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Ho tradotto il mio primo libro di Don DeLillo – Punto Omega – sette anni fa. Non avrei dovuto tradurlo io, ma Rossella Bernascone. Rossella però non poteva e generosamente (dico generosamente, soprattutto perché in fondo mi conosceva poco) ha fatto il mio nome alla redazione di Einaudi come sua possibile sostituta. Mi è stata assegnata una prova di traduzione, l’ho superata ed è così che è cominciato tutto.

Piccola parentesi sulle prove di traduzione: sono importanti, non sono un affronto alla nostra professionalità. Nessun traduttore, neanche il più affermato, è automaticamente adatto a rendere al meglio un determinato autore o un determinato libro, e un editore, il quale investe soldi, tempo e risorse nella traduzione e nella promozione, ha tutto il diritto di scegliere – secondo suoi parametri personali – quale voce vuole per quel libro e quell’autore.

Dopo Punto Omega ho tradotto l’Angelo Esmeralda, una raccolta di racconti che spaziano dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso agli anni dieci del Ventunesimo secolo. Una scrittura che abbraccia tutta, o quasi, la carriera di DeLillo, e una palestra per me che mi sono confrontata con vari momenti del suo processo creativo e ne ho potuto vedere l’evoluzione, apprezzarne i cambiamenti da una parte e i motivi ricorrenti stilistici e tematici dall’altra. E poi End Zone, un corpo a corpo con un mondo a me sconosciuto, quello del football americano, e con i primissimi passi di DeLillo scrittore (è il suo secondo libro, ma le sue tematiche ci sono tutte, la sua voce autoriale è già lì, potente, sicura). E ora Zero K, il suo libro più recente, un lavoro denso per argomento e per rimandi a infiniti altri autori, altri mondi.

Tradurre DeLillo può sembrare facile, o sarebbe facile se la difficoltà traduttiva di un testo fosse direttamente proporzionale al suo grado di complicatezza lessicale e sintattica. Ho già avuto modo di parlare altrove dell’apparente semplicità della sua scrittura: DeLillo non ricorre a giri di frase contorti, non usa tecnicismi, linguaggi settoriali, espressioni gergali più di altri autori. La sua sintassi è piana, spesso paratattica, asciutta, pulita. Un autore così – così maturo e sicuro dei suoi mezzi – se glielo permetti, se non cerchi di strafare, ti guida per mano e ti fa fare bella figura perché ti fa brillare della sua luce riflessa. Spesso però, quando traduci grandi autori, non devi cimentarti solo con quello che dicono, ma anche e soprattutto con quello che non dicono. E devi riuscire a dire non dicendo, proprio come fanno loro. Cerco di spiegarmi meglio: quest’estate, dopo che avevo già consegnato la traduzione di Zero K, mi sono arrivate un paio di e-mail da parte di una lettrice di DeLillo, la signora Luisa di 84 anni. La signora Luisa stava leggendo Zero K in inglese, non vedeva l’ora che uscisse la traduzione italiana e mi ha scritto per chiedermi quali richiami si nascondessero, secondo me, dietro alcune porzioni di testo apparentemente semplicissime come le parole “drop of water” inserite in un determinato contesto.

Dietro quella goccia d’acqua si nasconde il mondo, signora Luisa, e il mio lavoro ingrato è quello di riuscire a nasconderlo bene come fa DeLillo, ma non così bene da non farlo intravedere a lei e ad altri lettori, proprio come fa DeLillo.

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La prima difficoltà è accorgersi di questi mondi nascosti dietro ogni frase. Lo dico subito, non per falsa modestia, ma perché purtroppo è la verità: non sempre in questo libro sono riuscita nel mio compito di tradurre il non detto. Nessuno ci riesce mai, ma più un libro è importante, più questa consapevolezza è dolorosa per un traduttore. Ogni volta che leggo un articolo su Zero K o anche un post su Facebook di gente che aspetta con ansia l’uscita del libro in italiano e che lo ha già letto in inglese, mi sento male perché a ogni riflessione sul testo mi si rinnovano i sospetti di aver trascurato quel rimando, quella sfumatura, quella verità segreta esposta in evidenza, per citare Elémire Zolla. Bisognerebbe avere letture sterminate, bisognerebbe avere una cultura sconfinata, bisognerebbe essere Don Delillo per poter fare pienamente giustizia ai suoi scritti volgendoli in un’altra lingua.

Solo che se ci si ferma a contemplare tutte le possibili vie che si potrebbero prendere in una traduzione non dico che non si finirebbe mai un lavoro, ma non si comincerebbe nemmeno. La vertigine delle mille possibilità contenute in una sola parola, in una sola frase è un privilegio concesso principalmente al lettore. Al traduttore, che è fondamentalmente un uomo o una donna d’azione più che di pensiero, spetta l’onere della scelta, e la scelta, in traduzione, anche quella più fortunata, anche quella più “fedele” al testo di partenza, prevede sempre dei piccoli aggiustamenti, dei tagli e delle aggiunte. Tradurre, come dice Umberto Eco, è dire quasi la stessa cosa, ma il cruccio del traduttore risiederà eternamente in quel quasi che è una sorta di peccato originale inevitabile, quel quasi che contiene tutte le possibilità che il traduttore non ha esplorato – per limiti suoi, per limiti della lingua in cui traduce, perché è inevitabile. Quel quasi che è il rimpianto per tutte le traduzioni di un determinato testo che sarebbero potute essere e non sono state.

Il dilemma della scelta mi si è presentato fin dall’incipit di Zero K, un inizio folgorante: Everybody wants to own the end of the world. Una frase apparentemente semplicissima. Apparentemente, appunto. Dodici sillabe che sembrano scolpite nella pietra, un verbo, own, carico di significati e livelli di lettura, composto da una sola granitica sillaba. Dopo aver provato varie soluzioni ed essermi confrontata con Francesco Guglieri che ha curato la revisione, ho scelto di tradurre così: Tutti vogliono possedere la fine del mondo. Quasi la stessa cosa. Ma apriamo quel vaso di pandora del quasi e vediamo le sfumature che ho eliminato e quelle che ho aggiunto al testo. Undici sillabe dell’originale contro le quindici dell’italiano, ma ci sta, si sa che l’italiano è una lingua con parole mediamente più lunghe rispetto all’inglese e tre sole sillabe in più non sono un grosso problema. Ma la cosa su cui mi sono arrovellata di più è stato quell’own. Non tanto perché è un monosillabo, e noi di verbi di una sola sillaba non ne abbiamo, ma perché non c’è un perfetto traducente in italiano che renda own in tutte le sue accezioni. Vuol dire possedere, nel senso di essere proprietario di qualcosa, ma anche sbaragliare un avversario, e anche ammettere qualcosa. Quindi l’incipit di Zero K ha tre significati diversi, uno principale e due secondari: 1. Tutti vogliono possedere la fine del mondo; 2. Tutti vogliono sbaragliare la fine del mondo; 3. Tutti vogliono riconoscere la fine del mondo. È ovvio che la maggior parte dei lettori anglofoni avrà, a un livello conscio, scelto la prima interpretazione della frase, ma da qualche parte dentro di loro avranno sicuramente agito a un livello subliminale anche le altre due accezioni di own. In italiano, c’è poco da fare, non esiste un verbo che contenga queste stesse sfumature. Alla fine ho scelto possedere (scartando altre possibilità come Tutti vogliono disporre della fine del mondo e Tutti vogliono essere padroni della fine del mondo) perché anche possedere offre diverse possibilità di interpretazione. Possedere significa principalmente essere padroni di qualcosa, e qui il significato numero 1 italiano e quello inglese coincidono. I significati secondari sono l’accezione sessuale – possedere una donna – e quella demoniaca (seppure nella coniugazione passiva)– essere posseduti dal demonio. Anche in italiano abbiamo quindi un significato principale del verbo possedere che agisce a un livello conscio e due significati secondari che si muovono su livelli subliminali. Solo che sono diversi rispetto all’originale. Più di tanto, noi traduttori, non possiamo pensare, arriva il momento in cui dobbiamo scegliere, e scegliere significa sporcarsi, commettere arbitri, ma anche fare, realizzare, dare vita a qualcosa che prima esisteva in un’altra forma e che per passare in un’altra dimensione, per rimanere quello che è in un habitat linguistico diverso, deve per forza mutare forma e un po’ anche contenuto. Possedere è quasi own, ma non è la stessa cosa, è ricco di rimandi, ma non gli stessi.

Un traduttore, quindi, non è mai invisibile, è visibilissimo dietro le scelte che ha operato, i tagli e le aggiunte inevitabili che è costretto a fare perché oltre a riflettere – eppure riflette tanto – il traduttore è chiamato ad agire. Il traduttore è, in ultima analisi, un action hero del mondo delle lettere.

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Federica Aceto traduce per l’editoria dal 2004. Tra gli autori da lei tradotti: Don DeLillo, Martin Amis, Ali Smith, Stanley Elikin e Lucia Berlin. Dopo la laurea ha vissuto diversi anni a Dublino dove ha lavorato come lettrice nel dipartimento di italianistica di UCD. Da dieci anni vive a Roma.

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