I dischi di Guido Michelone: Soft Machine, Third

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Forse non è nemmeno troppo azzardato definire questo Third dei Soft Machine  come uno dei capolavori della musica del XX secolo: è un disco-chiave non solo per capire la poetica di un gruppo, ma anche per sentire in che modo una band di ragazzi di Canterbury, perlopiù liceali, in pochissimo tempo possa arrivare a creare una musica senza confini di straordinaria levatura, in grado di parlare ai fans del jazz, del rock, del pop, dell’avanguardia. In più, rispetto al doppio vinile originario, nel sempre doppio CD pubblicato nel 2007 (SONY-BMG), il secondo dischetto tutto di inediti conferma l’assoluta grandezza dell’esperimento e dei giovani che allora lo portano a termine con folle lucidità psichedelica. Quando i Soft Machine registrano l’album, dal vivo e in studio, tra il gennaio e il maggio del 1970, rimangono ufficialmente in tre: Robert Wyatt (voce e batteria), Hugh Hopper (basso elettrico) e Mike Ratledge (piano e organo): a dar man forte via via intervengono pure Nick Evans (trombone), Rab Spall (violino), Lyn Dobson (flauto e sax soprano), Jimmy Hastings (flauto e clarinetto) e soprattutto Elton Dean (sax alto), il quale compare nella foto centrale di copertina con gli altri tre quasi a suggellare il suo ingresso definitivo quale membro stabile (e così sarà fino al decesso dell’anno scorso). Come già detto, l’album originario è un doppio LP a 33 giri e le quattro facciate contengono ciascuna una suite di circa venti minuti, quasi a sottolineare la poliedricità della verve sonora: Facelift (Live), Slightly All The Time, Moon In June, Out-Bloody-Rageous restano un’apoteosi di post-beat immaginifico, di sano rock-jazz, di minimalismo ante litteram, di patafisica applicata alla cultura pop; ascoltate in successione, grazie al digitale, le quattro suites sono un’unica complessa opera totale del genio dei canterburiani. Nel secondo cd di inediti le versioni leggermente abbreviate di Facelift e Out-Bloody-Rageous, oltre la mini-suite Esther’s Nose Job confermano la dirompente inventiva come se un Bach postmoderno, uno Zappa britannico, un Miles bianco, uno Stockhausen swing si mescolassero in qualcosa di ancor più bizzarro e sapientemente orchestrato.

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