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di Vittorio Giacopini

C’è un vecchio, all’inizio, che parla e ricorda e constata amaramente un fallimento o, quantomeno, un attenuarsi dell’epica, uno sbiadire del grande Mito della Liberazione, l’annacquarsi di quell’atto fondativo in rituale. Ma il primo di questi Racconti Partigiani trae in inganno. Giacomo Verri – dopo il notevole esordio di Partigiano Inverno – torna negli stessi luoghi, la Valsesia, e al suo grande tema – la Resistenza – con uno sguardo sgombro dalla retorica. Scrittore di rango, e con uno stile oggi più nitido e più terso, Verri scrive un omaggio ai partigiani che è anche un tentativo (riuscito) di cogliere uno snodo del tempo storico tremendante difficile e complesso dove tutto il bene e tutto il male d’Italia si sono incrociati. E lo fa senza pose manichee (e senza alcuna concessione al revisionismo). Se uno dei suoi personaggi confessa con lucidità che la fine dell’avventura partigiana è stata come un po’ smettere di vivere o di “fumare”, in questi racconti entrano anche altre voci e sensibilità diverse, più complesse e giustamente più ambigue, e sorprendenti. Il racconto centrale del libro – la lunga fantasia di Vene sottili e petali di rosa – mette in scena l’amore tra una sfollata ebrea e torinese, una cittadina, e un partigiano dei boschi, ma l’intuizione decisiva è farla raccontare questa vicenda da un bambino. Sebastiano (si chiama come il “gallo” di Ada Gobetti), è perso tra sogni, allucinazioni, prospettive sfalsate e progetti atroci. Il raccapricciante e insieme poetico finale di Vene dischiude un mondo. Negli altri racconti, l’elemento essenziale è un gioco di rimandi lucido e vorticoso tra il passato e il presente. Per esempio in Parlo di Boezio, Verri tratteggia il ritratto di uno che chiusa l’esperienza partigiana non si è mai ritrovato e lo fa con affetto e rispetto, ma anche senza rinunciare al dovere del giudizio. Quell’uomo, che è stato certo un eroe, è anche uno “stupido”. Verri condensa in poche battute un giro di pensieri e di impressioni che valgono più di parecchi trattati storiografici: Boezio «è stato anche un uomo stuido, credeva che nulla dopo la sua resistenza partigiana avesse avuto valore. La storia per lui andava al quarantré al quarantacinque. Il resto era una postilla». Ecco, forse il principale valore di questo gran bel libro di racconti è ricordarci che all’ombra della sua pagina migliore – la Resistenza – la storia italiana non è stata soltanto una “postilla”. E questo nel bene e nel male, naturalmente.

Articolo apparso per la prima volta sul Domenicale del Sole 24 ore, il 26 aprile 2015

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