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(Le foto sono di Giovanni Di Giamberardino)

Quest’estate ho letto It per la prima volta. E m’ha cambiato la vita. Nel senso che me l’ha salvata.
Facciamo un passo indietro, tipo quando leggete il cartello “12 ore prima” nella puntata di una serie tv cominciata con l’eroe in punto di morte e voi vi chiedete che cazzo sta succedendo e se magari vi siete persi l’episodio della settimana prima. Io purtroppo non sono l’eroe proprio di niente e non sto per morire (che poi, aprendo una lunghissima e antiestetica parentesi, non so se la cosa dovrebbe tranquillizzarvi. D’altronde, con tutto il rispetto, chi vi conosce? Non credo che nessuno si lascerebbe rovinare la giornata se dovessi comunicarvi di avere le ore contate), semplicemente quest’estate avevo bisogno di andare a Derry, Maine. Anzi, avevo bisogno di tornarci.
Tutti siamo stati a Derry, tutti ci siamo nati. Siamo scappati correndo da Henry Bowers e dai suoi scagnozzi che volevano picchiarci dopo che li abbiamo fatti bocciare passando le risposte sbagliate al compito in classe. Abbiamo inalato dall’aspiratore aria fresca perché così ci aveva ordinato nostra madre senza sapere che l’ansia era solo nella nostra testa. Abbiamo sospirato accanto alla nostra Beverly, o il nostro Beverly, a seconda del genere e dell’orientamento, sentendoci inadeguati e indegni di fronte a tanta bellezza. Abbiamo affidato le nostre vite ad amici nella promessa che sarebbe stato per sempre. E naturalmente siamo stati perseguitati da un pagliaccio con gli occhi arancioni e il sorriso d’argento che voleva ucciderci. Tutti siamo stati a Derry e nessuno se ne è mai andato veramente, nessuno è mai cresciuto da quel primo pelo pubico identificato sotto l’ombelico. E lo sanno bene i protagonisti del libro, i membri del Club degli Sfigati, che alla fine è il Club dell’umanità intera: perché per quanto si possa fuggire lontano da Derry, dai suoi fantasmi, per quanti anni possano passare, alla fine si resta sempre gli stessi dodicenni con una terribile paura del buio.

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Non sarò il primo né l’ultimo a dire che It è il capolavoro di Stephen King, né quello che lo spiegherà meglio. Ma It m’ha salvato la vita, nell’estate dei miei primi trentadue anni, perché ha raccontato la mia. E oltretutto mi ha ricordato che una delle più grandi opere scritte nel secolo scorso è l’horror di un tipo che c’ha messo anni a farsi accettare come uno dei più importanti autori viventi, un tizio brutto come la morte, per di più. E m’ha salvato l’estate perché, parliamone, quanto cazzo è bello It?

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Giovanni Di Giamberardino è autore televisivo (Il Boss delle Cerimonie), sceneggiatore, scrittore (La marcatura della regina, Edizioni Socrates) e si occupa di serialità televisiva per la rivista Rolling Stone. A novembre 2015 ha pubblicato per Neri Pozza il romanzo Giallo Banana, la prima indagine del Principe Investigatore creato a quattro mani con Costanza Durante.
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