Libri tanto amati: Elisa Ruotolo e I Fratelli Karamazov

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(Foto di Elisa Ruotolo)

Un libro senza fondo: I Fratelli Karamazov

“Oh, non credete all’unità dell’uomo.”

F. M. Dostoevskij

 

In generale sono gli avvenimenti feroci a cambiarti radicalmente la vita, oltre ad essi – se sei fatto del materiale giusto – riescono in questo anche i libri. Gentili in apparenza, sommano con naturalezza la loro vita alla tua, e non sempre un essere umano può sopportare un affronto simile. Ora che la corda della mia vita comincia ad allungarsi e nel contempo a tendersi, posso dire che la presenza costante dei libri nel quotidiano (non solo come ingombro di svariate pareti domestiche) ha fatto di me una persona diversa. Non so se migliore, ma sicuramente dissimile da ciò che sarei stata se avessi gestito in altro modo i miei spazi parietali e i miei tempi. Se mi siedo a osservare gli scaffali riesco a ricordare quel che ho fatto o che mi è capitato negli anni (non molto, in verità, e non so distinguere tra il bene o il male di questa confessione) a partire dal libro che avevo tra le mani. Leggevo Dumas la prima volta che presi l’autobus da sola per andare a scuola; Dickens la sera precedente la mia prima versione di greco; Il Grande Gatsby lo incontrai a nove anni in un autogrill, la volta che andavamo a Roma tutti insieme e guidava ancora mio padre, lui che adesso ha bisogno di me per farsi strada. Ora i libri occupano il mio posto di bambina sul sedile posteriore, si infilano negli spazi che l’adultità lascia ancora liberi, assottigliano il tempo delle notti. Mi chiedono di fare in fretta a trovarli o a incontrarli ancora, perché la corda è quel che è, e bisogna fare un buon uso della sua lunghezza. Tra i molti libri amati ce n’è uno che mi segue da sempre, che riprendo in mano ciclicamente, che rileggo a brani o meticolosamente con gli occhi di chi cerca ancora di capire. I fratelli Karamazov di Dostoevskij non credo mi abbiano cambiato la vita (l’espressione sa di concluso, di archiviabile ed è l’unica cosa che questo libro non permette), ma che piuttosto me la stiano cambiando anche adesso che ne scrivo e continueranno a farlo ogni volta che avrò il bisogno di abitare quella storia.

È un romanzo eccessivo, debordante, a volte mi domando quale destino avrebbe avuto se gli fosse capitato di venire a luce in questo nostro tempo, fatto di semplificazione, di immediatezza, e di messaggi intellegibili in simultaneità con i tempi di lettura. Di chiarezze che sanno di tenebra o di deformità scambiate per bellezza, come direbbe Čechov. Comunque sia, in questo deserto morale ed emotivo in cui, con i dovuti e benedetti distinguo, prendiamo siderali distanze dal dolore e da quel che siamo nonostante la pretesa di essere umani, leggere I Karamazov diventa un modo per esaudire il nostro bisogno di verità. Per chi cerchi la pace, la quiete, il risarcimento da un presente che molesta, Dostoevskij è certamente controindicato. Lui non metterà mai il lettore in una posizione comoda, non lo conforterà con l’idea di un bene attingibile alla nostra natura; i suoi personaggi non sono miti e conseguenti; le innocenze non sono immuni dalla corruzione, come del resto la depravazione non esclude bagliori di santità.

Dostoevskij non darà pace perché nessuno può rendere all’altro ciò che non possiede. Basta scorrere la sua biografia per capire che il destino gli fu prodigo di talento ed eccezionalità, ma gli sottrasse il resto. Visse l’esilio e la miseria, i lutti e i debiti; contrasse il suo primo matrimonio quasi per un fanatico bisogno di scendere al fondo (“fu un’oscura tragedia del sacrificio” scrive Stefan Zweig); verrà arrestato per cospirazione, rinchiuso per mesi nella fortezza di San Paolo e, in un procedere a dir poco kafkiano, condannato a morte. La grazia arriverà solo dopo aver indossato la camicia mortuaria e aver sentito il rullo dei tamburi annunciare l’esecuzione. La sua natura già esagitata e incline alle allucinazioni troverà il suo sfogo solo allora, perché neanche l’infermità gli sarà risparmiata. O forse sì, se Dostoevskij deciderà di mutare in pepita la scheggia luminosa del suo male che, a ben guardare, era solo un coccio di vetro infilato nella carne: era epilessia.

Solo chi crede a dismisura riesce a mutare il male in bene senza accorgersi dello scambio o patirne: è la logica del martirio, che è nel contempo “testimonianza” e prova di un castigo subìto perché si è oggetto d’amore (siamo innanzi a uno dei basilari rovesciamenti prodotti dalla cristianità).

Dostoevskij ha vissuto tutto questo, quando ci consegna I Karamazov che non raccontano solo il parricidio, lo sgretolarsi del seno familiare, la tracotanza genitoriale. Raccontano anche il bisogno di credere e di dubitare, rispettivamente attraverso due personaggi indimenticabili: Alëša e Ivan Karamazov. Io ricordo soprattutto Ivan, benché rappresenti (e forse proprio perché rappresenta) la parte nera del romanzo, la coscienza dell’inconciliabilità tra il dolore del mondo e la misericordia divina. È davanti al male che colpisce l’innocente che la fede si incrina, si impenna, comincia a imbarcare acqua. È il corpo di un bambino naufragato e abbandonato su una spiaggia qualsiasi, come se dormisse, a far montare il dubbio e la rabbia: “Io voglio trovarmi lì, quando tutti, d’improvviso, verranno a capire perché il mondo sia stato tale qual è. […] Posto che tutti si debba soffrire, per comperare a prezzo di sofferenza la futura armonia,  che c’entrano però i bambini, me lo dici tu, per favore?” L’atroce domanda di Ivan Karamazov, è il quesito di ogni uomo innanzi al male ingiustificabile – forse più plausibile in virtù di una caotica casualità che presupponendo l’idea di Dio. Ivan è l’uomo dell’evidenza non dei dogmi (e noi tutti insieme – innamorati come siamo della superficie – non formiamo forse la civiltà delle cose visibili, più che di quelle invisibili?); è colui che mostra di conoscere più di altri la reale natura umana quando la definisce schiava e desiderosa di genuflessione, non di libertà. Il nostro presente, fatto di uniformità estremizzate in cui l’identità langue, e di schiavitù rispetto a strumenti di piacere e di controllo divenuti capillari (e possibili grazie ad internet), sembra dargli ragione.

Muoversi nell’opera di Dostoevskij significa perdersi nel labirinto di possibilità dell’umano, senza il conforto di alcun filo d’Arianna, e con la certezza che il Minotauro ci sia fratello, proprio nella sua natura dimidiata.

***

Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (Ce) dove vive tuttora. Insegna Italiano e storia in una scuola superiore. Ha esordito per nottetempo nel 2010, con la raccolta Ho rubato la pioggia (vincitrice del Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito). Nel 2014, sempre per le edizioni nottetempo, esce il suo primo romanzo Ovunque, proteggici (Selezione Premio Strega 2014 e finalista al Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane).

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