Emiliano Gucci per Beppe Fenoglio

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(Foto di Paolo Benegiamo)

Lo scorso 18 settembre, ad Alba, si è tenuta la ormai consueta Maratona fenogliana durante la quale, in alcuni luoghi simbolo della città, si è data pubblica lettura di certe, a volte celebri, a volte meno famose pagine dell’autore del Partigiano Johnny. A introdurre le tre tappe di questa edizione sono stati tre scrittori: Paolo di Paolo, Emiliano Gucci e Giacomo Verri.

Su questo foglio, in tre diverse puntate, proporremo le parole che ognuno degli autori ha dedicato al ‘proprio’ Beppe.

Si comincia oggi con Emiliano Gucci.

***

Ti chiami Beppe come mio padre, anche per questo sei stato subito di famiglia.

E quello strambo naso che ti precedeva, quella timidezza di guerriero indocile, han fatto sì che ti percepissi fratello.

Mi sono avvicinato alla tua opera un po’ tardi, ed era troppo presto, il momento perfetto per coglierne a pieno l’essenza, la sfida: era una dozzina d’anni fa, e io facevo una gran fatica a trovare un autore italiano che mi riguardasse, che si prendesse a cuore il mio sentire e il mio modo di intendere, istintivamente, la fantastica corsa della parola scritta: mi sembrava parlassero, soprattutto i miei contemporanei, di cose che non mi toccavano, che non appartenevano alla vita reale, e peggio ancora coloro che erano vissuti cinquanta, settanta, cento anni prima di me, tra faccende ormai superate che già mi avevano annoiato nella retorica dei nonni. Non amavo le loro storie, non amavo la loro lingua che mi faceva cogliere la letteratura come un qualcosa di polveroso, di alto ma anche di etereo, un esercizio di stile cui potevano partecipare soltanto coloro che disponevano di un bagaglio culturale mastodontico, eppure sterile: parole e parole ed edificazioni e trucchi, giochi di specchi da cui alla fine emergeva soltanto l’immagine distorta del loro ombelico. Ero io a sbagliare sguardo, ovvio, ero io a sviare nella ricerca, ma ciò non toglie niente alla meraviglia del momento in cui mi lasciai persuadere da certe sentite raccomandazioni (le ricordo ancora tutte), aprii un tuo libro e ti trovai.

Tu parlavi di un piccolo mondo a cavallo di un fiume, racchiuso tra una manciata di colline che non avevo ancora visitato, in anni circoscritti di guerra e di fatica, di lavoro, di pena, di tradimenti e fratellanza e d’amore tra un manipolo di uomini che non erano mai usciti dalla cornice di quel quadro, come probabilmente non lo avevi fatto tu.

Era Alba, erano queste strade, questo posto, erano le Langhe e le montagne che gli badano le spalle, eravate tu e la tua famiglia e i tuoi amici e i tuoi nemici e un contadino e un partigiano e un colpo di zappa, uno di fucile, un disco che girava sul piatto e nulla più.

Eppure raccontavi a me, di me, ti occupavi dei miei sentimenti, di mettere su pagina le mie emozioni, la mia vita. Raccontavi l’uomo per intero prendendone a esempio uno soltanto, e questo era per me il senso che doveva avere scrivere, nonché il motivo per cui avrei dovuto cominciare a farlo con più convinzione.

Perché poi le tue parole sono semplici, le tue frasi in apparenza normali, eppure non ce n’è una che non abbia un qualcosa di speciale: un guizzo, una stortura, un singhiozzo, un inciampo, uno slancio di cui non si afferra l’origine, la propulsione, ma del quale si coglie al volo la grandezza, l’unicità. Sì, va bene il tuo sognare, immaginare, costruire in inglese per poi tradurre, reinventare un italiano che altrove non esiste; le tue continue riscritture, revisioni, il maniacale inseguimento della melodia, ma poi? Certi tuoi passaggi li ho smontati e rimontati, setacciati alla ricerca di chissà cosa, quel segreto che forse in fondo non esiste: sta nel carattere, nella fibra di uno scrittore che c’è o non c’è, perché quella dubito la si possa imparare.

In te, è riscontrabile in ogni pagina. Il nerbo, la cifra. La firma. E in quei mesi in cui ti lessi tutto, quasi tutto, ero pronto alla sfida: apritemi un suo libro a caso e riconoscerò Fenoglio, Beppe Fenoglio, dalla prima frase che mi passerà sotto gli occhi.

Era, tra l’altro, la stagione in cui la Resistenza fu per me un dogma, e i partigiani angeli immacolati piuttosto che combattenti nel fango, ai quali ogni macchia sarebbe stata perdonata. Vivevo per partito preso, per verità storiche imposte dalla dottrina dei posti in cui sono nato, cresciuto; appaltando l’intelligenza all’ideologia, mi accontentavo di un distillato di verità pettinate a lucido, acquisite più per ereditarietà, per genetica, che non per conoscenza.

Proprio tu, partigiano e antifascista vero, e scrittore, per quegli stessi motivi che tanto urticarono certi intellettuali, certi comunisti dei tuoi tempi (e non solo), mi aprivi gli occhi sulla crudezza del reale, sulla faccia meno romantica e più raffazzonata della nostra terribile guerra civile.

Mai voce poteva essere più referenziata e legittima, per me: nessun altro avrebbe potuto indagare il postulato più periferico della mia religione terrena, poiché avrei risposto voltando le spalle, ispessendo le mura ecclesiali nelle quali mi rinchiudevo con essa.

Anche questo mi hai insegnato: uno scrittore non dovrebbe mai venire a patti con il proprio tempo, qualsiasi siano i venti che lo accarezzano, o che lo travolgono.

Uno scrittore deve essere verità, e confrontarsi soltanto con la propria coscienza: allora sì che la pagina sarà indispensabile, utile, eternamente giovane e bella.

E umiltà, lavoro, tenacia e coraggio, perseveranza, a pretendere sempre il massimo innanzitutto da se stessi; in solitudine, lontani dai salotti e dal baccano, scalpello sempre pronto per rimettere mano all’opera ma altrove anche la convinzione del proprio valore, di ciò che si ha da dire e da dare, la presunzione di voler uscire dal cassetto, di non restare lettera morta.

Con le tue storie sono tornato ragazzo, a far baldoria nei cortili con armi di plastica e di legno, scarpe slacciate, ginocchia scorticate tra alberi da scalare e palazzi da cui fuggire, nelle ore più calde del giorno sognando l’avventura: quello che era il mio far west di bambino trovava contorni adulti nei tuoi paesi di frontiera dai nomi così esotici, prendi Bossolasco, Gorzegno, Mombarcaro, Feisoglio, Treiso, San Benedetto Belbo, Mondovì.

Con le tue storie sono diventato definitivamente adulto, realizzando una volta per sempre – come l’avessi vissuta sulla pelle – che la guerra non è un gioco, mai, che fa male anche a chi vince e che per ogni uomo assolto, fortificato, rigenerato dalla battaglia, troppi ne lascia per strada di sconfitti e violati, depressi, distolti, monchi anche se integri, morti anche se vivi. Che il far west è bello al cinema, e che certe idilliache cartoline di verde campagna, e vita rurale e tempo quieto, umanità sincera, hanno spesso un risvolto oscuro, amaro di fatica e di fiele, duro come il legno, talvolta come pietra.

I tuoi luoghi li ho poi frequentati, le tue strade le ho camminate e ho respirato l’aria che doveva sanarti i polmoni e bevuto i vini che a te non sarebbero mai piaciuti. Ho visitato la tua tomba, cercato l’azienda di spumanti per cui lavoravi, ammirato i tuoi dattiloscritti originali, le tue lettere, varcato la soglia di casa tua. Sono entrato nello sferisterio, ho apprezzato il gioco del pallone elastico che non era soltanto abilità tecniche e fisiche, originalità e tradizione che resiste come antidoto perfetto alla globalizzazione, ma anche posti «pieni di correnti d’aria» da diventar tisici, e manciate di soldi sudati «che se ti paiono abbastanza è perché non vuoi pensare che hai gli stinchi rotti e le unghie asportate».

È sempre emozionante attraversare la tua Alba eppure non serve a niente, né a smontare il mito del paese dei balocchi, rendendolo reale, né a rinsaldare il mio rapporto con te: era già tutto, e oramai ci è chiaro abbastanza, nella tua parola scritta.

Un mio amico scrittore – forse citandone un altro più famoso, che ignoro – dice che quando un qualcosa di scritto arriva pienamente a chi legge, nel carico della sua emozione, del suo sentimento, è come se i due cervelli – quello di chi ha scritto, quello di chi legge – si toccassero.

Mi piace questa immagine, mi sconvolge, e mi restituisce una verità cui non ero stato capace di dare forma, parola. Avevo sempre immaginato un abbraccio, anche fisico, anche fra persone di epoche diverse, un momento di silenzio in cui dirsi, stringendosi, anche tra uomini virili, senza paura, che il passo è compiuto, il messaggio in bottiglia ha raggiunto il suo porto e non siamo soli su questo mondo.

Adesso preferisco pensare così: i nostri cervelli, il mio e il tuo, Beppe, si sono toccati: ogni distanza temporale, culturale, psicologica, emozionale, per alcuni istanti è stata abbattuta dal tuo scrivere e dentro di me, la traccia di ciò si conserva nel tempo.

Gli scrittori preferiti non sono mai per sempre, dico io, perché non sono quelli che confortano le tue certezze, i tuoi gusti, ma piuttosto li arpionano per interrogarli, talvolta violentarli, restituendoli cambiati; gli scrittori preferiti sono quelli che ti costringono a crescere, a superarti, che aprono nuove finestre sul mondo e ti traghettano altrove, dove può capitarti di non riconoscerli più.

Eppure di alcuni di loro porti il segno addosso, e un senso di gratitudine che indelebile ti accompagnerà per tutta la vita.

Vado quasi chiudendo con un quasi aneddoto.

Verso luglio e verso dicembre, nella libreria dove lavoro, vengono dei ragazzi con delle lunghe liste di libri consigliati (ma dovremmo dire imposti) per le vacanze: una rosa di titoli, dalla quale selezionare due, tre, cinque romanzi, dipende dalla clemenza/crudeltà dell’insegnante. A volte sono fogli stampati, a volte appunti su una cartaccia o sullo smartphone.

Tra questi titoli, spesso, c’è Una questione privata, che, te lo dico senza sotterfugi, è un po’ il mio libro tuo, nel senso: dovessi sceglierne uno soltanto da portarmi su un’isola deserta, beh, avrei pochi dubbi.

Talvolta questi ragazzi mi mostrano la lista chiedendo di dare loro i libri più corti, e buonanotte.

Talvolta vogliono quelli più facili, e già la partita si fa più dura.

Talvolta, anzi più spesso di quanto si possa immaginare, mandano per loro conto uno dei genitori, a scegliere – e io mi chiedo come si possa, a qualsiasi età, delegare la mamma per una faccenda simile.

Rare volte hanno le idee chiare, un asterisco sui titoli che vogliono e un pallino su quelli di riserva, qualora i primi non li avessimo.

Altre volte ancora mi chiedono consiglio. E allora io non so che fare.

Da una parte vorrei porre nelle mani di chiunque una copia del tuo fantastico incompiuto dicendogli niente o dicendo tutto, che nessuno ha mai raccontato il privato nel collettivo così bene, così spietatamente, che avranno amore se non vogliono guerra e viceversa, che ne saranno probabilmente coinvolti fino all’ultimo capello; che è un libro con cui dovranno comunque fare i conti, nella vita – tanto vale mettersi avanti col lavoro.

D’altro canto non vorrei commettere errori, consegnarti nelle mani della persona sbagliata al momento sbagliato, perché so che la tua materia non è per tutti e al tempo stesso so cosa vuol dire trovarsi costretti a leggere un testo, da ragazzi e non solo: il rischio di chiudere con un autore per sempre, quando incontrandolo in un altro periodo lo avremmo magari trovato fraterno.

E allora li guardo, faccio una domanda, due, attendo una risposta, due, tendo un affondo, recupero dagli scaffali e glielo mostro, aggiungo tre parole, ce lo guardiamo un po’ assieme e poi li lascio soli: ci sono un tavolo, delle sedie, trovino pure il tempo per sfogliare qualche pagina, lasciarsi agganciare o respingere da ciò che hai voluto seminarci dentro.

Abbiamo il dovere di caldeggiare un incontro, sempre, ma mai il diritto di imporlo.

E poi, devo dire, non ho ancora abbandonato del tutto l’infantile fastidio del doverti dividere ogni giorno con il primo che passa: se quel romanzo lo avevi scritto soltanto per Fulvia, e per me, che cosa vuole tutta questa gente?

È la magia dei grandi scrittori che fanno sentire ogni lettore unico, prescelto, come fosse indispensabile a completare l’opera.

No, senza di me, senza di noi, nessuno tra i tuoi scritti, caro Beppe, sarebbe mai stato tanto bello.

Bene, ecco il saluto.

Volevo dedicarti questa lettera da anni, e oggi me ne stata data l’occasione e sono felice di farlo davanti a tutta questa gente che ti vuole bene.

Certo, ho il timore di aver detto troppo, poco, di non aver restituito abbastanza – di non riuscire a sfiorare non dico il cervello ma perlomeno le caviglie, le spalle, la pelle, il naso di chi mi sta davanti.

Ma tu sai, voglio sperarlo, che ci ho provato con tutto quanto me.

Dal più profondo del cuore grazie e ciao, Beppe Fenoglio.

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