14101909_10210245619561210_443900847_n

(Foto di Daniele Petruccioli)

«Nonnulla. I colpi che vossignoria ha sentito non erano rissa di uomini, no, Dio ne guardi».

L’inizio folgorante del Grande sertão di João Guimarães Rosa (Feltrinelli, traduzione di Edoardo Bizzarri) mi ha colpito tardi, nella vita. Avevo già più di trent’anni. Si sa, i classici, l’Europa (Mittel-, russa…), la vertigine dei poeti e dei narratori francesi nell’adolescenza, e poi il Novecento (ancora tutto europeo e improvvisamente molto inglese), infine l’America dei nostri vent’anni, onnipresente, quasi una colonizzazione morbida, lasciavano poco spazio alle periferie. A parte le stelle di Amado e Márquez, a parte l’amore pervasivo e precoce per Borges, tutta una serie di mondi letterari restavano preclusi ai nostri occhi: niente Africa (salvo – forse – un po’ di Senghor in pillole), niente – o quasi – centro e sud America. Niente mediterraneo, se non l’adolecenzialità di Gibran, forse Kavafis. Nessun oriente, né vicino, né medio, né estremo (il boom degli indiani – peraltro ancora rigorosamente anglofoni – si preannunciava appena con Tagore). Per noi che abbiamo più di quarant’anni, la Weltliteratur era un sogno goethiano sfumato nelle nebbie della premodernità.

Così, benché il tascabile languisse sui miei scaffali nella ristampa Feltrinelli non so più che numero fin dai primi anni Novanta, ho deciso di salvarlo dalla polvere solo in occasione di un viaggio lungo, che avrebbe lambito anche parte dei luoghi del romanzo.

L’abbiamo cominciato a leggere ad alta voce io e Flora Farina, che in quel viaggio mi accompagnava con l’acume e la dolcezza che la caratterizzano da sempre. Ci alternavamo, dando timbro ora maschile ora femminile alla strepitosa traduzione di Edoardo Bizzarri, che per ricreare la lingua fantasmagorica di Guimarães Rosa aveva deciso di appiccicarsi alla sintassi brasiliana, producendo un senso di straniamento inopinatamente tutto interno all’italiano. E con questi due timbri di voce, quasi da lettore ermafrodita, sorretti dal ritmo spezzato e sciamanico di Guimarães Rosa e di Bizzarri, ci siamo ritrovati scaraventati nel mondo quasi ottocentesco dei jagunços e delle loro guerre infernali e giocose, dichiarate con la scusa di difendere le terre di questo o quel fazendeiro che rimane comunque sempre sullo sfondo.

Abbiamo accompagnato il protagonista Riobaldo nelle sue imprese da cavaliere medievale che però ha già letto don Chisciotte, ma soprattutto lo abbiamo seguito negli infiniti pomeriggi e albe e notti di stupore e pensieri confusi sotto l’immenso cielo del Brasile, nella sua paura che il successo sia dovuto a un patto col demonio che però non si è sicuri di aver fatto davvero, e ancora di più nei suoi amori, quelli “sporchi” per le prostitute intelligenti, irriverenti e allegre, quello “sacro” per Otacília – la sua Beatrice sertaneja – e quello oscuro, per il «bambino» coraggioso incontrato quando ancora viveva con la mamma, poi riconosciuto come miglior commilitone e compagno di battaglia ma carico di un’energia inquietante ed erotica, che fa paura, e che si rivelerà in punto di morte essere una donna, da autentica Clorinda subtropicale.

Sostenuti da una lingua nuova eppure nostra, immersi in un mondo alieno ma coi piedi nell’Europa che avevamo ciucciato insieme al latte del nostro amore per i libri, siamo piombati in quella vertigine noto/estraneo che solo le grandi letterature non eurocentriche sanno dare. Devastati dal sole tropicale e dalla luce dello stile di Guimarães Rosa ricreato da Bizzarri, abbiamo imparato a riconoscerci guardando noi stessi da lontano.

Dopo ho letto il libro anche in originale, l’ho studiato in rapporto alla sua traduzione, ho imparato ad annusare e poi amare le letterature cosiddette periferiche (soprattutto quella brasiliana, certo, ma anche le altre centro e sudamericane e poi l’Africa, dove tutto nasce e dove prima o poi tutto deve tornare, se vuole ritrovarsi). Ma niente è ancora valso lo choc di vedermi capito, mangiato, digerito e ricreato con lo sguardo lucido, folle e ridanciano di uno dei più grandi scrittori del Novecento, nato, guarda caso, sul lato basso dell’equatore.

«Quel che esiste è l’uomo umano. Traversia».

***

Daniele Petruccioli è nato e vive a Roma. Lavora come traduttore, scout ed editor freelance. Tiene regolarmente laboratori di traduzione e insegna traduzione dal portoghese all’università di Roma Tor Vergata. Fra i suoi autori: Dulce Maria Cardoso, Alain Mabanckou, Will Self, Luandino Vieira. Nel 2010 ha vinto il premio “Luciano Bianciardi” per la traduzione del romanzo Lettere di Mark Dunn (Voland 2008).

Annunci