Dire quasi la stessa cosa: Barbara Ronca e Carol Shields

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(Foto di Angela Stelli)

La prima volta che ho posato gli occhi su un libro di Carol Shields, straordinaria romanziera che ha segnato e virato al femminile, assieme alle colleghe Margaret Atwood e Alice Munro, il Novecento letterario canadese, il Canada mi sembrava un paese lontano, scialbo, troppo grande per meritare attenzione.

Ne avevo letto, non l’avevo mai visto: ma ero in quella fase della vita in cui si formulano giudizi e si coltivano convinzioni sulla base del poco che si sa, perché quel poco sembra comunque abbastanza. Ero giovane, insomma: e ho incontrato Carol mentre lavoravo come redattrice e responsabile dei diritti in una casa editrice romana, la Voland.

Un bel romanzo di Carol, Swann, era stato acquistato e tradotto, e a me toccò l’onore e l’onere di revisionarlo. Mi immersi nel compito armata di buona volontà: la prosa di Carol si dipanava senza scossoni, sempre perfettamente modulata, a raccontare storie semplici, vicende quotidiane, vite tutto sommato normali di donne coraggiose, immergendosi in quella “domestic fiction” che tanto affascina oggi i critici. Carol, intervistata su questa scelta, l’aveva sempre liquidata piuttosto come una non-scelta. Aveva iniziato a scrivere a 40 anni, raccontava. Era una canadese acquisita, una madre borghese, una femminista con amiche femministe. Semplicemente, scriveva i romanzi che avrebbe voluto leggere.

Quello su Swann fu un lavoro lungo e intenso, costellato di ingenuità e sviste che oggi non mi perdonerei. Ma fu una palestra fondamentale, perché senza quel corpo a corpo con una resa italiana che non era la mia forse non avrei mai imparato a fare la traduttrice. Del resto, il bel Swann (diventato Mary Swann nella versione tradotta da Vilma Porro) mi valse un’opportunità preziosa: valutare per l’acquisto, e poi tradurre, altri titoli di Carol Shields.

Affrontai la sfida con un misto di spavalderia e prudenza: non avevo mai tradotto un romanzo, ma mi pareva di aver capito che potevo farcela. Mi portai a casa il malloppo dei libri che l’agente ci aveva inviato e li lessi tutti d’un fiato. Ne scelsi due, a mio parere i più belli, e li rilessi.

Quella seconda non fu una lettura neutra o una valutazione: fu uno scavo, un’immersione nel testo che già portava in sé, seppur inconsapevolmente, l’ottica del traduttore. Assorbivo le parole del romanzo e mi chiedevo subito come suonavano a un orecchio anglofono. Mi rimbombava in testa il termine smooth incontrato chissà dove in uno dei due libri, perché tutto in Carol Shields era smooth: i termini scelti, la musica interna del fraseggio, i pantaloni con un bottoncino di madreperla di Fay McLeod, la luce bassa dell’Ontario al tramonto, una vita che si spegne, il ricordo dell’incipit di Jane Eyre che rimane nella memoria di Magnus Flett fino al giorno della sua morte, come un piccolo dono prezioso.

E insomma tornai dall’editrice Daniela di Sora e le annunciai trionfante che avevo i vincitori. Lei mi disse che potevo cominciare a lavorare. E io cominciai.

La mia prima traduzione in assoluto fu quindi The Stone Diaries (Diari di pietra), capolavoro grazie al quale l’autrice si era aggiudicata (tra gli altri) il Premio Pulitzer e il Governor General’s Literary Award, e che narra la vita apparentemente insignificante di Daisy Goodwill, nata nel 1905 in una sperduta cittadina del Manitoba. Strutturato come una biografia, il romanzo è piuttosto una riflessione sulla biografia: quanto il modo in cui narriamo la nostra storia, si chiede l’autrice, modifica la percezione di quella storia? Raccontando ci limitiamo a testimoniare o stiamo in realtà riscrivendo il passato? Un tema non facile, che richiedeva una resa polifonica e sapiente: l’elemento della credibilità del narratore era imprescindibile, se non altro per essere messo in discussione capitolo dopo capitolo. E poi c’erano i rimandi interni, i giochi, i richiami, gli echi, e la presenza fortissima, intuibile appena sotto la superficie, di oggetti feticcio, di simboli (in questo caso la pietra, il materiale con cui il padre di Daisy, scalpellino, aveva modellato la sua esistenza raggiungendo il successo e la ricchezza, e i fiori, materia di studio del marito di Daisy e protagonisti della seconda parte della sua vita, più lieve, armonica, fluttuante).

Forse è stato incosciente accettare di tradurre un testo tanto ricco e stratificato senza alcuna esperienza, anzi lo è stato di sicuro; ma sono comunque convinta che sia stata anche una buona idea. Carol, con la sua lingua misurata e piena, mi ha accordata come uno strumento. All’epoca ero una traduttrice acerba e pronta a tutto: Diari di pietra, nei mesi che abbiamo trascorso insieme, ha stretto qui, allentato là, smussato qualche angolo, regalato fluidità alla mia resa. Essere la cassa di risonanza di un’autrice che non solo ritenevo eccezionale, ma la cui intonazione sentivo vicinissima alla mia, mi ha portato a convincermi che col libro giusto ogni buon traduttore può sentirsi all’altezza del suo mestiere. Una volta, in un’intervista, ho sentito Susanna Basso dire che è stato solo traducendo i romanzi di Alice Munro che ha trovato la sua voce: ecco, io avevo l’impressione di averla trovata subito, la mia, grazie a Carol Shields; e che da quel momento in poi avrei dovuto solo sgrossarla.

La mia seconda traduzione sancì un’alleanza indistruttibile. The Republic of Love mi apparve da subito un romanzo dalla profondità sconcertante e dal passo sorprendentemente lieve, proprio il tipo di romanzo che amavo leggere o, peggio ancora, “che avrei voluto scrivere”; il ritmo pacato, oceanico, di marea, che caratterizzava i capitoli dedicati a Fay, studiosa di folklore esperta di sirene, e quello rapido e vigoroso dei capitoli in cui compare Tom, conduttore radiofonico pluridivorziato, mi sembrarono la prova che i buoni libri sono sempre intraducibili. Mi pareva impossibile riuscire a restituire la musicalità e la pienezza della lingua di Carol Shields, la semplicità dell’amore che sboccia tra Tom e Fay, la dolcezza priva di sentimentalismi dei loro dialoghi. Avevo l’impressione di cogliere tutto ciò che dovevo cogliere, ma mi chiedevo sconcertata dove avrei trovato gli strumenti per restituire quelle cose in traduzione, per fare in modo che anche i lettori italiani le cogliessero.

Fu meno arduo del previsto, ovviamente (non certo semplice, intendiamoci: e che il risultato di entrambe le traduzioni mi sembri ancora oggi migliorabile e discutibilissimo non lo dico nemmeno perché è scontato). Fu meno arduo perché andando avanti scoprii la grande verità che tutti i bravi traduttori conoscono, e che quel romanzo mi restituì intatta: tradurre un libro molto bello e molto profondo è più facile che tradurre un libro all’apparenza più banale ma mal scritto. La buona prosa ha infatti una direzione, una coerenza interna che guida il traduttore che sa ascoltare. A lui (o lei) tocca soltanto star zitto e seguire le indicazioni, star buono e lasciarsi portare dove vuole il testo. Su L’amore è una repubblica lavorai a una velocità di crociera invidiabile: era come se Carol avesse eliminato dalle pagine tutto ciò che era superfluo, ridondante, fuori registro o sfasato; come se avesse ripulito un sentiero dalle erbacce rendendolo chiaramente visibile. Quella pulizia conteneva i miei sbandamenti, mi impediva di vacillare troppo, mi aiutava a restare in piedi.

Dopo quelle due parentesi canadesi, la mia carriera ha preso altre strade. Strade che mi piace percorrere, non lo nego. Ma a Carol penso spesso, con quel rimpianto inquieto che solo i traduttori che hanno lavorato su grandi autori non abbastanza apprezzati conoscono. Suonerà strano, ma non mi sono mai trasformata in una lettrice di Carol Shields: o meglio, non riesco più a leggere nulla di suo per intero. Al massimo sbocconcello, assaggio, spizzico: venti pagine di romanzo qua, un racconto là. Mai però una lettura distesa, compiuta. Non saprei dire perché; forse, un po’, mi sembra che quell’approccio lineare equivarrebbe a un tradimento. Come se l’unica lettura possibile dei libri di Carol, per me, fosse ormai quella dello scavo, quella che si effettua matita alla mano, con la “respirazione circolare del flautista: entrano le immagini e già si cercano nella mente le parole che andranno a ricrearle”1. L’unica lettura, in sostanza, che non è fine a se stessa ma esiste solo come premessa di una traduzione.

1 Rossella Bernascone, “Siamo tutti migliori quando ci amano”, in Il mestiere di riflettere, a cura di Chiara Manfrinato, Azimut, Roma 2008.

***

Barbara Ronca, specializzata in narrativa anglofona (ha collaborato con diversi editori indipendenti, tra cui Voland e 66thand2nd) e turismo, negli ultimi anni si è dedicata in particolar modo alla traduzione e revisione di libri, guide turistiche e siti web incentrati sui temi del viaggio (collaborando con case editrici specializzate come EDT – Lonely Planet e Taschen). Si occupa anche di editing, formazione e letture professionali. Dal gennaio del 2015 ha dato vita, insieme alla collega Chiara Rizzo, al freelance duo doppioverso.

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