I dischi di Guido Michelone: Weather Report, Live In Tokyo

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Si potrebbe definire questo Live In Tokyo (Wounded Bird Records) come il Bitches Brew dei Weather Report, o meglio ancora il pendant espressivo dei tre Live che sempre Miles Davis registra dal vivo, due anni prima degli amici-rivali, nei mitici Fillmore di New York e San Francisco. Come le due pietre miliari del trombettista sono gli atti fondativi del jazzrock, così il terzo album del quintetto ‘bollettino del tempo’ – poco dopo gli studio album Weather Report e I Sing The Body Electric – inaugura in pubblico la breve, ma felice e intensa stagione in cui si sperimenta di tutto: il jazz va dunque a braccetto con il rock, non senza dimenticarsi delle martellanti free form e di un’elettronica dolcemente immaginifica. È il 23 gennaio 1972 quando alla Shibuya Kokaido Hall nella capitale nipponica si presentano in scena l’austriaco Joe Zawinul al piano elettrico, gli afroamericano Wayne Shorter ai sax tenore e soprano, ed Eric Gravatt alla batteria, il cecoslovacco Miroslav Vitous al contrabbasso, il brasiliano Dom Um Romão alle percussioni (tutti e cinque però attivi negli Stati Uniti) a dar vita a un set straordinario, ancor oggi non solo di valore storico, ma di estremo attualismo, che nulla ha perso della primigenia dirompente novità. Riascoltando il doppio CD (come in origine per il vinile) gli applausi tra un brano e l’altro sono tiepidini, forse perché il pubblico giapponese (peraltro onnivoro in fatto di jazz) non è, all’epoca, ancora abituato a tali sonorità mirabolanti e appunto originalissime. I cinque Weather Report sorprendono altresì l’audience per il modo in cui strutturano il concerto: sono ‘solo’ cinque pezzi, ma architettati in medley per durate che vanno dai dieci minuti alla mezzora; si parte infatti con la lunga suite Vertical Invader/Seventh Arrow/T.H./Doctor Honoris Causa (Vitous, Zawinul), si prosegue con l’impegnativa Surucucú/Lost/Early Minor/Directions (Shorter, Zawinul), si apprezza l’intermezzo Orange Lady (Zawinul), si va avanti con l’interessante Eurydice/The Moors (Shorter) e si termina con la vivace riassuntiva Tears/Umbrellas (Shorter, Zawinul). Come detto prima, la sintesi (o ‘fusione’, come si dirà qualche tempo dopo) è davvero mirabile: echi, accenni, passaggi di prog, psichedelismo, new thing, hard bop, modale, world music tra cinque personalità oltretutto eccezionali anche dal punto di vista solistico e improvvisativo.

 

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