I dischi di Guido Michelone: Rivers, Holland & Altschul

Reunion

Sam Rivers muore nel dicembre 2011 all’età di ottantotto anni: con lui se ne va una grossa fetta di storia jazzistica legata soprattutto alla neoavanguardia che, nel caso di questo polistrumentista nativo di Enid (Oklahoma), ha da sempre il costante merito di evitare ogni autocelebrazione, persino quando il 25 marzo 2007 si trova assieme al contrabbassista Dave Holland e al batterista Barry Altschul a rifare, dopo un quarto di secolo, il trio forse più emblematico – per impegno, estro, costanza, inventiva – dell’intera epoca sperimentalista (Reunion: Live In New York, Pirecording). Sono gli anni Settanta, la new thing ormai storica (Ornette Coleman, Albert Ayler, Sun Ra, Archie Shepp) lascia posto, nel campo della black music di estrema ricerca, a un sound meno arrabbiato e più strutturale che ha due sostanziali epicentri: da un lato l’AACM di Chicago con Anthony Braxton, l’Art Ensemble, Leo Smith, dall’altro la scena loft newyorchese, dove il locale più frequentato dagli artisti è un ex magazzino che Rivers con la moglie Beatrice affitta a poco per farne un luogo d’incontro collettivo: lo Studio Rivbea – questo il nome – diviene infatti il simbolo di una stagione culminante in un free jazz denominato ‘creative music’, dove nasce l’idea di una ritmica (tra l’altro bianca) che interagisce in lunghe sequenze di un’unica ininterrotta performance in cui solisticamente cambia via via lo strumento (sax tenore, sax soprano, flauto, pianoforte), qui impiegato dal solo Rivers. Ecco quindi, per coronare il Sam Rivers Festival organizzato dalla stazione radio WKCR, che nel Miller Theatre della prestigiosa Columbia University si ritrovano Rivers, Holland, Altschul: due set e due dischi per un’ora e mezza di esibizioni totalmente improvvisate, senza titolo, ma tecnicamente scandite per comodità, nel CD, da nove tracce (Part One, Part Two, eccetera) relative al cambio di strumento da parte di Rivers; e, al di là delle diverse temporalità (i pezzi variano dai quattro ai sedici minuti) i tre jazzmen sembrano intendersi a meraviglia, come se non si vedono dal giorno prima e non invece da ben venticinque anni, con un leader ottantatreenne, giovanissimo nello spirito e nei risultati.

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