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(Foto di Vanni Santoni)

Quello di cui vengo a parlare non è un libro che oggi definirei ‘‘tanto amato’’. Non è neanche tra i miei cento libri preferiti, volendo tentare una stima approssimativa. Non lo reputo neppure il miglior libro del suo autore (Ultima fermata Brooklin mi pare assai superiore). Eppure Requiem per un sogno di Hubert Selby Jr è stato per me un libro cruciale.

Era il duemilaquattro e avevo appena cominciato a scrivere. Tutto era avvenuto per caso: ero entrato in contatto con una rivista autoprodotta, avevo provato a buttar giù qualcosa, ci avevo preso gusto, e se all’inizio mi ero misurato col racconto e con la poesia cercando per lo più di seguire la linea della rivista medesima, presto avevo sentito il bisogno di scrivere cose più mie, solo che non sapevo ancora come erano le cose ‘‘più mie’’.

Ero sempre stato un lettore fortissimo, ma il cuore, e il grosso, della mia formazione letteraria era l’Ottocento: i romanzi russi, quelli francesi, la poesia inglese e francese dello stesso periodo. Si poteva andare indietro, fino al Rinascimento, al Medioevo e ai classici nel primo senso del termine, ma molto poco avanti. Gli unici scrittori del Novecento che all’epoca potevo dire di conoscere davvero bene erano Borges e Calvino, ereditati direttamente da mio padre, più forse Kafka; per il resto potevo vantare giusto qualche lettura sparsa di romanzi trovati in casa – autori come Moravia, Svevo, Ginzburg, Fenoglio – e mi pareva pure naturale: se non avevo ancora completato l’opera completa di Dostoevskij o Flaubert, che senso poteva avere perdermi dietro ad altro?

Tuttavia, quando da lettore decisi di diventare anche scrittore, ebbi forse un presentimento. Ricordo bene il giorno in cui entrai in libreria e fui attratto da questo libro, peraltro nella non bellissima edizione Fazi che circolava allora, con in copertina un fotogramma del film cupo e strappalacrime che ne aveva tratto Aronofsky. Non so se davvero avessi coscienza di quanto gli strumenti in mio possesso avessero bisogno di un rapido aggiornamento: fatto sta che comprai Requiem per un sogno, che ne rimasi impressionato fin dalle prime cinque o dieci pagine (temo di aver pensato qualcosa di molto ingenuo, del tipo ‘‘wow, finalmente un libro che racconta cose contemporanee con un linguaggio contemporaneo’’), che lo lessi in un paio di giorni, e che per almeno un paio di mesi scrissi cercando di imitare Hubert Selby Jr. in tutto e per tutto.

Avrei avuto il tempo per scoprire che di libri che raccontavano il contemporaneo, e non solo il contemporaneo, con una lingua contemporanea, ne esistevano molti altri (e non pochi migliori), per non parlare di questioni quali forma e struttura – leggevo del resto l’opera di Hubert Selby Jr. ancora sostanzialmente ignaro di quello che il modernismo e il postmodernismo avevano fatto al romanzo – ma fu quel libro là a farmi imboccare una prima strada: non lo avevo ancora terminato e già stavo scrivendo il mio primo romanzo (di ambientazione realistica, si capisce), che per fortuna rimase inedito, ma che col suo rotolar fuori stappò comunque la sorgente. Lunga vita quindi a Sara, Harry, Marion e Tyrone, e magari – scopro adesso, cercandone la cover italiana su Google, che risulta fuori catalogo – cogliamo l’occasione per un invito alla ristampa.

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Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari, ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011) Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014).
È fondatore del progetto SIC, il cui romanzo collettivo In territorio nemico è uscito per minimum fax nel 2013. Scrive sul Corriere della Sera e su varie riviste; dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Il suo ultimo romanzo è Muro di casse (Laterza 2015).

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