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(Foto di Matteo B. Bianchi)

Non sono mai stato bravo a stilare classifiche, a scegliere i miei film preferiti, le canzoni del cuore e robe simili. Cioè posso farlo, ma il mese seguente ho già cambiato idea e quelle classifiche lasciano il tempo che trovano. Sono comunque inaffidabili.

Con i libri è ancora peggio. Leggo da quando sono piccolo e con una frequenza tale che mi è quasi impossibile scegliere fra le migliaia di titoli che ho avuto fra le mani.

Ma, ecco, se devo individuare un libro che mi ha cambiato la vita saprei quale indicare. Non è questione di “preferito” o “più amato”, ma di lettura che ha avuto una conseguenza diretta sulle mie decisioni e sul mio futuro. Il libro che mi ha fatto pensare: “Io nella vita voglio fare questo, io voglio diventare scrittore”.

Si tratta di una raccolta di racconti, Ballo di famiglia di David Leavitt, pubblicato in Italia nel 1986 da Mondadori.

Ricordo che lo stavo leggendo in una situazione un po’ incongrua: avevo 20 anni, era d’estate, mi trovavo in campeggio in montagna con un gruppo di amici e stavamo fuori tutto il giorno, il tempo per leggere era poco, la maggior parte di loro crollava addormentata la sera dopo una giornata di passeggiate nei boschi e attività all’aria aperta, io invece non vedevo l’ora di tornare al mio libro, di leggerlo con la luce di una pila mentre gli altri già erano scivolati nel sonno. Quando sono arrivato all’ultima pagina (il libro si concludeva col racconto Devota, a mio avviso il più bello dell’intera raccolta) trovavo talmente insopportabile l’idea che fosse terminato, che ho riaperto il volume dall’inizio e ho cominciato sedutastante a rileggerlo, una cosa che non mi è mai più successa con altri libri in futuro.

Quello che mi stupiva di Ballo di famiglia era l’attualità sferzante dei suoi contenuti: giovani omosessuali che cercavano di fare accettare alle loro famiglie il proprio compagno, donne in terapia per combattere il cancro, figli di genitori divorziati sballottati da una casa all’altra, madri che cercavano vie di comunicazione con figli autistici… Mi sembrava di non aver mai letto niente prima di tanto vicino al reale. Anche lo stile, con quelle sue frasi lineari e brevi, quei costanti riferimenti agli oggetti e alla cultura pop, quei ritratti essenziali e asciutti della famiglie borghesi, mi suonò come nuovo ed efficacissimo. Era il mio primo approccio alla letteratura post-minimalista. Per ragioni poco chiare, in Italia non erano stati ancora stati tradotti i minimalisti (la prima traduzione di Raymond Carver da noi apparve nell’87), quindi i lettori fecero prima la conoscenza degli eredi del minimalismo che dei suoi fondatori. Io mi tuffai letteralmente in quella corrente, leggendo uno dopo l’altro i suoi rappresentanti (Jay McInerney, Bret Easton Ellis, Lorrie Moore, Susan Minot, Peter Cameron, Amy Hempel, Michael Chabon, autori che poi si rivelarono anche molto diversi fra loro ma che al tempo del loro esordio vennero tutti identificati come appartenenti alla stessa categoria). Li amai tutti, ma nessuno dei loro libri ebbe su di me un impatto paragonabile alla raccolta di Leavitt.

Ciò che mi sconvolgeva maggiormente di Ballo di famiglia era l’età dell’autore: 23 anni. Solo tre più di me. Quella foto sul retro di copertina che mostrava un ragazzo con i capelli ricci e gli occhiali, con lo sguardo quasi impacciato di fronte all’obiettivo, sembrava dirmi: anche tu ce la puoi fare.

Da ragazzino nutrivo una certa passione per la scrittura, mi piaceva scrivere storielle, spesso neanche le portavo a termine, erano più che altro tentativi, abbozzi, ma mi divertivano. Poi durante il liceo ho smesso del tutto: ho attraversato quello che Freud avrebbe potuto definire “il mio periodo di latenza”. Adesso, al secondo anno di università, la lettura dei racconti di Leavitt aveva fatto sgorgare di nuovo, e all’improvviso, quell’impulso. Da quel momento ho cominciato a cimentarmi seriamente con la stesura di racconti veri, adulti, completi, col tentativo di un primo romanzo (che poi ho buttato via, come vuole la tradizione), insomma a prendere l’ipotesi della scrittura sul serio.

Ho continuato a leggere David Leavitt in seguito e per un lungo periodo ho molto amato i suoi libri, ma poi mi è parso che la loro qualità diminuisse e ho perso interesse. Ma sarei un ipocrita, e un ingrato, se oggi non ammettessi l’enorme debito di riconoscenza che ho verso quella sua prima, illuminante raccolta.

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Matteo B. Bianchi è scrittore e autore tv. Ha pubblicato i romanzi Generations of love, Fermati tanto così, Esperimenti di felicità provvisoria (Dalai editore) e Apocalisse a domicilio (Marsilio). Insieme a Giorgio Vasta ha curato il Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango). In tv è stato fra gli autori di programmi quali Victor Victoria (La7), Quelli che il calcio (Rai Due), E poi c’è Cattelan (Sky Uno). Dirige da quasi vent’anni la sua personale rivista di narrativa ‘tina. Il suo blog è matteobblog.blogspot.com

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