I dischi di Guido Michelone: Phil Woods Trio, Songs Two

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Tutto il bebop post-parkeriano vanta in Phil Woods, anch’egli altista, ma talvolta incline ai sax soprano e tenore, una figura-chiave con un mood strumentistico da meritarsi l’appellativo “The New Bird”, anche se in verità il bianco e poi barbuto solista di Springfield possiede, sin dai Fifties, un talento personale che non lo imbriglia in nessun mito e nemmeno nella stretta osservanza boppistica, al punto che nel corso degli anni Woods si cimenterà via via nell’hard bop, nel mainstream e persino nel rock-jazz. Come leader e come partner Phil da sempre lavora con i ‘grandi’, siano essi jazzmen del calibro di Dizzy Gillespie, Quincy Jones, Benny Goodman oppure gruppi e figure del pop, dagli Steely Dan a Paul Simon. E anche per il suo ultimo disco ufficiale, – questo Songs Two, che, oltre a essere il canto del cigno, sembra quasi un testamento spirituale – ci sono accanto a lui due autentici ‘maestri’ come Vic Juris alla chitarra e Tony Martino al contrabbasso. Fra l’altro a inizio Settembre 2015, come a chiudere un cerchio, Phil partecipa al consueto tributo su Charlie “Bird” Parker, però il 29 dello stesso mese, a ottantaquattro anni passa a miglior vita a causa di un enfisema polmonare. Il nuovo disco Songs Two (Philology) quindi compendia in modo sentito con estrema nonchalance – divertiti e divertenti paiono infatti i tre musicisti – il discorso di una formidabile carriera che sino all’ultimo non demorde. Ascoltando le undici tracce di Songs Two colpisce sempre un`effervescente brillantezza sassofonica, mentre il contraltare chitarristico (Juris) pare non voglia rubare la scena, ma ne diventa comunque parte integrante proprio per straordinarie capacità integrative unite a una tenue aggraziata improvvisazione mai debordante. Fra le chicche, a parte l`iniziale boppata I`ve Got Your Number, si segnalano i delicati sapori alla bossa nova di Lost April, le belle cadenze blues di Black Coffee, il fresco romanticismo di I Remember You, persino la tenerezza nostalgica di Humpty Dumpty Heart, unico pezzo cantato dove la voce (stanca e spezzata) dà l’idea degli anni che passano e ora vivono in ogni fragile vibrazione vocale.

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