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Il benemerito Adriano Mazzoletti, dopo aver divulgato il jazz per radio e dopo aver scritto una monumentale storia del jazz italiano in tre volumi dalle origini al 1969 (e si spera possa continuarla, magari con l’aiuto di qualche giovane e con taglio regionale, visto l’accavallarsi delle proposte musicale nei tempi più recenti), prosegue con una propria etichetta discografica, riscoprendo tutto quanto prodotto in Italia, sempre nell’ambito del jazz puro, su dischi a 78 giri, spesso rarissimi (senza matrici originarie e talvolta in condizioni pietose, in quanto giacenti spesso in collezioni private), ma meritevoli di ristampa per obiettive questioni di completezza storica. Al momento la collana ‘Jazz In Italy’ qui sottotitolata ‘In The 40s & 50s’ è quasi arrivata, grazie a questo ventunesimo album – il cui titolo Beginning Of Modern Jazz In Milano (Riviera Jazz Records) nella nostra lingua suona come ‘Origini del jazz moderno a Milano’ – a metà dei Fifties con sei diverse session per altrettanti gruppi: ADJ Amici del Jazz Milano (1949), Sestetto Be Bop (1950), ADJ Amici del jazz (1951), Oscar Valdambrini e il suo Quintetto (1952), Gianni Basso e il suo Quintetto (1952), Gianni Basso Quartet (1954). I protagonisti di ben 23 brani sono nomi destinati a fare la storia del jazz o della musica leggera italiana nel secondo Novecento: oltre i citati Basso e Valdambrini (che assieme fonderanno di lì a poco un Sextet di fama europea, attivo per oltre un ventennio), sono infatti da ricordare almeno Gianfranco Intra, Glauco Masetti, Giulio Libano, Flavio Ambrosetti, Gil Cuppini, Franco e Berto Pisano, Piero Umiliani, a dimostrazione di una stagione felice, magari ancora legata indiscriminatamente ai modelli statunitensi, ma già vogliosa di entrare nell’ottica del jazzman ricercatore. Per l’epoca questo ‘modern jazz’ suscitava orrore, scandalo, diffidenza, giacché ritenuto ostico, intellettuale, difficile rispetto a quello prodotto dalle orchestre swing o dai gruppi dixieland, così come a New York Charlie Parker e Dizzy Gillespie ‘facevano paura’ se paragonati ai ben più ‘tranquilli’ Louis Armstrong o Duke Ellington. Ma se oggi si ascoltano tanto gli standard quanto gli original, ottimamente compensati nelle scelte dei jazzmen tricolori, si capisce come allora questo nuovo sound milanese anticipasse già il grande sviluppo della musica afroamericana nel nostro Paese a livello sia stilistico sia culturale.

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