati. La croce, ci aveva spiegato Max, era stata innalzata lassù per loro.

Non sono sicuro di aver mai creduto davvero a questa storia, ma è certo che da quel giorno il campo estivo aveva iniziato a essere per me un affascinante mistero. Ogni notte qualcuno di noi si svegliava e invocava la mamma, oppure sentivamo fuori dalla foresteria i rumori degli animali che si aggiravano in giardino, richiamati dal bosco dai sacchi di spazzatura con gli avanzi della nostra cena. C’era di che divertirsi e di che stare in guardia. Non potevamo chiamare i nostri genitori in qualsiasi momento. Nessuno aveva ancora un telefono cellulare e l’unico posto da cui potevamo chiamare era la cabina del bar del paese. Ognuno di noi aveva in dotazione una scheda telefonica che custodiva come un amuleto. Eravamo soli e affidati a estranei, e da qualche parte sulle colline i fantasmi dagli occhi rossi dei monaci morti ci guardavano da lontano.

È stato in mio onore, e in onore del mio interesse per quelle storie, che Max ha deciso un giorno di interrompere la lettura serale del libro che ci sottoponeva tutte le sere (di cui non ricordo nulla) per deliziarci con qualcosa di nuovo. Storie spaventose, ci aveva detto. Le leggo solo a voi bambini perché le bambine hanno paura. Così si era accomodato come ogni sera sulla seggiola al centro della camerata buia, aveva acceso una torcia e l’aveva puntata sulle pagine di un librone aperto a metà. Il racconto che ascoltammo quella notte era La maschera della morte rossa e il suo autore Edgar Allan Poe, ci aveva detto Max, era entrato a mezzanotte in una locanda urlante di Baltimora e non ne era mai più uscito. La voce dell’unico adulto in uno stanzone pieno di bambini con gli occhi spalancati aveva iniziato a raccontare la storia del principe Prospero e della tremenda pestilenza, la Morte Rossa, che sconvolgeva il suo regno; della decisione di Prospero di riunire in un’abazia fortificata («Come questa, aveva aggiunto Max») tutti i suoi amici e alcuni buffoni e giocolieri per aspettare al sicuro e senza annoiarsi che la malattia evaporasse e nel regno tornasse la quiete. Nel racconto venivano descritte nei particolari tutte le sette stanze dell’abazia. Una dopo l’altra vedevamo scorrere sul soffitto buio sopra di noi la stanza azzurra, quella porpora, quella verde, quella arancione, la stanza bianca, quella viola e l’ultima, la stanza nera, che aveva i vetri delle finestre rossi e un grande orologio a pendolo d’ebano i cui rintocchi risuonavano anche nella nostra camerata e si perdevano nelle strade del paese. A quel punto un bambino, che dormiva ad alcuni letti di distanza da me, in fondo alla camerata, aveva chiesto che fine avrebbero fatto tutti gli altri, i contadini che non erano stati invitati arifugiarsi con il principe nell’abazia. Max aveva risposto che il punto della storia stava proprio lì, che dovevamo avere pazienza e ascoltare. Una sera Prospero aveva organizzato una lussuosa festa in maschera per sollevare gli animi. Per tutta la sera l’abazia si era popolata di creature fantastiche che sembravano essere arrivate lì da ogni angolo del mondo o fuoriuscite dalla mente complessa di un allucinato. A mano a mano che la descrizione del ballo in maschera proseguiva, nella forma dondolante della voce di Max, tutti noi ci trasformavamo in ospiti di quel carnevale. Stesi sui materassi in realtà danzavamo e solo quando la pendola dell’ultima stanza, con i suoi rintocchi, ci traghettava verso una nuova ora, chiudevamo gli occhi e restavamo immobili, in attesa che la musica riprendesse. A mezzanotte, però, al suono dell’orologio davanti a noi era apparsa una maschera che nessuno aveva notato, un volto né di uomo né di donna, una faccia insanguinata e in rovina, e un soffio di vento intruso aveva spalancato una delle finestre della camerata. Era la Maschera della Morte Rossa. Quel viso non portava nessun trucco ed era il viso di tutti coloro che il principe Prospero aveva lasciato fuori, abbandonati alla notte. Non potevamo dire che fosse vivo o morto. Era certo che stava in piedi e che, mentre impallidivamo, la Maschera dello sconosciuto avanzava lungo le sette sale, tra due argini di folla. Il principe si era lanciato al suo inseguimento e l’aveva raggiunta nella sala nera, ai piedi della pendola. Poi era crollato sul pavimento. Il rumore della sua spada che rimbalzava sul marmo aveva attraversato le sette sale come un grido. Solo allora gli invitati erano accorsi, in tempo per vedere il principe morto e lo sconosciuto dissolto nel nulla. Per quanto riguarda la nostra camerata, invece, quella sera alcuni di noi rimasero svegli a lungo, a guardare l’ombra di un sudario camminare tra i letti a castello. Potevamo sentire il suo sussurro che ci augurava la buonanotte, uno a uno, chiamandoci per nome.

Lo sento ancora, di tanto in tanto, dire il mio e poi andarsene, passare dalla settima stanza all’ottava, quella di cui nessuno conosceva l’esistenza e di cui da allora, piccolo prigioniero di un campo estivo, cerco ancora l’accesso. Quando mio padre venne a prendermi, una settimana dopo, non avevo voglia di unirmi agli altri che protestavano per la mancata assegnazione del premio alla squadra vincitrice del campo. Li guardavo e sentivo che avrei avuto nostalgia di loro, ma soprattutto volevo a tutti i costi tornare a casa per farmi comprare lo stesso libro che Max ci aveva letto sotto la luce della torcia. Mentre salivo in macchina ho dato un’ultima occhiata alla croce sulla collina, poi ai miei compagni che ancora aspettavano che i loro genitori arrivassero per portarli via. Non ho mai rivisto nessuno di quei bambini.

***

Luciano Funetta (1986) fa parte del collettivo di scrittori TerraNullius. Ha pubblicato il romanzo Dalle rovine (Tunué, 2015) e racconti e articoli su numerose riviste.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...