Libri tanto amati: Francesca de Lena e Richard Yates

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(Foto di Francesca de Lena)

Per molto tempo ho amato leggere solo i racconti, poi ho trovato Revolutionary Road di Richard Yates e ho capito che avrei potuto amare anche i romanzi.

Di seguito, una lista inesaustiva di cose che mi sono successe con questo libro tra le mani e, in mezzo, il motivo per cui non credo che la letteratura cambi la vita, ma solo la forma che le si dà.

  1. Prima di Revolutionary Road ero meno donna. Perché leggevo Carver e leggevo Cheever e leggevo anche Flannery ‘O Connor e in ogni caso lo sguardo sulle donne mi sembrava implacabile (erano lamentose, poco istruite, si lasciavano andare al caso e, anche quando forti, combattevano per la battaglia sbagliata). Ma April di Revolutionary Road no. Lei è infantile e inquieta, ma ha ragione da vendere. E mi dispiace per Frank, lo so, lui ha i suoi motivi, e la sua sensatezza, e non è assurdo quello che fa, ma ha sbagliato tutto, una cosa dopo un’altra. Io sto dalla parte di April non perché April sogni, ma perché è più intelligente di lui; e intendo un’intelligenza logica, quella del: cosa ci può far diventare più felici? – che è l’unica logica che conti.
  1. Prima di Revolutionary Road il modo di chiudere le cose nella vita e nella scrittura mi sembrava importante, dopo ancora di più. Si sa che se vuoi imparare a scrivere finali memorabili non sono i romanzi che devi leggere, ma i racconti. Quei tagli netti e improvvisi che ti suggeriscono la domanda “Ma come, finisce così?” e ti rispondono subito: “Sì, certo: che altro dovrebbe succedere?”. Ho cambiato molte case, e di ogni casa quello che ricordo non è mai il primo giorno in cui sono entrata, ma quello in cui sono uscita. La volta che ho salutato il profilo maestoso di Ischia perché non l’avrei più rivisto, le volte in cui ho chiuso la porta della casa dove non dormivo mai perché di notte succedevano cose terribili e di quella in cui ho accolto mio figlio appena nato. Per me chiudere è il vero “atto” dell’esistenza e i romanzi, al contrario dei racconti, mi pareva, chiudevano sempre in punti imprecisati, magari belli, ma di una bellezza come tante altre. Revolutionary Road, invece, chiude come si chiudono i racconti: con una zoomata su un personaggio di secondo piano che impersona tutto quello che è successo fin lì. Quello che succede fa così male che per uscirne si può solo spegnere tutto, e Yates lo fa attribuendo un gesto piccolo a un uomo di scarsa importanza: “Ma da questo punto in poi Howard Givings udì soltanto un tonante, piacevole mare di silenzio. Aveva spento l’apparecchio acustico”. Fine, non c’è altro da dire.
  1. Con Revolutionary Road non ho avuto paura di innamorarmi di un romanzo d’amore. La materia di cui è fatto è così spessa, e così multiforme, che in ogni momento potrei dire che lo amo per quello che insegna sulla scrittura, o per quello che mostra della psicologia di coppia (Che infinita distesa di benessere, che abbondanza di pace, in quella capacità, che si era appena scoperta, di definire e individuare i dati di fatto delle loro due distinte personalità – questi sono affari miei, questi altri affari tuoi. Le difficoltà degli ultimi mesi li avevano costretti ad attraversare ciascuno una propria specie di crisi; ora se ne rendeva conto. E quella era la loro convalescenza, durante la quale un certo distacco nei confronti dei problemi dell’altro era senza dubbio abbastanza naturale, con tutta probabilità anche un buon segno) o perché mette in luce – non “denuncia”: le denunce le fanno i romanzi mediocri – questioni che non hanno tempo, come il nostro dover lavorare, anche a costo di essere insoddisfatti ogni giorno e di trasformarci in persone come le altre, quando invece eravamo speciali.
  1. Revolutionary Road mi ricorda che essere sola non ha valore negativo o positivo: è solo una condizione. Sono figlia unica e lavoro come free lance: nel privato e nel pubblico, quindi, ho sempre trascorso molto tempo senza altre persone. Non ho mai dato grandi significati a questa cosa e ancora adesso non li do. In questo caso Revolutionary Road non ha cambiato niente nella mia percezione delle cose, se non farmi molto spesso ricordare di questo passo: “Ma ormai April non aveva più bisogno di alcun consiglio né di alcuna istruzione. Era calma e tranquilla, ora, sapendo quel che aveva sempre saputo, quello che né i suoi genitori né zia Claire né Frank né chiunque altro avevano mai dovuto insegnarle: che se si vuol fare qualcosa di assolutamente onesto, qualcosa di vero, alla fine si scopre sempre che è una cosa che va fatta da soli.” E non è esattamente questo che la letteratura deve fare? Ricordarci delle cose?
  1. Di Revolutionary Road ammiro i dialoghi e le scene, il carattere dei personaggi e il ruolo che rappresentano, ma soprattutto ammiro la sua verità. Richard Yates prende una storia e attraverso quella rappresenta la sua verità sul mondo, una verità che potrebbe trasportarsi ovunque, dare forma a nuove storie o a nuove, indefinite, cose. Dare una forma alle cose significa guardarle in un certo modo. Se il modo in cui le guardi non viene fuori, allora non è pronto, o tu non sai di cosa parli (o scrivi), oppure hai bisogno di capire in cosa credi. La verità non è una cosa oggettiva assoluta, ma è una cosa oggettiva per ognuno di noi, la nostra “idea di controllo” (per rubare il termine alla sceneggiatura) e se non ne siamo consapevoli, e se non ci facciamo spingere da lei, non saremo dei bravi raccontatori quando scriviamo e non saremo delle persone oneste mentre viviamo.

***

 

Lettrice professionale, editor, scouter free lance e indipendente.

Se hai bisogno di consigli o di una guida per scrivere/riscrivere la tua storia mi trovi su http://www.ilibrideglialtri.com

Se credi nel tuo progetto narrativo e vuoi provare a vedere se ci credo anch’io al punto da presentarla a editori e agenti puoi scrivermi a francescadelena@gmail.com

Collaboro con la The Italian Literary Agency e la BookMark Literary Agency.

Ho una rubrica di valutazione inediti sulla rivista di critica letteraria Satisfiction.

Progetto e conduco Ipotesi di Romanzo: laboratorio di accompagnamento alla scrittura a Napoli.

 

 

 

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