Bijan Zarmandili, Storia di Sima

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Al centro della storia c’è una colpa, un peccato, una “cosa brutta” e inconfessabile successa tra madre e figlio. La madre è Sima, il figlio è Dario. Attorno a questo nucleo, La storia di Sima (ultimo romanzo di Bijan Zarmandili, Nottetempo, pp. 164, euro 13) è circondata da satelliti emotivi a tratti brutali e da meteore che si scagliano sul viso sciagurato di questa donna. Sembra davvero una storia maledetta, quella di Sima, il cui padre Afshar Khan, verso il quale prova repulsione, lasciò le ricche proprietà a Shiraz “per trasferirsi in un paese che lo ignorava”, la Gran Bretagna, e in una città, Londra, che si rifletteva “cupa e triste” negli occhi della figlia. Ma Sima è una randagia; compiuti gli studi con piglio antipatico e snob, trova l’amore in Italia, sposa Stefano, l’architetto “cordiale con tutti” e dalla loro unione viene Dario. Una nascita vissuta come assurda esprorpriazione e duello psicologico con il corso naturale delle cose: “più che del dolore fisico, soffrivo del violento strappo da me di quello che ritenevo soltanto mio”.

Il problema di Sima è proprio questo: dalle delusioni generate nell’infianzia – lo sciocco sradicamento dalla terra natale, le scappatelle del padre con la governante, l’irritazione per i continui piagnistei della madre, la sofferenza psichica – Sima sviluppa una malata fedeltà ai propri demoni che la inducono a cambiare ciò che dovrebbe essere castamente familiare in una “avvelenata concupiscenza”. Dario diventa il ragazzo, diventa il “corpo seminudo” dal quale la donna, non madre, fatica a cavar via lo sguardo. I legami parentali cedono per far spazio alla dannazione, a una forma di disobbedienza alla natura che il lettore segue, pagina dopo pagina, come un viaggio al termine di una cupa notte, di un nero nichilismo (a volte stucchevole) in caduta libera. Sima non riesce a redimersi se non nella fuga, unico gesto di una qualche nobiltà. Allontanarsi significa togliere le mani dal fuoco, proteggere se stessi e gli altri. La fuga è forse davvero il solo atto di sincera pietà che Sima mostri nei confronti dello “sguardo terrorizzato” di Dario, il ragazzo, non più figlio, non più adolescente innamorato di Giulia.

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Il destino di Sima pulsa fin dall’inizio, nel suo corpo marcato “dall’assenza dell’anima”, nello strabismo inquieto e bellissimo, nelle mancate occasioni di amore e tenerezza, nel potere di sottomettere gli uomini, che Stefano stesso aveva finito per chiamare Amore. Gli strappi fanno la storia: la scomparsa di Dario, la fuga, ai limiti dell’assurdo, di Sima: “la strada, la solitudine, l’assenza di una dimora, di un marito, la precarietà, l’annullamento di ogni genere di agio, di sicurezza”, funzionano, sì, come un’ubriacatura che ha il sapore della libertà, ma una libertà autistica, inceppata, ineliminabile come, in ogni vita, la sofferenza.

Distaccata e sprezzante di tutto e tutti, perfino o soprattutto di se stessa, Sima, la cui voce prepotente troneggia su quella degli altri personaggi del romanzo-storia (Stefano, Dario, Giulia), procede verso l’angoscia, perdendo l’esatta percezione del tempo, smarrendo se stessa, i propri connotati in un rivolo di fantasie rizomatiche fatte di “tradimenti, menzogne, desideri proibiti, tabù primordiali”. In fondo al binario di quella vita, un sole avaro le riserva però un’ultima illuminazione; forse solo allora, al lettore pare di scorgere, nei suoi occhi, un poco di luce. Sima mostra la faccia – il nome stesso di Sima, in persiano, significa ‘viso’ –, stanca, vecchia, rovinata, ma colta dall’epifania che, se non riscatta, almeno attenua la condanna di una vita intera: “per la prima volta penso a Stefano come a una creatura pura: lui, mio malgrado, ha saputo amarmi. Mi sorprendo di non provare disprezzo per quel suo amore sprecato, per quell’amore dissipato, misconosciuto, mai ricambiato”.

Recensione apparsa la prima volta su Satisfiction: http://www.satisfiction.me/storia-di-sima/

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