Così irripetibile, Che Guevara

che

Soltanto nella gloria, si può morire più soli che in mare.
Riccardo Bacchelli, Amleto, cinque atti, 1918

Sognai mani sporche e generose. Anche adesso le vedo. Ci passano i cannelli delle vene. Ci fioriscono dei peli, quasi setole, ma pochi. Sotto le unghie, grigie, c’è come un tenace rifiuto di arrendersi. L’intensa Mila riposava al mio fianco i suoi sonni complicati. Erano i giorni in cui diceva che avrei dovuto essere più attento alle cose che mi circondano. Ma io non riesco, ancora oggi. Penso a me, temo di non amare nessuno all’infuori di me.

Come sono brutto.

Sognai le mani, so a chi appartengono, dure come legno, quasi di cemento. Le carezzai dalla lamina delle unghie fino al polso dove, d’un tratto, s’apre il vuoto, l’orlo della carne cade fiappo. Mila si voltava col sedere all’insù e mostrava il percorso animoso dei polpacci, delle cosce, della schiena. Le mani che immaginai non avrebbero potuto toccarla, sono mani mozze e morte, quelle del partigiano Ernesto Guevara de la Serna di cui Mila andava raccontando la storia appresa dai quotidiani del dieci, dell’undici di ottobre. E degli altri giorni di quell’autunno del millenovecentosessantasette. Continua a leggere su Nazione indiana.

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