Libri tanto amati: Andrea Bacianini e Dino Buzzati

(Foto di Andrea Bacianini)

Forse perché avevo pochi amici che leggevano e mi dovevo cercare da solo i consigli di lettura (intuendo anche un certo sparare a caso di alcuni librai) o forse è solo colpa dei miei neuroni-specchio, chi lo sa, certamente però ho spesso apprezzato e persino amato i libri di cui le antologie scolastiche mi parlavano. Non ricordo esattamente per quale motivo, ma uno dei primi libri di narrativa acquistati per me personalmente fu Il deserto dei Tartari. Avevo quindici anni e le domande sulla ricerca di senso o sulla sua eventuale mancanza cominciavano a farsi sentire. Dino Buzzati mi affascinò perché ne dipingeva un approccio, per così dire, ‘quotidiano’ e misterioso insieme.

Giovanni Drogo, appena nominato tenente, è proprio lì, sul limitare della prima giovinezza, ormai fuori dall’Accademia militare e finalmente artefice di se stesso, come sognava e vorrebbe credere. E però… “Che cosa senza senso: perché non riusciva a sorridere con la doverosa spensieratezza mentre salutava la madre? […] Perché non gli uscivano dalla bocca, per la madre, che frasi generiche vuote di senso invece che affettuose e tranquillanti parole? L’amarezza di lasciare per la prima volta la vecchia casa, dove era nato alle speranze, i timori che porta con sé ogni mutamento, la commozione di salutare la mamma, gli riempivano sì l’animo, ma su tutto ciò gravava un insistente pensiero, che non gli riusciva di identificare, come un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno”. L’età dei giovani-adulti, dunque, appariva un ‘viaggio senza ritorno’, un distacco completo da tutto ciò che è l’adolescenza, una perdita totale e insanabile dell’innocenza. Come opporre resistenza e conservare la gioia del bambino? In certi aspetti non sarei mai voluto crescere, se questo comportava la perdita di sé (eppure il bruco e la farfalla non mi dispiacevano).
Alla Fortezza Bastiani (o semplicemente “la Fortezza”, come ho poi scoperto che avrebbe dovuto recitare il titolo originario del romanzo) Giovanni Drogo vive tra il desiderio di riavvicinarsi alla sua città, agli affetti e ad un centro di maggior importanza, e il sogno legittimamente ambizioso di un giovane di essere protagonista di un evento mai verificatosi prima in quell’immaginario confine di scarsa importanza: l’arrivo del nemico da quella distesa desertica che ricorda nel nome l’antica presenza del popolo tartaro. Un’attesa in apparenza impossibile, che ha attratto fior di uomini, per poi fiaccarli nel ripetersi delle abitudini militari che si consolidano in certezze, quasi le uniche concesse, e si fanno inconsapevolmente esperienza di vita e carne e sangue nello scorrere apatico, ma non inoperoso, dei mesi e degli anni. Che può far perdere il senso del mistero.
Mi piacevano la sospensione della speranza di lunga, lunghissima durata, e ancor di più l’abbandonarsi lento e inesorabile, non conoscevo ancora l’accidia, alle abitudini. Quasi un affidarsi al dondolio degli anni per non avanzare veramente e non correre rischi, un tentativo di resistere e di conservare intatti i propri affetti di fronte all’ignoto, forse pronti, di sicuro ben ancorati al nucleo più intimo di sé e dell’identità in cui ci si riconosce.
***
Andrea Bacianini è nato due giorni dopo Alessandro Del Piero con un’insana passione per qualunque forma narrativa dai fumetti al cinema. Si è occupato di filologia latina (curando tra l’altro le questioni metriche dei progetti Musique Deoque, www.mqdq.it, e Pede Certo, www.pedecerto.eu, oltre che due volumi sulle lingue classiche in rete editi da Guaraldi) e lascia la sua firma sul blog letterario Librisenzacarta. Attualmente insegna nella Scuola Secondaria. Ha curato con Antonio Maddamma l’antologia MarcheNoir (Italic/Pequod) e pubblicato il racconto Smart all’interno della raccolta Tremaggio dedicata all’alluvione che ha sconvolto Senigallia (Ventura edizioni).
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