Kent Haruf o la naturalezza dell’inevitabile

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La calorosa accoglienza riservata a Crepuscolo (NN, pp. 317, € 18, trad. Fabio Cremonesi), ultimo tassello della Trilogia della pianura dello statunitense Kent Haruf (1943-2014), arriva a sancire la forza di un autore oggetto di postumi entusiasmi, e di un piccolo editore che incorna, con libri di pregio, le classifiche ingorgate dai soliti noti.

Siamo ancora a Holt, immaginaria cittadina del Colorado. E ancora la prima manciata di volti è quella che ha reso indimenticabili le pagine di Canto della pianura: si tratta di Victoria Roubideaux, ragazza-madre cacciata di casa, e dei fratelli Harold e Raymond McPheron che l’accolgono con dolcissima rudezza. Ritroviamo la giovane e la sua bimba, Katie, ritroviamo i fratelli alle prese con un nuovo cambio di rotta: Victoria deve costruire un futuro a se stessa e a Katie. Parte per Fort Collins, parte per l’Università; è la cosa giusta, anche se i due anziani sanno che quando non ci sarà più vagheranno “come vecchi cavalli da lavoro sfiniti”.

Invece le cose non andranno così: chi ha appreso a commuoversi con e per i McPheron del Canto ora piangerà la morte assurda e improvvisa di Harold; la luce vien meno, lo dice l’esergo di Henry F. Lyte: “Resta con me! Scende il Crepuscolo; / L’oscurità si addensa; Signore, resta con me”. Il vento vortica sulle zolle di letame, l’aria s’impregna di richieste d’aiuto, maggiori, diverse da quelle degli altri romanzi. A Holt la gente è generosa, se c’è da prestare le braccia per un lavoro, o una spalla ove piangere nessuno o quasi si tira indietro. Ma in questo Crepuscolo dalle tinte a mezzo c’è qualcosa d’altro, non il burbero altruismo del Canto, non la malinconica pietas di chi accompagna la morte di Dad Lewis di Benedizione (che chiude la Plainsong trilogy sebbene in Italia sia stato tradotto come primo pannello): il procedere verso l’Altro – che è costante in Haruf –, il senso di fratellanza sembra qui scolpito in un’altra pietra, diversa per la terza volta, e per la terza volta suscitante il nostro stupore per quei fatti della vita che ci pare di sapere a memoria e che, tuttavia, a dirli da capo, e come li dice Haruf, sembrano ancora inediti.

Per le vie di Holt scopriamo il timbro dell’oscurità invocata all’inizio: è il vuoto nel cuore dei bambini (l’orfano DJ, e poi le sorelle Dena e Emma), è quella “specie di paura alla vista di un adulto che piange”; è lo sguardo sul proprio fratello che muore, è la consapevolezza che “ci sono cose che non si superano mai”. Ma quel che fa la differenza con gli altri quadri di Haruf è, qui, l’occhio che coglie sul nascere la necessaria impotenza a fermare le leggi della vita e della morte, un’impotenza che in Canto della pianura è ancora acerba e in Benedizione sta ormai troppo avanti. È questo, dunque, il Crepuscolo, è lo scoprire, quasi sgomenti, che “quello che ci piace sembra che non abbia nessuna importanza. Le cose stanno così”. I gesti di benedizione caleranno alla fine della trilogia. Ora lo spazio è occupato dalla vita che mostra i miracoli e gli irrimediabili guasti, assieme, che regala un insperato amore al vecchio Raymond McPheron e, contemporaneamente, a due passi da lì, permette a quel figlio di puttana di Hoyt Raines di fare del male, follemente, insensatamente.

C’è pietà senza affettazione, c’è un lume sui gesti quotidiani – Haruf ne è il campione – nella loro precedenza e autenticità; la statura del romanzo misura la leggerezza del dire e il bisogno di opzioni etiche, l’estrema pulizia nel travaglio, quello di Raymond, quello di DJ o delle sorelle Dena e Emma, e la dignità, perfino orgogliosa, nel dolore fisico oltreché psicologico dei piccoli Joy Rae e Richie massacrati di botte dallo zio Hoyt. A Holt, Colorado, c’è un senso della lealtà e uno, anche, dell’ineluttabilità delle cose che dovrebbe far riflettere schiere di filosofi: a qualcuno la sorte regala le gioie d’una ripartenza, a altri apparecchia fuggevoli illusioni che non sono per sempre (come il magico capanno di DJ e di Dena); ma tutti i personaggi di Haruf imparano – e noi con loro – a legare affetti e doveri, a diventar coscienti che, a volte, non resta che reggere il tormento perché “di sicuro non andrà tutto bene”.

Il Crepuscolo è allora uno stato interiore, una richiesta d’aiuto, una domanda di pazienza ma anche il segno dell’incredibile disponibilità umana a accogliere ‘le cose della vita’, una preghiera affinché il dolore trovi asilo tra le braccia di qualcuno, sulla spalla di chi ci è indispensabile.

Recensione apparsa per la prima volta su l’Unità del 25 agosto 2016.

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