Il ‘prostor’ in una stanza: viaggio nell’Unione sovietica di Gian Piero Piretto

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Nel 2012 Gian Piero Piretto consegnava una prima storia della quotidianità sovietica, un piacevolissimo pellegrinaggio, anche visivo, attraverso oggetti-meteora giunti dalla galassia caduta assieme al Muro; da quella Vita privata degli oggetti sovietici si passa oggi a un itinerario, ancor più intenso e passionale, condotto in 25 luoghi rubricati nel volume che titola – da una canzone del 1972 portata alla ribalta dai Samocvety – Indirizzo: Unione sovietica (di nuovo Sironi editore, pp. 283, €22,90). Il transito dagli oggetti ai luoghi suggerisce un’immersione più totale in quelle atmosfere e amplifica, tra l’altro, “l’afflato di rispetto e considerazione per la quotidianità e l’umanità che ha segnato i settant’anni di esperimento socialista”. Leggendo Piretto sembra di voltare le pagine di quei codici medievali in cui gli occhi del lettore correvano sulla groppa dei mappamondi verso le terre dove c’erano i leoni e gli sciapodi. Luoghi, per chi è brutalmente assuefatto al mondo occidentale, che ci paiono strani, a volte invidiabili, a volte terribili, sempre affascinanti. Si passa dalla metropolitana di Mosca nei cui inaspettati silenzi si recuperavano le forze messe a dura prova dalle leggendarie distanze cittadine, agli autobus e ai tram, dai grandi magazzini le cui vetrine “mettevano in scena un modello di mondo ideale, quello che ancora non era stato realizzato ma che, grazie all’ideologia socialista, incombeva felicemente sul futuro dei cittadini”, alle vie ingombre di scacchisti, di venditrici di gelato e, nei mesi invernali, di donne impiegate in ciclopici spostamenti di masse nevose. Non mancano circhi e teatri, chiese e cimiteri, biblioteche custodite da burberi Jorge da Burgos, indolenti sedute nei bagni di vapore, bottiglierie e gelaterie, vodka, champagne e quelle torte russe “tragicamente e squisitamente cremose e burrose”. Ci sono i desolanti e rigorosamente controllati negozi berëzka e gli inaspettatamente ricolmi mercati colcosiani a cui si ricorreva “quando si aveva un bambino ammalato, quando si doveva organizzare un festeggiamento importante, quando amici d’oltrefrontiera erano invitati a cena”. Ci sono i cortili sfuggiti alla grandiosa pianificazione staliniana e gli androni (epico quello di casa Bulgakov a Mosca) delle controculture e degli alcolizzati, le komnata (stanze) degli appartamenti in coabitazione (“un misto tra bohème o povertà di casa nostra e necessità ideologiche del socialismo”) e le cucine, territorio privilegiato della protesta in chiave russa, “non fragorosa, non eclatante”.

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L’analisi di Piretto tiene sempre conto della dialettica tra stasi e cammino, imprescindibilmente russa, e di conseguenza del rapporto, a volte conflittuale a volte no, tra dentro e fuori, tra spazi chiusi e “incommensurabile sperdutezza” del prostor, landa senza fine, quella della steppa percorsa dal viandante. Ne viene un atlante non di luoghi solo ma di nessi che quella cultura ha stabilito con il paesaggio nelle sue tre fasi più evidenti: dall’atavico rispetto per l’infinito al trapasso (mai del tutto riuscito) alla logica sovietica che sognò di soggiogare l’immenso (anche attraverso il sovraffollamento, “inconsapevole compensazione per la sproporzione smisurata” dei confini), fino alle attuali e tristi omologazioni portate dal crollo dell’Unione e dalla realtà globale.

Resta la nostalgia per un mondo culturalmente complesso che, forse, anche a noi sarebbe piaciuto conoscere da vicino e del quale, in Piretto, riconosciamo uno dei più appassionati responsabili della sua mitologia.

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