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«L’ufficio non è altro che uno stanzino ricavato accanto al reparto lavorazione frattaglie del mattatoio»

Da un po’ meno di quindici anni Ana Paula Maia, classe’ 77, nata nello stato di Rio de Janeiro, formatasi in ambito teatrale e inizialmente dedicatasi alla drammaturgia, si impegna con tetragona sistematicità e un talento letterario non comune a raccontare il rovescio del Brasile tropicale, lussureggiante, musicale e allegro che impazza da una quarantina d’anni.

Leggere i suoi libri significa lasciarsi scaraventare in un paese desertificato, vuoto, animalesco, solcato da personaggi aridi, ombre di uomini.

Finalmente quest’anno è uscito un suo romanzo anche in Italia, pubblicato da laNuovafrontiera nella traduzione di Marika Marianello.

Di uomini e bestie (ed. orig. 2013) è un romanzo breve, tutto ambientato all’interno di un allevamento che comprende mattatoio e si trova vicino agli impianti per la lavorazione della carne.

Non ci si aspetti il folklore brasiliano a cui la politica editoriale italiana ci ha abituati. L’ambientazione è tutta in bianco, nero e grigio. Grigio il cemento dei casermoni di stoccaggio, grigie o al massimo di un ocra spento le strade, incolore la pelle degli uomini che uccidono bestiame e ne lavorano le carni a ritmi serrati che ricordano il lager, grigi i fiumi contaminati dove nuotano pesci morti o morenti.

«Il fiume è deserto. È un fiume morto e di rado si vede qualcuno pescarci. Nei giorni di calma c’è chi lo attraversa usando delle piccole barchette rudimentali e c’è anche chi si azzarda a prendere un pesce contaminato che ancora si dimena. I pesci, anche morti, brillano, e non solo: i loro occhi riflettono la luce del giorno. Gli occhi di un ruminante assomigliano alla notte. Dentro c’è solo il buio e quello non può essere penetrato. È costantemente insondabile»

Ma il grigiore, la morte e la notte non esprimono alcuna poetica. Stanno lì e basta. Non marcano l’ambiente, tutt’al più lo delimitano, lo demarcano, come una privazione. Lo svuotano, senza l’ambizione di voler significare niente.

Se qualcosa c’è che invece segna uomini, bestie e capannoni, se in questo mondo spogliato l’esistente può dirsi marcato da qualcosa, è casomai il linguaggio preciso, quasi tecnico, che nomina attrezzi, ruoli, locali, parti del corpo. Mazzette, caschi, guanti, storditori, spalatori, camionisti, stalle, recinti, sezione scarti, reparto lavorazione frattaglie, zampe, pelli, corna e naturalmente il sangue, che tutto copre con il suo odore, tracciano i confini iperrealistici di questo vuoto assoluto in cui il diritto all’esistenza (sempre a termine) si misura secondo il metro dell’utilità.

Tutto viene sfruttato, spremuto, vivisezionato per trarne il massimo profitto. L’umanità non ha cittadinanza su queste carreggiate polverose, tra i fili d’erba che non viene sradicata solo perché serve di nutrimento al bestiame, nei dormitori, cessi e bar-postribolo dove si va con l’unico scopo di espletare una funzione: dormire, evacuare, scommettere, bere, eiaculare.

Dare la morte è una questione di numeri. Meno di cento capi abbattuti al giorno significa non essersi guadagnati la giornata. Anche lo stipendio si arrotonda rischiando la vita.

«L’uomo prende fiato e immerge la testa in un barile pieno d’acqua. Gli altri, tutt’intorno, inizialmente scherzano. Ridono. Passato un minuto, gradualmente cala il silenzio, finché non si sente solo il ronzio delle mosche giganti che si alimentano dei resti delle bestie morte. Il vecchio Emetério […] spalanca gli occhi tremuli e giallastri quando il cronometro che ha in mano supera i due minuti. Diciannove secondi dopo, Burunga alza la testa, paonazzo per la mancanza d’aria».

Al contrario però di molta literatura marginal, nel cui filone pure si potrebbe essere tentati di ingabbiarla, i particolari agghiaccianti che pervadono i romanzi di Ana Paula Maia e questo in particolare non hanno niente di neorealistico. Non servono a sensibilizzare gli animi riguardo a realtà ancora troppo presenti nella società brasiliana né a épater les bourgeois in una rivalsa artistica contro la logica del denaro. Al contrario. Sono casomai iperrealistici. Cancellano tutto quanto li circonda. Servono a escludere il contorno. Anche qui, Maia lavora per sottrazione. Pasolinianamente, non c’è esterno, non esiste altrove. La morte, lo sfruttamento di ambiente uomini e bestiame, lo sguardo utilitaristico per così dire a priori che è l’unico di cui tutti, narratore, personaggi e perfino il lessico della narrazione sembrano essere dotati, funziona paradossalmente come esclusione di qualsiasi via d’uscita. Un’introiezione dell’inferno.

«Mentre prosegue, Edgar Wilson continua a pensare al buio negli occhi dei ruminanti e si sforza di abbozzare uno schema che riesca a decifrarli. Per quanto ci provi, la sua immaginazione non è in grado di gettare luce sulle tenebre; né su quelle prodotte da occhi insondabili né su quelle stesse tenebre che nascondono la sua malvagità».

Questa banalizzazione della bestialità umana, però, così pervasiva da farsi aprioristica, non sembra poter restare senza contrappasso. Ecco allora che sono le bestie, il bestiame, l’utilitario per eccellenza all’interno di questo sistema, ad assumere su di sé (non si sa se controvoglia) le ultime vestigia dell’umano. È il bestiame, con gli occhi neri e senza luce, vuoti da prima del vuoto, a manifestare all’improvviso comportamenti che vanno contro il meccanismo, ingenerando così un mistero che gli uomini bestializzati ci metteranno molto a scoprire proprio in virtù della loro ormai consumata disumanizzazione.

E anche quando alcuni di loro, non perché meno bestiali degli altri ma forse solo perché più attenti, più curiosi, talmente asserviti alla razionalità da poter contemplare, in nome dell’efficienza, perfino l’irrazionale, quando i pochi ancora in grado di vedere avranno risolto il mistero, questo disvelamento finirà per non avere il potere di cambiare niente.

Non fa differenza. Tanto non si può uscire. Non c’è nessun altrove. Come dice l’autrice stessa alla fine del romanzo, con una parola che la traduttrice Marika Marianello ha felicemente deciso di lasciare identica all’originale: «Nessuno è impune».

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