Boileau-Narcejac: La donna che visse due volte

James Stewart - vertigo

Due anni or sono Adelphi ha dato avvio alla pubblicazione di una serie di romanzi firmati dal duo Pierre Boileau-Thomas Narcejac; prìncipi del noir, di loro abbiamo già letto su questo foglio I diabolici prima, e Le incantatrici dopo. Ora un terzo e celebre volume, La donna che visse due volte (Adelphi, pp. 196, euro 18), da cui Alfred Hitchcock trasse Vertigo, inchiodante capolavoro, ci finisce tra le mani come un dono prezioso e sorprendente. Bello ma infedele – come ha detto qualcuno – il film del 1958 in effetti diverge in più punti rispetto alle pagine del libro; per l’ambientazione e il tempo (non la San Francisco in cui camminano James Stewart e Kim Novak, ma la Parigi plumbea di pioggia, non la pace degli anni Cinquanta ma la guerra mondiale), e pure perché l’atmosfera inquietamente colorata di Hitchcock è sensibilmente diversa dalla primigenia immersione nelle tinte negre dell’angoscia che qui si leggono. Degli originari nomi dei personaggi, il cineasta tenne solo quello di Madelaine – Scottie Ferguson sostituì Roger Flaviéres e Gavin Elster quello di Paul Gévigne – proprio perché Madelaine è un nome ‘blindato’, tante sono le necessarie risonanze proustiane.

Madelaine, nome parlante – nomen omen, madelaine lei medesima – e campionessa del tempo perduto e di quello ritrovato, è il centro della vicenda intera. Eppure (in pochi ormai lo ignorano) Madelaine non esiste. Che è come dire che la vicenda stessa manca di centro. Non a caso nel libro sovente si cade, le menti vagano in labirinti ipnotici, il pavimento ci crolla, per così dire, sotto ai piedi. La storia è nota: Paul Gévigne ingaggia il vecchio amico ed ex ispettore-capo di polizia Roger Flaviéres; quest’ultimo è ossessionato, a causa di un incidente avvenuto durante l’inseguimento di un piccolo delinquente, dalle vertigini, dai tetti alti e spioventi, dalla paura di precipitare. L’ingaggio consiste nel mettersi alle calcagna di Madelaine, la moglie di Gévigne, perché la donna si comporta in modo strano. La sua coscienza fa rumori lontani, la sua permanenza su questa terra appare annebbiata, “appena smettevi di distrarla, di trattenerla entro i confini della vita, lei cadeva in uno stato di torpore”. Lo statuto stesso della verità viene messo in discussione dall’oleosa fosforescenza che la ragazza emana: l’affascinato Flaviéres ne resta vittima, catturato com’è da un non so che “vero come può esserlo un sogno dimenticato e poi riemerso, carico di misteriosa evidenza”.

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Romanzo dell’ossimoro e del chiasmo, La donna che visse due volte – seducentemente rinnovato dalla traduzione di Federica Di Lella e di Giuseppe Girimonti Greco – mette in scena il surreale rapporto tra la logica e la follia, solo in apparente contrapposizione (“Forse quello che chiamiamo follia non è altro che logica portata all’estremo”), in un gioco di specchi che si ripete pure nella struttura del romanzo in due parti dove arcane coincidenze s’agglutinano al più crudele inganno della coscienza. Gévigne – lo sa chiunque abbia visto Vertigo – è un gran macchinatore e Madelaine è la sua complice. Ma l’iniziale inganno perpetrato dalla diabolica coppia che tutto sa e che da dietro manovra, come un sapiente burattinaio, la paura e l’angoscia di Flaviéres, si cambia poi, nella Parte seconda del testo, in una trappola mortale: il gioco insorge contro chi l’ha macchinato, la paura di precipitare coglie tutti, l’attrazione verso quel fondo scuro della coscienza così bene recitato dall’inesistente Madelaine impania non solo la vittima designata ma pure gli aguzzini. Nessun tentativo di salvezza portato avanti da Flaviéres può essere definitivo. Se di Madelaine salva il corpo non ne mette mai, definitivamente, al sicuro l’anima, e viceversa; egli stesso finisce di essere ostia e, assieme, carnefice di Madelaine allorché la fanciulla riappare col nome di Renée Sourange.

Tra la Prima e la Seconda parte del romanzo si innesta il chiasmo: in principio Flaviéres appare razionale e Madelaine feerica; dopo, i ruoli si capovolgono: Madelaine-Renée è donna priva di misteri (“ora invece sembrava quasi che lei facesse del suo meglio per assomigliare alle altre donne”) mentre Flaviéres sprofonda, complici i fumi dell’alcool, in una sorta di annebbiante guerra interiore in cui “continuare a smarrirsi ogni notte, in sogno, nelle gallerie labirintiche di un mondo brulicante di vermi, chiamare qualcuno nel buio…”. I due, in sostanza, sono destinati a non incontrarsi mai. Flaviéres-Orfeo non riesce a riportare in vita la sua Madelaine-Euridice, e anzi la vita si ripiegherà sulla morte. Perché? Perché tra i due sempre permane una sfasatura nella gradazione di realtà, ora più rarefatta, ora più densa, in cui galleggiano; perché, quando ormai l’inganno perpetrato da Gévigne e Madelaine non avrebbe più avuto motivo di sussistere, esso è ormai diventato il demone che governa la mente di Flaviéres. Il tempo è rotto, la memoria frastornata. Si tratta di un demone irrevocabile e per lui irrinunciabile, ché l’aura di mistero, quel profumo “che sa di terra smossa, di fiori appassiti” aleggiante sul corpo di Madelaine, i capelli neri tinti con l’henné, gli occhi azzurrissimi e l’ombra languida delle guance diventano per l’ex ispettore di polizia pura ossessione, assieme ai misteri evocati ad arte, la reincarnazione della bisnonna Pauline Lagerlac, le puntate al cimitero di Passy e all’antica dimora di rue des Saints-Pères, le inconsce reminiscenze di una vita passata.

Così il diabolico piano, la vendetta con la quale Gévigne avrebbe forse voluto smarcarsi dal senso del ridicolo che da ragazzo lo segnava (e che infine schiaccia il suo stesso artefice) non solo rende impossibile l’amore tra Madelaine e Flaviéres, ma in quest’ultimo instilla una passione malata, che va al di là della carne e dell’erotismo, una passione per ciò che avrebbe dovuto essere profondo e affascinante – il mistero della vita dopo la morte, un qualcosa di indefinito, una verità parente dei sogni – e la cambia in un incubo che schiaccia noi tutti sulla piattezza di un reale deludente, privo di slanci metafisici. Un reale arido e senza enfasi al quale Flaviéers, e con lui il lettore, tenta fino alla fine di ribellarsi. E forse proprio in ciò sta – oltre agli evidenti scarti del cronotopo e al finale a sorpresa – la maggiore differenza tra l’opera ancora una volta angosciante e ipnotica di Boileau-Narcejac e la trasposizione intrigante, ma certo infedele, del grande Hitch.

Recensione apparsa la prima volta su Satisfiction: http://www.satisfiction.me/la-donna-che-visse-due-volte/

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