Marco Montemarano: Un solo essere

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Una persona, la ‘tua’ persona, muore. Muore perché qualcuno, senza motivo, l’ha uccisa. Quella persona manca, non la vedi più, non la senti, i suoi odori sono perduti, come la materia sonora della sua voce. Un solo essere di Marco Montemarano affonda nella testura porosa dell’assenza, e lo fa in maniera perentoria, illuminata, con quel risalto disarmante che non è chiaro a nessuno finché qualcuno non te lo sbatte in faccia. Di lì si apre un mondo. Accade tra le pagine del romanzo, che si sfogliano una via l’altra con la maestosa certezza di stare facendo dei passi irrevocabili verso il fuoco della questione. Questa: l’assenza della ‘propria’ persona – un amore, un genitore, un amico glorioso – non è semplicemente un buco, un vuoto, una frattura al centro di un disegno rimasto immutato; no, quella morte è una scossa, magari breve, ma che “ribalta una cellula del cervello e poi pian piano tutte le altre come un domino”.

Siamo a Monaco, Martin Rössing e Natalia D’Orazio sono in bicicletta, i loro copertoni sibilano “sull’asfalto bagnato come se lo leccassero”. È sera, tardi. Martin viene ucciso a coltellate mentre tenta di difendere Natalia, la sua ragazza, dalla grottesca offesa ricevuta da uno sconosciuto, avvolto nel buio. Non fa in tempo a terminare di sentire i brividi che le corrono la schiena, non fa in tempo a riaversi dal ribrezzo provato nel sentirsi sputare in faccia, che Natalia scorge il corpo del suo Martin sussultare dentro agli ultimi battiti di agonia. Da quell’istante, il domino parte, tutto si ribalta. Ma non è la sola esistenza di Natalia a essere sconvolta; la potenza del racconto di Montemarano sta nel mostrarci che le proprie pedine scosse dal dolore cozzano contro quelle dei dolori altrui. Così la storia di Natalia si intreccia – in una sorprendente coesione narrativa – con le storie di Alexander e di Massimo: il primo è un professorone di Storia tardo antica all’Università di Erlagen, all’apparenza tanto privo di sensibilità da parere una statua; Massimo, la voce narrante, è il suo amico-studente-confidente, coperto di tatuaggi e di piercing, colui che fin dalle prime pagine del libro è destinato a ricondurre Alexander “nel luogo in cui tutto è finito e tutto è iniziato”.

Ma facciamo un passo indietro: Natalia, studentessa di origini abruzzesi, è una dottoranda di Alexander. Massimo – la cui città natale è invece Roma – stringe una bella amicizia con Natalia. Insieme, loro tre, formano una piccola tribù, il segreto è che in pubblico parlano in tedesco ma tra loro è l’italiano la lingua per dire tutto. Natalia – finché non capita la tragedia – è una ragazza speciale e splendidamente sicura di sé, Massimo un giovanotto le cui apparenze sono assai ingannevoli, Alexander è un mistero. Un mistero per chi gli sta intorno, un mistero per il lettore. La sua storia corre accanto a quella di Natalia. In maniera impressionante.

Le indagini iniziano, la polizia segue delle tracce, forse chi ha ficcato la lama nella carne di Martin è un neonazista, forse un tossicodipendente strafatto di metamfetamine o forse un cittadino al di sopra di ogni sospetto “che fa amicizia con il suo coltello da cucina”. La morte, comunque e sempre, scombina le carte in tavola e, mano a mano che esse si voltano, mostrano la loro faccia tragica, ma anche assurda, grottesca, atroce. Chi resta deve non solo difendersi ma resistere: resistere alle proprie disperate e inutili autodifese, resistere a ciò che ci vuole sovrastare sotto forma di paure di “qualcosa di grande e di ineluttabile”. Così è per Alexander bambino quando, all’interno di una comune anarchica, tentano di liberargli il corpo dal proprio io e di applicargli una vomitevole maschera di nessuno; così è per Natalia quando rischia di farsi contagiare dalla follia del mondo e dalla visionaria avidità della sua stessa sofferenza.

Con una lingua apparentemente piana, nella quale però, all’improvviso, si aprono squarci di vigile lucore (“Il Mare Adriatico era scuro. Pareva una macchina di ferro. Una macchina per fabbricare le onde che venivano a depositare il loro cristallo sgretolato tra gli scogli”), il testo procede per sfasature, affonda nel passato e riemerge con potenza al presente, disegna un tessuto vitale dove si intrecciano, quasi per miracolo, le cose che possono tornare a essere come prima (suscitando una aurorale commozione) e quelle che invece non possono.

Natalia alla fine torna indietro, ricomincia da capo, così come lo fa Alexander, entrambi ripopolando il loro mondo, entrambi riprendendo a respirare. Tutti e due fanno di questo romanzo una piccola epopea del presente, l’immagine di eroi intenti a riparare “l’errore di credersi immortali” con una invincibile determinazione, l’avventura di rimettere insieme i due dolorosi pezzi in cui la loro vita è stata spezzata.

Reecensione apparsa per la prima volta su Satisfiction: http://www.satisfiction.me/un-solo-essere/

 

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