Caroli e i segreti insondabili del visibile

sguardo
L’ipotiposi è la descrizione di un’immagine fatta con parole tanto vivide da indurci a credere di avere sotto gli occhi quasi la cosa stessa. Nel nuovo romanzo per immagini dello storico dell’arte Flavio Caroli, Voyeur. I segreti di uno sguardo (Mondadori,pp. 135, euro 15), accade che l’ipotiposi diventi un gioco al quadrato dove l’arte, l’artificio e il virtuosismo della vista e della parola si intrecciano indissolubilmente. Il lettore afferra tra l’inchiostro le visioni, quelle che il protagonista, Fabrizio, destinato a diventare un fotografo di professione, fissa al di qua dell’obiettivo e che il narratore a sua volta – talora magistralmente – restituisce nette e presenti. I temi sono quelli dell’eros e della guerra declinati in cinquanta brevi capitoli che conducono il protagonista, come in un Bildungsroman, alla ricerca del controllo assoluto del proprio sguardo, alla depurazione dell’occhio che osserva e tenta di ordinare il caos che ci circonda. Le vicende corrono dal 1961 – Fabrizio è un sedicenne ancora acerbo – ai giorni nostri; i luoghi sono quelli della grande e della piccola storia, degli intimi spazi famigliari e di certi terribili teatri bellici degli ultimi quarant’anni, la Cambogia, la Jugoslavia, la Cecenia. Ciò che il fotografo nel suo girovagare impara è molto ma non è sufficiente: apprende a cogliere istantanee che aspirino all’eternità, a inseguire scatti che anticipino il futuro e visioni che presagiscano il peso delle immagini stesse. Capisce ancora che certe fotografie sono tutto ciò che resta della vita, sebbene talvolta occorra derogare a quelle che ci vogliono far prigionieri. Ma infine gli sforzi di Fabrizio sono fallimentari: «non potendo raddrizzare il mondo, aveva deformato se stesso, per non lasciare alcun centimetro scoperto ai colpi degli avversari e della vita». Egli ama il gran teatro del mondo, lo adora al punto da rinunciare, al termine dei propri giorni, a quell’esattezza dello sguardo da sempre inseguita. Morendo annuncia perciò l’insufficienza della vista, incapace di dare forma all’informe, perché forse «non c’è nulla di più astratto del visibile» e «il senso della vita coincide semplicemente con ciò che accade».
Articolo apparso la prima volta su l’Unità, il 21 febbraio 2014: http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2615000/2614652.xml?key=Giacomo+Verri&first=1&orderby=1&f=fir
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...