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Ripubblico qui un’intervista che qualche anno fa Gian Paolo Grattarola mi fece per Mangialibri.

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Che cosa spinge un giovane esordiente a confrontarsi, di questi tempi, con il tema della Resistenza?
Il fascino di un’epoca sentita come remota: perché remoti sono i suoi ideali, remoti i modi di vita di chi ci fu. Confrontarsi con la Resistenza significa prendere coscienza dell’incolmabile divario che separa l’oggi da ieri. Significa porsi in un atteggiamento di umiltà, in un atteggiamento che vuole dire la difficoltà di raccontare oggi la Resistenza. E significa però anche la volontà etica di rimettere sotto agli occhi dei lettori un tema, certo abusato, e proprio per questo ‘rovinato’ dal troppo discorrervi intorno. Vuol dire cercare una via diversa dal solito per raccontarla, per cercare di farla vedere davvero con occhi diversi. Vuol dire impegnarsi, magari fallendo, ma impegnarsi. Significa ammonire a non accontentarci di forme di memoria esteriori e stereotipate.

Il tuo Partigiano inverno rivela un’approfondita conoscenza della letteratura italiana: Pavese Calvino, Fenoglio in particolare. Quali altri autori hanno contato nella tua formazione culturale?
Partigiano Inverno deve molto – quasi tutto – a alcuni padri letterari (Fenoglio, Calvino, Vittorini, Meneghello…) e, a un tempo, è una presa di distanza da essi: sarebbe stato inutile imitarli, imitarne il pathos, la freschezza della ‘carne’ contenutistica. È il libro del distacco, dell’impossibilità, dell’incapacità, forse, di essere ‘grandi’ come loro. E tuttavia è anche la testimonianza di tutto ciò – e i limiti sono molti – che può l’uomo, oggi, di fronte alla memoria. È una forma di impegno, certo privato (non più con la velleità di essere pubblico, collettivo), nei confronti della memoria. Scrivo nel finale: “Pensai che, se era difficile scrivere un romanzo ‘neorealista’ nel cinquantotto, doveva esserlo tanto più nel duemilaotto o nove o dieci. Difficile ma allettante e forse utile. Avanti avevo la necessità di raccontare al lettore d’oggi e a me stesso (che nulla so di un’arma, né cosa significhi dormire al gelo per mesi, né che effetti abbia sul fisico cibarsi poco e male) cosa facesse della gente comune coi fucili in mano, un letto gelido e pane duro come il ferro. Ero affascinato all’idea di narrare di un tempo in cui eroi e poeti stringevano sodalizi (nella milanese casa dell’architetto Filippo Maria Beltrami, futuro “Capitano” di una delle prime formazioni partigiane dell’Ossola, Montale andava a bere il caffè, e chiosava di suo pugno le poesie di Giuliana Gadola, moglie del “Capitano”), di un tempo in cui i soldi si vincevano proditoriamente – per chi faceva la spia – con le taglie sulla testa invece che coi quiz. Volevo raccontare queste cose adesso che la memoria resistenziale fatica a resistere, in quest’epoca moralmente imbarazzante nella quale ci si imbarazza di fronte all’impegno”. Aggiungo che, oltre alle numerose citazioni, i nomi medesimi dei personaggi suonano come omaggi ai classici. Sono nomi ‘significanti’: Italo Trabucco unisce il nome di battesimo di Calvino, o di Svevo (perché in fondo è un inetto), al soprannome che si dava Gianfranco Contini nello scrivere a Montale. Jacopo Preti, giovane sognatore romantico, si rifà a Jacopo Ortis e a Jacopo Belbo (l’eroe di Eco nel Pendolo di Foucault); Preti è poi un riferimento locale della Valsesia: Giacomo Preti fu un ribelle che, al principio, del XV secolo, combatté contro i notabili della valle. Umberto Dedali fa ancora un cenno a Umberto Eco che, nelle prime sue opere non scientifiche, si firmava con lo pseudonimo Dedalus (di joyciana memoria).

A quale dei tre protagonisti principali ti senti maggiormente vicino o comunque legato?
Domanda difficile. Dentro di me sento di essere un poco tutti e tre. Forse, tuttavia, il mio preferito è Umberto Dedali, perché rappresenta la fanciullezza – e, in molti casi, la mia fanciullezza – e perché, in lui, molte cose, molte speranze, molti sentimenti, molte aspirazioni sono in una fase ancora embrionale, o sono sul punto di essere. Sarebbe così bello se la vita fosse sempre così!

Ti aspettavi di giungere finalista del Premio Calvino? Che sensazioni hai provato?
Una mattina di febbraio sentii squillare il telefono. Il numero aveva prefisso 011. Torino. Chi è? Non avevo assolutamente in testa che potessero essere quelli del Calvino. Era Mario Marchetti, invece, storica anima di quello straordinario Premio: mi annunciava con una dolce pacatezza e con una profonda partecipazione che il Partigiano era arrivato in finale. Esultavo silenziosamente tra le mura della cucina, mentre ancora parlavo al telefono. No, non me lo aspettavo!

Non pensi che il carattere forzatamente espressionista del tuo linguaggio abbia reso troppo duro al lettore il confronto con la parola?
No, altrimenti non avrei fatto questa scelta linguistica. L’opzione è sì, a volte, forzatamente espressionista, ma lo è in virtù di un fine ben preciso che ho dichiarato anche in chiusura di volume, nel capitolo meta-letterario intitolato Cose scritte dopo: “Ho inteso il linguaggio come un protagonista che subisce un’evoluzione, più grande o evidente rispetto a quella dei personaggi. Col procedere del romanzo esso si carica come una valanga disordinata che rovina giù: diventa bizzarro, insanito, folle, espressionistico a furia di afrodisiaci dialettali e vocabolarieschi. Ho voluto strappare la faccia a certi ceffi, non con la lente ma col randello della deformazione e, al tempo stesso, col naso del clown, perché m’e parsa l’unica maniera di poter parlare – sempre fallendo – della ferocia e della morte, e di tempi e di uno spirito che non c’è più. Non con la vana speranza di riuscire a muovere qualcuno a pietà ma per dimostrare che oggi, di certe cose, non ci si riesce più a rendere conto”. Ma pur avendo perduta quella magica familiarità col passato, tuttavia il mio fine era quello di arrivare ugualmente a smuovere il lettore, di dargli letteralmente una sberla semantica che lo facesse reagire, che lo sollevasse dall’imbambolamento retorico nel quale troppo spesso è invischiato.

Qual è stato fino a oggi il riscontro dei lettori?
Per quel che riguarda i lettori professionisti, ovvero i critici, generalmente devo dire di avere ricevuto delle buone recensioni, in alcuni casi davvero lusinghiere, in altri con delle riserve riguardanti soprattutto il mio gesto linguistico. Ma tant’è! Gli altri lettori, quelli che in sedi più o meno ufficiali si sono espressi intorno al Partigiano, hanno detto delle belle cose, tutti comunque partendo dalla considerazione che si tratta di un libro difficile.

Come nasce in te la passione per la scrittura?
Dalla lettura, naturalmente. Leggendo, ci si innamora di un mondo, che è quello della pagina scritta; un mondo che, a sua volta, ci riporta nel mondo vero con tanta più ricchezza di quando ci eravamo assentati che si finisce per voler tentare di costruire il proprio mondo di invenzione. Si scopre poi che la scrittura è come un ponte sul quale chi scrive transita continuamente per raggiungere una riva e poi l’altra, quella dell’universo ‘vero’ e quella dell’universo ‘scritto’. E, a volte, si perde l’orientamento.

Di che cosa ti occupi quando non scrivi?
Prima di tutto c’è il mio lavoro: insegno Lettere alle scuole medie della mia città, Borgosesia. E poi ho la mia famiglia, i miei bimbi. Dei giorni mi capita di perdere del buon tempo al computer senza combinare nulla di buono.

Che libri stai leggendo in questo periodo?
Ultimamente ho letto un autore rumeno, Vasile Ernu il cui romanzo più recente, Gli ultimi eretici dell’impero (Edizioni Hacca), è un vero e proprio vangelo, scritto con la pacatezza di una cronaca medievale, su come e cosa stia diventando il mondo dopo il crollo del Muro, dopo che la guerra Fredda s’è sciolta, dopo che i confini geografici e ideologici si sono slabbrati e sgovernati. Sto leggendo Roth, Meneghello, Pontiggia. E poi un bel saggio di Gian Piero Piretto, La vita privata degli oggetti sovietici(Sironi editore).

Nuovi progetti?
Idee più o meno vaghe per un nuovo romanzo. Un romanzo dove i protagonisti saranno gli oggetti, le cose. Un mare di cose. Ingombrati, nauseanti, che dominano in maniera piena e incontrollata la vita degli esseri umani. Ma il progetto, a dire il vero, è purtroppo ancora molto vago!

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