Libri tanto amati: Claudio Morandini e il Satyricon

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(Foto di Claudio Morandini)

I gusti cambiano – i miei di sicuro. Con l’età ho finito per preferire i mezzi toni, i sussurri agli urli, i pianissimo ai fortissimo. Anni fa adoravo le figure contorte di Francis Bacon; oggi continuo ad amare Bacon, ma mi interessano di più le cose che stanno attorno a quelle figure: l’arredamento sbilenco, le lampadine che pendono dal soffitto, gli enormi ombrelli aperti, le ombre dense che si allungano dai corpi in primo piano. Per me quei corpi contorti possono continuare a contorcersi e a strillare, ci mancherebbe: ma mi verrebbe da chiedere loro di spostarsi un po’ dal centro della scena.

Potrei dire lo stesso di altri riferimenti che in passato mi sembravano fondamentali, e che oggi mi lasciano perplesso, se non deluso. Per esempio Ken Russell: molti anni fa ritenevo le sue iperboliche biografie cinematografiche come l’unico modo di raccontare la vita di un artista. Oggi vi noto soprattutto l’eccesso, attori costretti a recitare sopra le righe, contaminazioni postmoderne un po’ facili, simbologie approssimative. Continuo a preferire la lezione di rigore di Jacques Tati. Per dirne un’altra: da ragazzo adoravo Ionesco proprio per la verbosità dei suoi personaggi. Oggi quella verbosità carica di detriti del linguaggio mi respinge, e mi trovo più a mio agio con i grandi afasici del teatro.

Il Viaggio al centro della Terra di Jules Verne è un altro buon esempio di opera a cui ritorno spesso, ma nella forma che in questi anni si è edificata nella memoria: è un altro libro, in effetti, quello che ho in mente, è trascolorato nel ricordo, ha perso molto della pedanteria, della meccanicità, anche della prosaicità un tantino trasandata dell’originale. Rimangono l’incanto dell’avventura, la minaccia, il buio, lo sprofondare, lo svelamento, lo straniamento, il senso di soffocamento, anche il sorriso dinanzi all’incongruo, anche l’ostinato perseguimento di un obiettivo assurdo. Ma che cosa di tutto questo ritroverei a rileggere oggi il Viaggio? Preferisco non saperlo.

Ci sono invece opere che rimangono intatte, a cui si continua ad attingere. Sono opere (romanzi, poemi, sinfonie, balletti, film) che non invecchiano nella percezione che ne abbiamo. Restano freschi, sono ancora accoglienti e prodighi di consigli, aprono ogni volta nuove porte, distillano nuove meraviglie. Il Satyricon di Petronio, per dire, quella vasta, inafferrabile, inclassificabile opera fatta di frammenti di avventure ma soprattutto di vuoti, di lacune, di ellissi. Il Satyricon per come ci è giunto, intendo, profondamente segnato dal tempo, scampato all’oblio ma a pezzi, abitato da personaggi che vanno e vengono, scompaiono e riappaiono, e hai l’impressione che le avventure più eccitanti siano quelle perdute per sempre, che non conosciamo ma che possiamo solo rimpiangere o al massimo immaginare. Ecco, più che le avventure in sé, più che le situazioni vissute da Eumolpo, Encolpio e compagnia bella, mi ha sempre colpito quella incompletezza, che rende l’opera di Petronio un cumulo di rovine sontuose, in cui filologi hanno tentato di mettere ordine. Un paesaggio in frantumi, un puzzle scombinato e ricombinato, che potrebbe anche essere diverso da come ci è pervenuto, ma non lo sapremo mai. E il Satyricon mi ha istillato (temo per sempre) un’idea di romanzo come forma in cui i pieni si alternano ai vuoti, il perduto al sopravvissuto, e in cui non è solo importante ciò che si legge, ma anche (e forse di più) ciò che non si può leggere. Il gusto delle ellissi, delle sfocature, delle reticenze, del mistero, dell’ambiguità, mi viene da quell’antica lettura e dalle successive riletture: anche l’idea dell’autore come filologo di se stesso, che pesca dal cumulo di materiale accumulato per mesi o anni e ne scova connessioni, ne ipotizza un ordine, dà coerenza all’insieme fin dove può; anche, per finire, l’idea del romanzo che non teme i contrasti, anzi li asseconda, si fa contenitore del tutto, del reale e del magico, dell’alto e dell’infimo, del lirico e del prosaico, del serio e del faceto. Il romanzo che scopre una sua forma ogni volta diversa, forza i limiti o il galateo dei generi. In Sterne, in Melville, che so, in Lermontov ritroverò con gioia questa stessa libera autodeterminazione.

(So che iniziare con un accenno ai mezzi toni e concludere con un elogio a un’opera come il Satyricon può apparire contraddittorio, e probabilmente lo è: ma, come si dice, siamo vasti, conteniamo moltitudini, e qui sta il bello.)

***

Claudio Morandini è nato ad Aosta nel 1960.

Ha pubblicato sei romanzi, tra cui Le larve (2008), Rapsodia su un solo tema (2010) e A gran giornate (2012); con l’ultimo, Neve, cane, piede (Exòrma, 2015), ha vinto il premio Procida – Isola di Arturo – Elsa Morante 2016.

Collabora con il blog Letteratitudine e con le riviste letterarie Fuori Asse, Diacritica e Zibaldoni e altre meraviglie.

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