Boileau-Narcejac: Le incantatrici

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È successo di nuovo. Leggere un libro della “più grande coppia della letteratura nera” è sempre un’esperienza sconvolgente. Questa è la volta de Le incantatrici (testo del 1957, portato ora per la prima volta in italiano da Adelphi, nella traduzione di Federica e Lorenza di Lella), il secondo di una serie, speriamo molto lunga, di titoli che l’editore milanese sta approntando per la trentennale collana ‘Fabula’. Dopo l’ipnotico e agghiacciante I diabolici, il duo Boileau-Narcejac ci conduce ora nel suggestivo mondo dei saltimbanchi: la famiglia è quella degli Alberto, illusionisti, prestigiatori, gente che fa miracoli con l’arte dell’inganno lusinghiero. Ma Pierre Doutre, il loro figliolo, confinato in un collegio di gesuiti a Versailles, è diverso; lui che non può seguire in tournée le stramberie di famiglia, “aveva la sensazione di appartenere a una razza inferiore, si vergognava della propria goffaggine, desiderava restare solo, come un orfano”. Eppure. Eppure qualcosa lo ossessiona, qualcosa lo attrae, forse la vertigine stessa dell’inesistenza. “Esiste davvero – si chiede – il figlio di un prestigiatore?”.

Finché arriva il gran giorno: il posto è scritto su un telegramma: Kursaal, Amburgo; la persona è un uomo basso, pantaloni da cavallerizzo, giacca di pelle, e un collo tanto magro da sembrare “un intreccio di tendini”. L’uomo lo conduce in mezzo a dei carrozzoni su cui aleggia un odore di stalla e il sapore di un primo dolore, lasciato lì, tra corde, cappelli e bottiglie di champagne: è quel mondo arcano da cui, a un tempo, è attratto e spaventato. Gli esseri che lo popolano sono bizzarri, feerici, c’è Odette, la madre di Pierre, c’è Vladimir, “un individuo di una magrezza innaturale” e ci sono soprattutto le due gemelle, Hilda e Greta, i loro corpi fatati da silfidi, i loro occhi vitrei. La presenza delle due donne, tanto identiche che la loro visione pare l’effetto di una droga tra le più torpide, introduce Pierre Doutre nel mondo del doppio: doppifondi ovunque, doppie vite, doppie apparenze, doppie perversioni, doppie afflizioni. E, ovviamente, una doppia morte.

Come già avveniva ne I diabolici, anche qui il testo s’appoggia ma non si esaurisce nella corsa alla scoperta del colpevole. Boileau e Narcejac respingono anzi nelle ultimissime pagine del romanzo la funzione testuale non solo di svelare, ma pure di mettere in scena i movimenti abduttivi che conducono allo scioglimento del mistero. Il baricentro sta invece, e mirabilmente, nell’inquietante desiderio che aleggia intorno alle gemelle, nell’obnubilante agnizione che oscilla tra desiderio e spossatezza. Hilda e Greta sono candidamente lascive, sul palco il loro corpo è avvolto “in un velo di vapore azzurrino, in un chiarore mistico che ricorda le vetrate di una cattedrale”.

Romanzo di una sensualità perturbante, Le incantatrici mette in scena le inquietudini del desiderio, la possanza di una giovinezza tanto trionfante da far male, un amore impossibile e il dolore di scoprire che il sogno vissuto nel “buio caldo e umido del teatro” è l’incubo stesso che sostanzia il grande maligno utero che è la nostra esistenza. Il romanzo è una corda tesa, le parole che i protagonisti pronunciano un’eccitante astensione che mantiene fino all’ultimo un piede al di qua della tragedia (“non osavano parlarsi, per paura di dirsi cose irrimediabili”).

In un mondo in cui l’apparenza è tutto, ma l’apparenza non è un simulacro dell’esserci quanto del non-esserci, il protagonista del libro, Pierre Doutre, trova infine una soluzione nel diventare il centro medesimo dell’assenza attraverso una ossimorica e “diabolica presenza” che lascerà senza fiato i suoi spettatori e il lettore stesso, mostrando come il vero artista – tale si definisce l’uomo nelle ultime pagine del romanzo – non può che trovare una via grottesca ma sublime per astrarsi da (e addomesticare) l’orrore delle proprie illusioni.

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