Libri tanto amati: Eleonora C. Caruso e Michael Cunningham

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(Foto di Eleonora C. Caruso)

Ho un’edizione economica di Le Ore che, come si conviene a tutti i libri regalati da persone molto care, conserva tra le sue pagine un biglietto d’auguri per i miei 18 anni. Mi era arrivato da Genova dentro una busta imbottita, l’ho aperto e l’ho letto seduta stante in un’unica tirata, interrotta da qualcosa come cinque pisolini. Pare un insulto, lo so, ma a me la buona letteratura concilia il sonno, e se consideriamo che al tempo soffrivo d’insonnia (adesso dormo poco e male, ma almeno dormo, grazie dell’interesse) potete farvi un’idea di quanto amai quel libro. C’è una citazione che ancora adesso mando a memoria, dice così: “Si sente una donna strana, potente e squilibrata come si dice siano gli artisti, piena di visioni, piena di rabbia, impegnata soprattutto a creare… cosa? Questo. Questa cucina, questa torta di compleanno, questa conversazione, questo mondo tornato alla vita.”

Tutto questo preambolo, e Le Ore non è neanche il mio Libro Tanto Amato. È tra i più amati, però, senza alcun dubbio, anche perché feci una tale testa al mio ragazzo che lui non solo lo lesse, ma dopo averlo fatto sfruttò il suo status privilegiato di cittadino milanese per andare in una vera libreria (io vivevo nell’estrema provincia, il concetto di “libreria” passava per gli espositori di Harmony in cartoleria) a comprare gli altri due romanzi di Michael Cunningham, entrambi precedenti a Le Ore: Una casa alla fine del mondo e Carne e sangue.

Una casa alla fine del mondo mi piacque moltissimo. Su Carne e Sangue, che dire. È stato Quel Libro, sapete, quello che lo aprite e dopo dieci righe state già pensando: “Oddio, ti ho trovato! Questo è esattamente quello che volevo leggere!”.

Carne e Sangue è la storia della famiglia Stassos. C’è il padre Constantine, un immigrato greco, la madre Mary, un’immigrata italiana, e i tre figli Susan, Billy e Zoe, la prima generazione nata in America, con tutti i benefici e le difficoltà del caso. Difficoltà che si portano dietro per tutta la vita, e si intrecciano a quelle diverse e simili dei genitori, in quell’amalgama di soffocante e sofferente affetto che sono le famiglie, un affetto che spesso somiglia al ricatto. È questo che ho amato, e che amo tutt’ora, di Carne e Sangue. Amo che gli Stassos non siano particolarmente felici, ma neanche particolarmente infelici, in fin dei conti. Amo il modo in cui, senza clamori, Michael Cunningham descrive il modo in cui i membri di una famiglia si legano così strettamente uno all’altro da non potersi mai dire davvero liberi dalla mitologia del passato.

Le famiglie condividono ferite. Alcune sembravano mortali e non lo sono state, ma non se ne guarisce mai del tutto. La cicatrice che rimane da quelle ferite, volta dopo volta, è il resto della vita.

Michael Cunningham cuce tra loro i suoi personaggi a qualsiasi livello, psicologico e narrativo. Si separano spesso, a lungo, ma rimangono intessuti insieme, sono davvero uno la carne e il sangue degli altri. È questo che non ho più trovato in nessun altro libro, qualcosa che da lettrice mi stupisce, e da scrittrice mi fa invidia. Una cucitura così fitta.

***

Eleonora C. Caruso scrive di cultura pop per Wired e altre riviste. Il suo primo romanzo, Comunque vada non importa, è stato pubblicato nel 2012 da Indiana Editore, mentre il suo primo fumetto, SchooRA, verrà pubblicato da Shockdom nel 2017. Guarda troppi cartoni animati.

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