Noemi-Cuffia-Il-metodo-della-bomba-atomica-Liber-Aria-1000x600

Romanzo di amori favolosi, terribili e assoluti, di cotte adolescenziali voltate in tenere dedizioni, di tormenti disperati, di rimonte sfibranti, di esistenze marcate dai bizzarri ritmi del cuore. Lei è Celeste, lui è Leone, i protagonisti del libro d’esordio di Noemi Cuffia, Il metodo della bomba atomica (pagine 150, euro 15,00 LiberAria). È un pomeriggio d’ottobre del 1984 a segnare, quando ancora sono bimbi, l’inizio della loro amicizia e dell’affetto che li legherà in nodi definitivi. Gli adolescenti diventano adulti e l’amore si dimostra la variabile impazzita, quella che scardina il moto ordinato del cuore, quella che rende ciechi o veggenti, quella che inganna e sconvolge ogni metodo messo a punto per abbandonare le paure, per tornare a stare bene. C’è il metodo del jazz, quello della bellezza, il metodo della disciplina, quello della sospensione dei pensieri, il metodo del no, della ferita che si chiude, del maratoneta. È Leone a inventarli premurosamente per Celeste, la sua piccola Celeste di cui egli si prende cura come di una sorella: perché è fragile, perché soffre, perché è sfibrata dalle sofferenze di un’anima segnata da segreti inconfessabili e enormi. I suoi turbamenti riemergono dopo il ritrovamento di un cadavere nel lago artificiale del parco della Pellerina a Torino. Da lì inizia il viaggio a ritroso, il percorso a precipizio nelle latebre della coscienza di Celeste, mentre a lei non resta che galleggiare «nell’acqua della vita senza una direzione». Noemi Cuffia ci accompagna tra le malinconie di questa ragazza, i delicati tormenti, le malate passioni: quella per Umberto, l’altro uomo della sua vita, per i suoi «occhi blu scuro, iniettati di vene rosse come minuscoli rami di Bonsai, gelidi, marini», per la leviatanica bellezza al cui magnetismo lei non può sottrarsi. Ed è l’abisso. Celeste si perde, piange, si rannicchia nell’afflizione, vinta dalla vita e dalle passioni più grandi di lei; dirà: «non capisco cosa succede. Non l’ho mai capito. La vita mi supera, mi prende in giro. Mi inganna». Non c’è metodo che tenga, neppure quello della bomba atomica funziona. O forse sì, perché quel metodo non serve infine a cancellare il male di vivere ma a farlo esplodere, a nutrirlo così oltre misura da non poter più tenerlo a bada. È inutile che Celeste fugga dai pensieri, che fugga dall’amore, che fugga dalla bomba atomica; soffre per destino: «io vedo il dolore, ovunque. Sento il dolore degli altri dentro di me, diceva, toccandosi il cuore». E a quel punto non resta che lasciarlo deflagrare.

Recensione appasa per la prima volta su l’Unità, il 24 settembre 2013: http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2585000/2580055.xml?key=Giacomo+Verri&first=1&orderby=1&f=fir

Annunci