Dire quasi la stessa cosa: Isabella Zani e Tom Cooper

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Cielo di polvere, mare di libertà

Mi raccomandò di tenermi fedele al testo, di consultare spesso il dizionario, di badare ai frequenti tranelli linguistici … di scrivere qual senza apostrofo, tranne che nei libri gialli, nei quali si può anche mettere l’apostrofo, perché tanto il lettore bada solo alla trama.

(Luciano Bianciardi, La vita agra, 1962)

 

È successo di nuovo: dall’uscita del libro è passato più di un anno – che per le brevi vite di qualunque titolo non sia un classico o un best-seller da centinaia di migliaia di copie è un tempo piuttosto lungo – ma ancora lo scorso mese d’agosto qualcuno si è preso la briga di scrivermi per dirmi quanto avesse gradito la lettura di Cielo di polvere. In questo caso è stata un’amica, e anche qualche famigliare mi aveva già detto di aver apprezzato il libro; però dalla pubblicazione in qua lo hanno fatto anche diversi estranei, in diversi momenti, per e-mail o su Facebook.

Che un traduttore riceva un complimento o un ringraziamento esplicito e personale da un lettore non è cosa inaudita; ma nemmeno così ordinaria, specie se si tratta del “lettore sconosciuto” che noi tutti avremmo l’ambizione di raggiungere—e divertire, o commuovere, o far riflettere, o tutte queste cose insieme. E se accade fa un piacere enorme: è per questo lettore che scriviamo. Ovviamente ci si inorgoglisce se un critico di mestiere, parlando su un giornale o altrove di un libro straniero, spende parole di elogio per la traduzione; nessuno di noi sottovaluta l’importanza di un riconoscimento autorevole al proprio lavoro. Ma il “grazie” di un lettore, di una lettrice, ci restituisce il senso profondo di quel che andiamo facendo tutti i giorni. È la prova che il nostro sforzo di comunicare è andato a buon fine e crea un attimo di magia, rende palpabile la sensazione di una comunanza fra tutti quelli che, semplicemente, amano leggere (qualunque traduttore è partito da lì, dalla compagnia dei libri). Con Cielo di polvere la magia si è verificata e ripetuta: perché?, mi sono chiesta a un certo punto, provando a rispondermi. E concludendo che forse questa traduzione è tanto piaciuta perché è figlia della libertà.

Firmato da Tom Cooper, docente universitario e prolifico autore di racconti, Cielo di polvere (in inglese The Marauders: “I predoni”, ma anche “I corsari” se non addirittura “I masnadieri”) è la storia – ambientata nel 2010 in Louisiana, fra gli acquitrini costieri detti bayou e la città di New Orleans – di un assortimento di disgraziati che tentano, ciascuno a modo suo e non sempre lecito, di campare la giornata dopo le devastazioni dell’uragano Katrina prima e del disastro petrolifero del pozzo Macondo poi. Natura fulgida ma offesa forse irrimediabilmente, economia ittica depressa, tessuto sociale disgregato: soprattutto Cielo di polvere racconta che cosa quei posti fanno alle persone che vi nascono e crescono. Le umiliano, le induriscono, le dividono, le costringono a esistenze di fatica ed espedienti oppure alla fuga senza ritorno; e talvolta le uccidono. Questa in estrema sintesi la sostanza del libro, per non divagare troppo e per non guastare il piacere di un’eventuale lettura (perché tra le altre cose, insieme a questi “umiliati & offesi” si ride molto).

Quanto invece alla forma, Cielo di polvere è un romanzo di genere, benché di quale genere non sia altrettanto facile dire. Variamente definito thriller, noir e anche romanzo d’avventura, per l’alto tasso di suspense, l’atmosfera lugubre, le vicende violente e grottesche di cui i suoi personaggi sono protagonisti e vittime, è tutte queste cose insieme; con l’aggiunta di un bel po’ di umorismo, appunto, e persino di un tocco di Bildungsroman i. Infine, Cielo di polvere è un’opera prima. Opera prima e libro di genere: già da sole, queste due caratteristiche si portavano dietro solo implicazioni favorevoli alla mia libertà di traduttrice.

Lavorare a un’opera prima significa non doversi confrontare con alcuna fama d’autore né di traduttore, non dover tenere conto di un precedente legame del lettore con chi ha scritto e con chi ha tradotto prima di te. Per come funziona l’industria editoriale, a chiunque può capitare di tradurre i già noti e già tradotti da altri; anche senza entrare nel campo minato delle nuove traduzioni di classici, se un autore amato dal pubblico cambia traduttore e il nuovo traduttore sei tu, è proprio come intrufolarsi in una relazione amorosa. Sarai anche convintissimo di poter dispensare buoni consigli, ma se non impieghi un po’ di tempo a capire di cos’è fatto quell’amore, come funziona, corri il rischio di inimicarti entrambi i partner.

Per cominciare, quindi, tradurre Cielo di polvere era per me un’occasione di dare per prima una voce italiana a uno scrittore fin lì sconosciuto, seguendo soltanto la traccia indicata dal testo e, lungo quella traccia, plasmando quella voce secondo i miei mezzi e le mie inclinazioni, senza tema di deludere un’aspettativa—che non fosse quella auto-imposta di far vivere ai miei futuri lettori italiani un’esperienza il più vicina possibile a quella fatta dai lettori di lingua originale. Significava poter essere la prima a leggere questo romanzo nel modo in cui devono leggere i traduttori: pettinandolo cioè parola per parola, riga per riga, e riscrivendolo al meglio delle mie capacità via via che procedevo con l’esplorazione. È una responsabilità, certo – quale traduzione non lo è? – ma è anche un privilegio e soprattutto un piacere… un po’ come aprire una scatola nuova di matite colorate, perfettamente appuntite, per disegnare su un album mai aperto prima. È la sensazione inebriante di quando le possibilità sembrano infinite. Non lo sono realmente, perché ogni testo detta le sue regole, ma c’è un ampio margine di autonomia nel decidere come declinarne il rispetto.

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In secondo luogo, il genere. Per quanto mi riguarda, adoro tradurlo. Sono una traduttrice molto fortunata, che si è dovuta misurare con pochissime opere davvero mediocri e si è invece potuta cimentare con parecchi autori bravi e in qualche caso maiuscoli, indipendentemente dalla loro fortuna editoriale. Da tutti ho imparato (sì, anche dai mediocri, anzi). Ma quando traduco un libro di genere scritto con abilità – nel mio caso si è trattato soprattutto di polizieschi e affini – mi diverto come non mai, perché ho la sensazione di poter chiamare a raccolta “tutto il genere del mondo”, tutte le convenzioni disponibili, e di potermene servire a piacimento. Ogni delitto, ogni indagine, ogni interrogatorio mi ricordano un momento in cui da lettrice sono stata avvinta nell’attesa di sapere “come andava a finire”, e quel ricordo è un piacere in sé, che ben dispone al lavoro; ogni ispettore di polizia disilluso e indurito da una vita trascorsa in compagnia di criminali raffinati o da strapazzo, ogni “cattivo” che più cattivo non si può, sono nuovi in ogni libro e al tempo stesso familiari come vecchi amici. Posso fargli dire delle cose che so già, perché le sappiamo tutti; le abbiamo lette, le abbiamo viste al cinema e in televisione. Ci servono rinforzi! Qui le domande le faccio io. Obiezione, Vostro Onore (Roba da poliziesco, “procedurale” o legal thriller, perché questi sono quelli che piacciono a me: ma c’è la fantascienza, il rosa, il fantasy… qualunque appassionato avrà in testa la sua collezione di frasi fatte.) Non voglio certo insinuare che un romanzo di genere si possa tradurre per automatismi, per macchiette, per cliché, o con meno scrupolo e impegno di quanto se ne dedicherebbe a un Nobel per la letteratura, “perché tanto il lettore bada solo alla trama”. Ma se è vero che ciascuno di noi è partito dalla compagnia dei libri, senz’altro una buona parte di quei libri è stata di genere (senza contare i film, i telefilm, i fumetti…). E il piacere di quelle letture, libere da richieste di edificazione intellettuale e culturale e fatte solo per divertirsi, ci ha costruito dentro una specie di “manuale di stile” che poi, quando ci troviamo davanti il genere da traduttori, ci viene voglia di applicare; e farlo non può che restituirci quel divertimento.

Insomma, sapevo già in partenza che tradurre Cielo di polvere sarebbe stato bello per questi motivi e perché il romanzo, pur non essendo perfettamente incasellabile, era valido in sé—e semmai, la sua mescolanza di più generi prometteva più spasso. Quel che non sapevo era che l’editore che me lo commissionava – e che non mi conosceva: in questo senso, anche la mia traduzione era un’opera prima – e la redattriceii che lo avrebbe poi rivisto mi avrebbero lasciato tutta la libertà linguistica ed espressiva che si può lasciare a un traduttore. Con il gusto di avere per le mani un testo che senza troppe smanie letterarie voleva solo raccontare una storia e un ambiente, e senza il timore dei confronti di cui dicevo in principio, mi sono messa al lavoro sentendomi libera di trattare il testo stesso in modo alquanto personale: e poi ci ho scritto dentro di tutto, esagerando a bella posta perché, mi diceva l’esperienza, in fase di revisione sarei dovuta scendere a compromessi e rinunciare a qualcosa. E invece…

In Cielo di polvere ho scritto, per dirne una, un sacco di parolacce, ma proprio tante—spasso al quadrato. Ho scritto merdaio mediatico a sintetizzare la crisi d’immagine di una multinazionale petrolifera, che le avrebbe scatenato contro torme di mozzorecchi. Ho dato della vecchia carampana a una signora di una certa età. Ho usato una congerie di espressioni “connotate regionalmente” (rubandole oltretutto a regioni diverse) davanti alle quali, di norma, i revisori più miti levano un sopracciglio e quelli più feroci ricorrono al napalm: a Tizio una certa situazione gli diceva bene, Caia ne trovava un’altra ganza, Sempronio ora di sera non era venuto a capo di nulla. Ho scritto telare per “scappare” e cagare con la g (mi appello alla clemenza della corte: sono nata in Lombardia). Ho reso i tic linguistici di certi personaggi pescando tra i più fastidiosi che conosco… e quant’altro; mi sono concessa battute di dialogo come Mi sento che oggi butta bene. O meglio: sono stati i miei personaggi a darmi tutti i permessi del caso, perché loro parlavano così, perché questo era l’italiano del loro inglese. Però ho scritto anche barbuglio di rane e insetti, e scura bruma di sangue, e sul far del giorno… e infine mi sono anche tolta la soddisfazione di inventare una parola che in italiano, prima, non c’era. Non era la prima volta in traduzione, ci mancherebbe; ma era la prima volta per me, ed è stato esaltante pensarci, scartare altre possibilità, decidere per una versione finale, usarla, discuterne con la revisora e sentirmi dire: «Mi hai convinta». Non dirò quale parola sia, né quale fosse il termine originale (salvo riferire che risultava “strana”, quando non sconosciuta, anche a diversi anglofoni di madrelingua): tra tutte le recensioni professionali e le opinioni di lettori che ho potuto consultare, nessuna vi accenna, e ritengo questo silenzio una vittoria personale. Perché oso sperare che questa “mia” parola sia scivolata agevolmente via insieme a tutte le altre, nel mare di libertà che mi sono presa, che mi è stato lasciato e in cui, a quanto pare, molti lettori si sono fatti un bagno talmente piacevole da volermelo dire.

i Elemento messo in evidenza, e direi non a caso, dal titolo della versione tedesca del romanzo, Das zerstörte Leben des Wes Trench (all’incirca, “La vita distrutta di Wes Trench”). Si tratta per l’appunto del più giovane dei coprotagonisti, non ancora diciottenne… e a dispetto di questa resa, di uno tra i pochissimi a vedere l’ultimo capitolo del romanzo vivo e in buona salute.

ii Monica Pagani: grazie ancora, di cuore.

***

Isabella Zani è nata e cresciuta a Milano, ha trascorso quindici anni in Toscana e adesso vive sul litorale a sud di Roma. Da quindici anni traduce narrativa angloamericana, con qualche sortita nella saggistica letteraria e nel graphic novel, per diversi editori; ha fondato e modera (blandamente) una mailing-list per professionisti della traduzione, è attiva in Strade, la Sezione Traduttori Editoriali di SLC-CGIL, e spera che le cose continuino all’incirca così.

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