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(Entrambe le foto qui presentate sono di Alessandro Raveggi)

I libri che più mi hanno segnato sono i libri in cui sono rimasto dentro, e in cui sempre rimarrò. Un capolavoro è per me una prigione nella quale è bello essere prigionieri, torturati o sollazzati – scegliete voi il supplizio più adatto al lettore – per sempre. Una di queste dolci prigioni è stato per me anche un incredibile generatore di realtà (di anticipazioni, coincidenze fortuite, anamnesi fortissime per mie esperienze successive) nonché ovviamente un eccellente retablo di scrittura: I detective selvaggi di Roberto Bolaño. Oggi lo eleggo così a punto di riferimento, bussola.

Avrei potuto scegliere Kaputt, Il Grande Sertao, La Montagna Magica, Infinite Jest, Gravity’s Rainbow, Porque parece mentira la verdad nunca se sabe, Le anime morte – libri-mostri che mi hanno preso, nel senso di acciuffato, rivoltato la mente, cambiato copernicanamente i giorni e le ambizioni letterarie, fatto assaporare quell’eco che ti rimane per anni e va oltre l’enumerazione di personaggi, eventi, ore d’uscita dagli appartamenti. Credo però di avere imparato a vivere, respirare e amare veramente sia come lettore che come scrittore solo con l’educazione di Ulises Lima, Arturo Belano e compagnia: le loro scorribande, le loro strade perdute, i loro dialoghi sghembi nelle cantinas, le riunioni goffe e pretenziose, l’orrore che si affaccia a bordo pagina, e poi sgorga alla fine, mi hanno ancora con loro in ostaggio.

Quel tomo rosso pubblicato dalla casa editrice Anagrama l’acquistai di soppiatto in Spagna. Era credo il 2002, in una libreria di una piazzetta a Granada, riparandomi da uno di quei gelidi tardo-pomeriggi bui sferzati dal gelo ululante della Sierra Nevada. Mi pare che fosse pure a sconto, e assai poco celebrato con fascette… l’autore sarebbe morto solo 6 anni dopo e a quel punto della carriera era uno dei tanti bravi nel catalogo Anagrama. Avevo poco più di 20 anni, mi alimentavo praticamente solo a tapas, mi ero inventato quel falso Erasmus per insidiare la mia ragazza spagnola, convincendo i miei genitori a mantenermi per sei mesi in quell’escapismo andaluso che mi costava appena 150 euro d’affitto di una singola, stufette elettriche incluse. Leggevo però autori postmoderni e americani, oppure la neoavanguardia italiana, e Bolaño, che certo non era algido, arguto o yé-yé come i Po-Mo o Sanguineti, non rappresentava nemmeno il mito che ci ha rintronato le orecchie da oramai dieci anni. Non avrei potuto mitizzarlo, prendevo quel libro per puro caso. O forse per i suoi personaggi: ai tempi ero anche un imberbe poeta di provincia nei miei primi goffi tentativi di una qualche posa internazionale e spagnoleggiante – frequentavo distrattamente i poeti del clan di Luis Garcia Montero, e forse quel confronto mi influenzò.

Certo non lo compravo per il suo punto d’origine e di ritorno: Ciudad de México, la mia poi seconda patria, il pozzo di tante lussurie, amicizie e bellezze. Non conoscevo che il nome, di quella megalopoli. Ma cos’era quel Distrito Federal di cui parlava l’autore? Pareva un nome inventato, per me valeva quanto Despina in Calvino. Dopo i Detective sapevo inconsciamente però tutto della mia Despina, e anche anticipavo molto di me.

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Arrivava così, nel mezzo del gelo granadino, quel cileno-messicano-catalano con la sua prosa sfacciata e fresca, ad insegnarmi che si poteva parlare di gente alle prime barbe che si prendeva maledettamente sul serio come i realvisceralisti, e lo si poteva fare danzando in punta di penna con molta maggiore qualità degli scalcagnati stessi realvisceralisti (ironia della sorte: divenni in seguito devoto di Octavio Paz). Fu subito un’educazione alla scrittura e alla lettura dei latinoamericani che vennero dopo (Rulfo, Vargas Llosa, Elizondo, Sada) – oltre che una lettura molto accidentata per via del mio spagnolo che all’epoca andava a tentoni (mi tenni in grembo il vocabolario per una ventina di notti passate sulle pagine). Perché come fa Bolaño i latinoamericani hanno quella qualità: di essere molto dinamici, di danzare sempre, di muovere le mani sulla pagina come fa Felisberto Hernandenz, immaginando un libro come un accordéon. Ma anche, i Detective selvaggi di Bolaño fu un’educazione al mio futuro vivere messicano – che vuol dire praticamente metà della mia vita adulta cosciente.

Cos’è Detective selvaggi? Che dispositivo è, in quella sua forma sfuggente e tripartita di diario, romanzo-dossier di due pazzi derapati per il mondo (Ulises e Arturo), gioco straniante di parti, con quella terza parte nel Deserto di Sonora che ti scivola sullo stomaco con i suoi spari e terrori? Per me ha funzionato come un’arte divinatoria e specchio del Messico (e non, affatto, libro sul Messico e i messicani!) nella loro ineguagliabile universalità: lo diceva anche un filosofo da noi ignoto, Samuel Ramos. Abradendo però ogni esotismo, facendosi assaporare i rumori, le chiacchiere, la toponomastica ridondante della Città (negli anni ‘70, certo, molto meno “mega” di oggi), il ribollio dei bar pieni di argentini, cileni, colombiani, gringos, cubani, ma anche la lussuria dei giardini e corridoi delle università pubbliche che avrei frequentato e amato, mitizzato anche non volendolo (nella megalopoli ciò che è mitico si conserva dalla sparizione). La sua Città del Messico è quasi un chiaroscuro di movimenti violenti, i suoi personaggi erano per me ambrati, inermi e valorosi ad un tempo, i suoi eroi acerbi e già invecchiati, vestiti da pachucos o hippie sui generis.

Bolaño insomma faceva l’epica, avrei compreso solo dopo, di quello che poi avrei incontrato: studenti determinatissimi dai capelli bianchi, poeti decadenti sotto palme maestose, dibattiti letterari dal paninaro col rischio di finire in zuffa, giovanissime filosofe latinoamericane sensuali, la boria affatto giustificata di certi maestri come Julio César Álamo, e poi, e poi… quando la pretesa letteraria era finita come una grande sbornia: il baratro, la voragine, il deserto che vince sempre la forma della capitale messicana, il vento che viene dal deserto dei narcos e della violenza stereoscopica (purtroppo non solo sonorense) – e, se vogliamo, anche quel sapore stranito dell’esilio, come in Belano (senza poter paragonare certo il pinochetismo al berlusconismo dei miei anni messicani, ma…), che mi aveva portato in Messico sfiancato dalla brutta Italia del 2009.

Avrei successivamente ricercato anche io, in molti pomeriggi e notti al DF, le mie Cesárea Tinajero (la mitica poetessa del libro) in un Coccioli, in un Pacheco, in un Fuentes, avrei successivamente anche io vagato come un cane sciolto per i continenti (in misura minore, senz’Africa almeno), carburato da quel reticolo impossibile di vie e caffè. Magari in modo meno ruspante, più borghese, più italiano e meno messicano, ma le loro vite me le sono tenute in testa come amuleti e ogni tanto ritornavano, nei crocevia, e mi invitavano a far parte di quella banda nichilista e scanzonata. Anche io, cordialmente invitado a formar parte del realismo visceral. E sì: no hubo cerimonia de iniciación formale. Ma solo un migliaio di epifanie per mesi e mesi.

Da un capolavoro non si esce così mai, anche se lo si dimentica in uno scaffale o in un cartone da trasloco: da Granada nel 2002 fu riportato, quel rosso tomo, in Italia, sballottato tra alloggi studenteschi e dottorali di fortuna e quindi nel 2009… lo dimenticai proprio mentre partivo per Città del Messico! Forse perché anche quella donna messicana che sarebbe divenuta mia moglie – e che fu giovanissima realvisceralista a suo modo ai tempi del liceo – non ne poteva già più: le avevo fatto una testa così con quel Detective selvaggi che si era ridotta ad odiarlo, persino successivamente a litigare con un paio di persone che al DF lo idolatravano, alle feste universitarie, lo spettro e la lettera di Bolaño, a spada tratta. Mentre io me lo godevo per le strade, ricercandolo e facendomi ricercare dai miei Lima, dai miei Belano.

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Alessandro Raveggi (Firenze, 1980) ha scritto, tra gli altri, la raccolta di racconti Il grande regno dell’emergenza (LiberAria, 2016), il romanzo Nella vasca dei terribili piranha (Effigie, 2012), i saggi Calvino americano (Le Lettere, 2012) e la prima introduzione italiana completa all’autore di Infinite Jest, David Foster Wallace (Doppiozero, 2014), i libri di poesia Nominazioni (Ladolfi editore, di prossima uscita nel 2016) e La trasfigurazione degli animali in bestie (Transeuropa, 2011), oltre ad aver curato la raccolta di racconti Panamericana (La Nuova Frontiera, 2016). Suoi testi sono apparsi su riviste come «minima&moralia», «Le parole e le cose», «Nazione indiana», «Poesia», «Doppiozero», «Alfabeta2», e su quotidiani come «Corriere della Sera» e «La Repubblica», nelle edizioni toscane. Dirige la rivista letteraria The FLRhttp://colossale.wordpress.com

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