Viola di Grado, Bambini di ferro

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Viola Di Grado, Bambini di ferro, La nave di Teseo, pp. 249, € 18

Una voce narrante – suo malgrado – inumana racconta la vicenda di Sumiko, che ha perduto i genitori in un incidente stradale a soli cinque anni, e della ventottenne Yuki Yoshida, alle cui cure la bimba è affidata. Viola Di Grado ci immerge in un Giappone del futuro prossimo, un tempo in cui alla barbara spontaneità dei desideri, alle maternità gualcite, alle presunte oscenità dell’affetto si sostituisce la pratica dell’Accudimento Artificiale: “i bambini difettosi sarebbero diventati adulti funzionali, il mondo sarebbe stato migliore”; il tutto grazie alle Unità Materne il cui “amore era un sistema algoritmico programmato da un’équipe di tecnici, monaci buddhisti di tre scuole diverse e psicoanalisti europei. Il suo amore era basato su una rappresentazione affettiva del mondo che aveva come unici abitanti madre e bambino”.

Accade però l’irreparabile: colpite da un pugno di hacker, le madri virtuali impazziscono e bombardano i bambini con dati angosciosi; i piccoli contaminati diventano issendai, i “desideranti”, giovani menti umane “composte solo di bïja negativi, rovinate e bisognose”. Yuki è stata una di loro, la sua Unità materna dal petto “di un bianco fitto e luminoso come l’interno di una conchiglia” viene distrutta quando ancora lei è bambina. Della madre artificiale conserva un dito indice recuperato a una discarica. Tra la Yuki adulta – occupata nell’Istituto Gokuraku per accudire i bambini difettosi – e Sumiko corre un filo invisibile ma teso. Le due, nonostante le loro espressioni siano apparentemente vuote e rigide come cortecce, si capiscono. Yuki – disumanizzata dalla rigidità della direttrice dell’Istituto, Sada Nishihara – inizia a riprendere contatto con la vita grazie alla piccola Sumiko, grazie al suo “odore di essere umano allo stato brado”. La frattura tra un passato in cui “la cura dei figli” appariva “intrisa di disperazione” e un futuro fatto di presunzioni tecnologiche e illusioni paramaterne non solo si configura come questione privata nel personaggio di Yuki ma permea di sé un’intera società, la nostra prossima futura, in cui davvero incombe il rischio d’affidarsi totalmente alla tecnologia: che nega l’imprevisto, che processa le reazioni emotive in canali standard, che rende l’essere umano non solo peggiore ma più debole. Perché non si fida più di se stesso.

L’uomo ha bisogno di aver fiducia nelle proprie capacità, di affrontare i propri limiti, di sapere chi è. Altrimenti da pagare è lo scotto di una sempre più ardita lesione tra esterno e interno (molti gli esempi di questo contrasto difensivo tratti dal mondo della natura: il bozzolo dei bachi da seta, le perle dei molluschi, la corteccia degli alberi). Spinta dalla selvatichezza di Sumiko, Yuki supera in lotta questo dissidio, prova il recupero emotivo, torna a sentire con la mente e con il corpo. La storia di Yuki scorre allora parallela a quella di Buddha, anch’egli una sorta di orfano issendai incapace di gestire il proprio corpo a petto di una mente dalla possanza infinita; l’anima onnisciente di Buddha trova nel Corpo il proprio limite e la propria difesa. Ma si perde qualcosa. Viola Di Grado racconta questo scarto, narra l’inevitabilità del reale, parla a noi uomini due punto zero inabili ormai a odorare i nostri umori perché ne abbiamo paura. Il contrasto interno-esterno, corpo-mente non può che consistere per l’uomo in un ritorno, non necessariamente risolutivo, alla realtà, alla corporeità – il corpo serve a ingoiare il mondo e a restituirlo in forme accettabili – perché solo lì si scorge la propria misura. “E gli esseri umani si trovarono soli per sempre con se stessi”.

Recensione apparsa per la prima volta su l’Unità, il 25 luglio 2016

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