onda

Un libro per me fondamentale è L’onda dell’incrociatore di Pier Antonio Quarantotti Gambini. A più di mezzo secolo dalla sua uscita (1947, ma è stato riedito di recente da Sellerio) il romanzo continua a mostrarsi estremamente moderno, sia nella trama che nel linguaggio, con la sua vitale e solforica posta in gioco, l’educazione sentimentale e sessuale di tre adolescenti lungo i pontoni del mandracchiodi Trieste: il mondo acquatico delle canottiere, fatto di maone, rimorchiatori, iole, caìci, trabaccoli, «fra detriti di carbone – un velo nero che appannava l’acqua – e limoni sfatti, bucce di anguria, cipolle e grandi chiazze iridescenti di petrolio», elementi primari come primari sono i sentimenti che agitano i personaggi: amore e odio.

Il racconto si costruisce di continui rimandi, sottili incrementi e circolarità a maglie sempre più fitte, fino alla strozzatura finale. Dal primo capitolo si irradia tutta la vicenda, attraverso contaminazioni e sviluppi di sensazioni e scenari: il libro si apre con le ondate sollevate dagli incrociatori e così si chiuderà; compare la maona che sarà il teatro di morte; c’è già sentore di naufragio (fantasticato da Ario, così per tutto il libro, ansia crescente innervata nel corso della storia fino a concretizzarsi: «gli sarebbe piaciuto che una di quelle imbarcazioni bianche e agili dalle alte alberature, un panfilo magari, fosse affondata»); Eneo, la speranza della canottiera Virtus, appare sul rimorchiatore Titanus; si intravedono le scarpette di Lidia la giovane concupita (socchiusa, filtrata è spesso la luce che attraversa il romanzo, illuminando in modo granulare la scena). Tutto questo, che appare nel primo capitolo, in un’aria di festa – siamo durante una parata di navi –, ricomparirà alla fine, nell’ultimo capitolo, il ventiduesimo, coperto da una glassa letale: le onde degli incrociatori appunto, la maona, il Titanus, le scarpette. E tutto ciò viene inoculato sottocute nel lettore, distillato e conteggiato goccia per goccia, parola per parola, senza fretta, la storia come lenta flebo.

Ario, Berto, Lidia: tre nomi, tre destini (Enrico Falqui ha parlato di «enfants terribles»). Ario: «stupido e debole», ferito dall’impudenza della madre che accoglie di notte uomini, nascosti da una rastrelliera «carica di vecchi attrezzi, alta in mezzo allo stanzone», ma da lei oscuramente attratto («si ricordò a lungo, invece, dell’impressione strana, quasi sfacciata, che aveva provato un giorno d’estate allorché aveva veduto per la prima volta sua madre indossare una blusetta in cui le tremolavano i seni grossi, e una gonnella lieve da cui le uscivano con prepotenza le gambe dai polpacci forti»), in attesa di un padre fuggito in America. E Ario, se non la voce, è l’occhio del romanzo che si svolge attraverso la sua sensibilità, le sue pulsioni, la sua credulità, in una finta oggettività da narratore onnisciente.

Berto: adolescente squadrato, fratello di Lidia (poi la parentela si definirà meglio verso la fine: fratellastro), e da lei attratto, molte delle vicende vivono nei suoi racconti ad Ario. Tira aria di incesto in questo romanzo, ma in modo misurato, quasi musicale.

Lidia, nome levantino, destino segnato («Diventerà troia» sibila la madre di Ario, impegnata in un contrasto non gratuito con la ragazza: entrambe saranno amanti di Eneo), vive di contorni e aloni, mai puntualmente descritta (si sa solo di gonnelle, vestitini azzurri, gambe brune e scarpette di tela bianca), vittima e sacerdotessa delle esperienze e soprattutto delle aspirazioni sessuali di Ario e Berto.

Romanzo di psicologie in crescita, mai ferme: soprattutto lei, Lidia, inarrestabile silfide, di cui seguiamo le evoluzioni ormonali, scandite dai decorsi stagionali seccamente registrati, specie in incipit di capitolo: «Fu in quell’autunno che…», «Nei paesi costieri la primavera arriva dal mare», «Settembre, nel mandracchio, è il mese più bello». E le seguiamo attraverso cenni minimi, calibratissimi: «– Lo sai – disse, – che si dà il rosso alle labbra?», «– Fai la signorina, – rise Ario. – Non corri più scalza», «Ma con lei quell’estate non c’era più gusto. Parlava poco, e come sdegnosa. Si appiccicava in testa, prima di tuffarsi, un caschetto di gomma: e camminava, anche quando non era scalza, con un’andatura delicata».

Romanzo di svelamenti e bruciature, increspature sessuali, crudelissime e naturalissime: la prima esibizione di Lidia, «la bambina mezzo nuda, […] faceva un inchino volgendo loro il dorso e tenendosi rialzata la gonna». Lidia accusata con il primo pretesto dai due (farsi «notare dai “viennesi” che cenano sul terrazzo» del circolo nautico), spogliata, stesa su una lamiera rovente, picchiata, sputacchiata e insultata («Supina e nuda lì a terra, col corpo abbandonato e i capelli tutti scomposti, appariva più fiera che mai, come un angelo folgorato dall’alto»). Lidia esaminata di notte dal padre-patrigno in cerca della sua perduta verginità con Berto che regge la candela (altro sussulto incestuoso: «L’uomo, imponendo di nuovo a Berto di avvicinarsi con la candela, le mise subito le mani tra le ginocchia. Lidia non reagì, lasciò fare; anzi, appena toccata, sembrò a Berto che schiudesse le cosce quasi da sola»). I tre che spiano Eneo mentre si fa la doccia («Era Eneo, senza mutandine. L’acqua gli scorreva ancora di dosso, a rivoli. Ne era tutto lucente; e appariva strano il contrasto tra la lucentezza bronzea di tutto il corpo e quella bianca, quasi azzurrina, delle natiche»), Lidia colta da voglie indicibili (Ario «la vide guadare Eneo, pallida, come persa, con due pupille dilatate e profonde»). L’indicibilità del sesso che per vendetta si muta in acre spergiuro: Berto che fa in modo che sua madre scopra le «mutande appallottolate e dure di sangue», unici testimoni del rapporto consumato fra Eneo e Lidia.

In questa giostra di pulviscoli emozionali la vita scivola verso la fine, con un’inclinazione quasi impercettibile, fra una solitudine di terrazzo, un bagno di sole e «la suggestione semplice e terribile delle cose vere». Notare in questo passaggio, che è l’ossatura della poetica di Quarantotti Gambini, la scelta così scarna e diretta degli aggettivi (semplice, terribile, vere, quasi in oraziana callida iunctura) e dei sostantivi (cose): torna alla mente un’intuizione di Ernesto Sàbato di Sopra eroi e tombe «è troppo bizantino e preziosista per essere un grande scrittore. Se l’immagina lei Tolstoj che cerca di sbalordire con un avverbio quando è in gioco la vita o la morte di uno dei suoi personaggi?». Ecco l’onestà – tipicamente triestina – di Quarantotti Gambini: mai barare con la vita delle sue creature, mai perdersi dietro all’abbaglio nominalistico, alle panoplie verbali e nomenclatorie. Giocare invece di fino, con gli elementi primari, essenziali: «col suo corpo alto e forte, con le sue spalle ossute, con le sue mani grandi e scarne» (la madre di Ario), con la trasparenza dei batticuore («Ario tacque, pentito, e vicino a sentire un groppo in gola»). Sfiorare il lettore: si veda l’ambiguità di una parola come orgasmo, che corre pulsante per tutta l’opera.

Tutto avviene lungo l’acqua, sui pontoni, solo la morte troverà compimento dentro l’acqua, in una sacralità e simbologia delle posture attentissima in un mondo, quello del mandracchio, dove è fondamentale sapere dove mettere i piedi; un’altra postura è quella della distensione: corpi distesi in attesa di punizione, masochisticamente (Lidia stesa sulla lamiera bollente) oppure in confabulazione di vendetta, sadicamente («Distesi al sole sul terrazzo […] Ario e Berto un po’ parlavano e un po’ tacevano», l’incipit che introduce il ventunesimo capitolo, prossimo alla sciagura ormai progettata).

In questa storia gli adulti non si comportano mai come tali, ma sempre da adolescenti: la madre di Ario, ciclotimica («c’era sempre in lei […] qualcosa di incalzante e di oscuro») e desiderosa di piacere a Eneo, il padre di Berto, violento e sconfitto, Eneo, vanesio, perso dietro a impossibili sogni di gloria. E ogni tanto a fare capolino anche il «cine», per contrasto: come se su quella superficie tutto fosse magico, salutare ed eterno, mentre la pellicola del mare riflette solo le storture, le cose che non vanno, «velo nero che appannava l’acqua».

Ecco il pane dei verdi anni, per dirla con Heinrich Böll: smozzicato, sbocconcellato, ha dato sostanza a un romanzo degno di fronteggiare Agostino di Moravia, quanto a turbamenti corporali, e Il dio di Roserio di Testori, quanto a acre agonismo; romanzo vivo di semplici e terribili incertezze, di un’adolescenza dello spirito, non limitata a un determinato periodo della vita, un’adolescenza come specchio incrinato del vivere.

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Ha tradotto autori classici (Honoré de Balzac, Francis Scott Fitzgerald, Herman Melville) e contemporanei (Wilbur Smith, Robert Stone, Ian Fleming). Insegna all’università dell’Insubria di Como-Varese. Ha scritto di vampiri (L’eterna notte dei Bosconero, Rizzoli, 2006), di precari (Aspetta primavera, Lucky, Socrates, 2011, candidato al premio Strega 2011), ma soprattutto del suo amato Friuli, in poesia (Rimis te sachete / Poesie in tasca, Marsilio, 2001) e in prosa (Il tai e l’arte di girovagare in motocicletta. Friuli on the road, Laterza, 2011). Ha creato l’ispettore Drago Furlan, protagonista di La primavera tarda ad arrivare (Mondadori, 2016, Premio Provincia in Giallo). È tradotto in diverse lingue, dall’inglese al coreano.

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