Libri tanto amati: Andrea Carraro e L’educazione sentimentale

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Ho letto L’educazione sentimentale, prima da giovane e poi, nuovamente, soltanto adesso, a distanza di trent’anni, e proverò a raccontarvi le mie impressioni, di allora e di oggi. L’educazione sentimentale è il classico romanzo di formazione. Il romanzo di formazione o Bildungsroman (dal tedesco) è un genere letterario riguardante l’evoluzione del protagonista verso la maturazione e l’età adulta, nonché la sua origine storica. Il romanzo di formazione tende a raccontare emozioni, sentimenti, progetti, azioni viste nel loro nascere dall’interno sullo sfondo di una certa epoca storica. Il romanzo di formazione per eccellenza è Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe (1795), in cui il protagonista, un giovane borghese, viene iniziato alla vita e all’arte attraverso un viaggio che è sia materiale che spirituale attraverso l’Europa. Un altro esempio classico è Il rosso e nero di Stendhal.

A vent’anni si legge tutto in modo onnivoro e incosciente e sconveniente. Io a quell’epoca scrivevo solo poesie (bruttissime), qualche raccontino sfiatato e non avevo nessuna consapevolezza di quello che avrei fatto “da grande”. Ancora non avevo abbandonato l’università e perciò auspicavo che prima o poi sarei stato ingegnere. E allora non sapevo spiegarmi perché all’università sotto i libri di fisica e di analisi matematica c’era sempre qualche romanzo che sfogliavo segretamente (anche a me stesso) durante le lezioni. Ma insomma è in quel giro d’anni che affrontai per la prima volta L’educazione sentimentale. Era il periodo dell’ottocento francese, leggevo incantato e bramoso le novelle di Maupassant, Bel-ami, Zola, Il rosso e il nero di Stendhal, e Le illusioni perdute e tutto o quasi – il ciclo della commedia umana di Balzac… Cercavo bramoso delle storie che mi facessero sognare, e mi portassero lontano da quella quotidianità di un ciclo di studi sbagliato, scelto chissà perché, per fare un dispetto a mio padre, che mi fiaccava il corpo e lo spirito. E per me sognare significava confrontarmi con il mio tempo e la mia età. Sì, fu nel giro d’anni fra i venti e i venticinque (anni Ottanta) che lessi L’educazione e presi con me stesso la decisione di diventare scrittore. A quell’epoca cercavo – già allora – bramosamente il realismo, perché mi sembrava il modo più semplice, diretto e breve di raggiungere la verità. L’educazione era dunque per me soprattutto una ricerca – saziata, altroché – di verosimiglianza storica, sociale, psicologica. Ma L’educazione era anche il romanzo della giovinezza, dei sogni di affermazione che in me erano ancora imbozzolati, dell’amore. Madame Bovary è un romanzo perfetto incentrato drammaturgicamente, psicologicamente, socialmente sul personaggio della signora Bovary. Madame Bovary è un romanzo per così dire verticale, mentre L’educazione pare espandersi coi suoi personaggi orizzontalmente. Potrebbero dirsi in questo complementari.

L’Educazione sentimentale mi colpì subito perché era un’opera alla lontana autobiografica (questa identificazione scrittore-personaggio mi affascinava e in fondo poi non ho fatto che ripercorrerla in tutti o quasi i miei libri). Cioè raccontava – trasfigurato – l’amore di Flaubert per una donna assai più grande di lui che lo scrittore aveva coltivato per tutta la vita senza mai trovarvi soddisfazione, se non platonica. E anche gli altri personaggi erano costruiti su personaggi veri della vita dello scrittore. Mi affascinava quel fatto che si potesse raccontare, attraverso un romanzo, la propria vita, la propria infelicità e insieme la propria epoca storica. Cosa che poi io ho fatto – ho provato a fare – in molti miei libri. I miei sono spesso dei romanzi di formazione, anche se nei miei libri, la Storia, quella con esse maiuscola, è sottintesa, evocata per dettagli (un programma televisivo, una canzone ecc.) oppure assente per sovraesposizione. I miei primi, ingenui, tentativi letterari andavano comunque in quella direzione.

Adesso, come dicevo, l’ho riletto e l’ho trovato ancora affascinante e pieno di verità. La critica ha sostenuto per molto tempo la tesi che L’educazione non è alla stessa altezza di Madame Bovary. Lo sostiene anche il grande critico Thibaudet e lo sostiene Henry James e anche Vargas Llosa. Per Henry James (che conobbe personalmente Flaubert) L’educazione rappresenta un “grande” fallimento. E questo – se vai a scavare – perché il personaggio di Frederic era un mediocre, perché era come “tarpato” nel suo destino dalla sua mediocrità. Ma è proprio qui la grandezza di Flaubert, che in questo romanzo già si proiettava nel futuro prendendo le distanze tanto dal Romanticismo quanto dal Naturalismo (di cui non voleva affatto essere additato come Maestro). Molti personaggi novecenteschi tendono deliberatamente verso la mediocrità, lo sappiamo, ma a quell’epoca, prima de L’educazione, nessuno l’aveva già fatto, nessuno aveva osato tanto. Lo fece certamente Dostoevskij con Memorie del sottosuolo che è l’altro grande libro “minore” che anticipa il personaggio moderno.

Ma che cosa racconta L’educazione? Racconta di un giovane uomo – così viene definito nel sottotitolo dell’opera – Frederic Moreau che dispone di una discreta rendita, che via via sperpera tuttavia continuando a vivere nell’agio, che insegue vaghi ideali di successo personale come artista ed è follemente innamorato della signora Arnoux, moglie di un editore poi ceramista godereccio e cialtrone, il signor Arnoux. Mentre continua ad amare la signora Arnoux, vive con una sgualdrinella (cocotte), Rosanette, e ha una storia che per un pelo non finisce in un matrimonio con una nobildonna ricca, la signora Dambreuse. Per metà libro tuttavia Flaubert descrive la passione inappagata del protagonista. Poi lui conosce l’amore, anche se le sue storie sentimentali sono tutte diversioni dall’oggetto del suo amore, madame Arnoux, con la quale non riesce mai a congiungersi, benché le dichiari varie volte il suo amore e lei verso la fine faccia altrettanto. Insomma, Frederic racconta il suo fallimento, nell’amore ma pure nella vita.

Come per la Bovary, Flaubert nell’Educazione sentimentale – si diceva – ha voluto inventare il meno possibile. Maria Arnoux è il ritratto fedele di Elisa Schlesinger, la donna pura e infelice che il grande scrittore amò, corrisposto, per tutta la vita senza mai vedere il suo amore appagato. E poi c’è l’amico Deslauriers, ingegno ambizioso e inconcludente… Ed è vera anche Rosanette (la sgualdrinella) che ricopre per molti tratti la capricciosa “Musa” Luisa Colette, mentre la signora Dambreuse assomiglia a una signora Delessert. Ma anche molti altri personaggi sono stati presi da modelli esistenti, come detto, così come le vicende politiche e sociali che fanno da sfondo risultano una scrupolosa ricostruzione degli avvenimenti svoltisi a Parigi nelle giornate di sommossa del 1848 e del 1851.

Dalla perfetta fusione di elementi reali e immaginari è nata un’opera di eccezionale importanza nella letteratura francese che noi italiani potremmo paragonare forse ai Promessi sposi. Infatti ne L’educazione, come nel romanzo manzoniano, la storia è rivissuta attraverso le reazioni individuali anche di carattere più semplice, quasi anonimo, e attraverso le manifestazioni collettive di più alta drammaticità. La materia del racconto, s’intende, è del tutto diversa, l’amore prende nell’Educazione tutto lo spazio che gli è negato nei Promessi sposi.

Lo stile de L’Educazione è, come in tutti gli altri libri di Flaubert, sorvegliatissimo, ritmato, preciso, musicale e in alcune pagine anche più sciolto, più ardito che non nella Bovary. La penetrazione psicologica è perfetta. Eppure il romanzo, al suo apparire, non venne accolto con favore.

Ma quali scene, quali situazioni si ricordano ne L’educazione? Beh, io ricordo anzitutto l’inizio con il battello che solca la Senna e arriva a Parigi e Frédéric raccoglie il fazzoletto della dama Madame Arnoux che dal bordo del battello sta per scivolare in acqua. E bisogna ammettere che è un gran bel modo di cominciare un libro sull’amore! Ed è altrettanto memorabile la conclusione; il romanzo si chiude con il dialogo improntato ad amarezza fra i due amici ormai maturi (il protagonista e Deslauriers) che ammettono di aver fallito entrambi e si ricordano il remoto, giovanile episodio dei fiori offerti alle ragazze di un bordello di paese. E il protagonista ammette: “Non abbiamo mai avuto niente di meglio, dopo” e alcuni critici scambiarono per cinismo quella che era in Flaubert, come ho letto da qualche parte, un’amarezza impietosa e quasi ascetica. Mi ricorderò delle descrizioni paesaggistiche di Parigi, naturalmente. Mai convenzionali, precise, cesellate, divenute immediatamente un archetipo. Delle corse dei cavalli, delle descrizioni delle feste (e non si può non riscontrare analogie anche qui con la Recherce). E ancora ricorderò il grottesco e quasi comico duello per difendere l’onore della sua innamorata, Madame Arnoux. Ricorderò la rassegna di luoghi comuni che pronuncia Rosanette, sgomentando il protagonista. E’ noto come Flaubert detestasse i luoghi comuni e ci scrisse sopra un libro: Dizionario dei luoghi comuni (Adelphi). Ricorderò il funerale del signor Dambreuse: le finiture sontuose dei cavalli, i velluti della carrozza. La signora Dambreuse fu senz’altro un modello per la duchessa di Guermantes della Recherce proustiana, anche se Proust adorava piuttosto Balzac e credeva nella sua ascendenza… Frédéric è attratto, come il Narratore proustiano, dalla ricchezza della donna, dalla sua raffinatezza, dai suoi salotti. A questo punto un lettore imprevidente sarebbe indotto a credere che a muovere il protagonista sia banalmente l’opportunismo sociale in quanto la nobildonna con le sue conoscenze potrebbe favorirlo nella carriera da ministro che ha in mente. Ma questo non avvenne, perché il giovane era assolutamente privo di spirito “utilitaristico” e insomma non rientrava in quella categoria. Ricorderò l’agghiacciante descrizione del figlio che ha con Rosanette: “Frédéric scostò il velo e vide fra le lenzuola qualcosa di rosso e di giallastro, incredibilmente pieno di rughe, che mandava cattivo odore e vagiva debolmente”. Il neonato morirà liberando Frédéric Moreau da un grave impaccio descritto con rara maestria. Ricorderò che tutta la prima parte del romanzo è una sorta di figurazione simbolica di amore insoddisfatto, di amore latente, quasi onanistica, come di un orgasmo continuamente rinviato. Poi finalmente conoscerà l’amore, conoscerà anche le menzogne che impone la “doppia vita”. Si troverà diviso fra l’amore di due donne, vagheggiandone sempre una terza. Ecco un’altra cosa che resta dentro: il senso di inadeguatezza, tipicamente moderno, dell’eroe flaubertiano”. La doppia vita, l’ambiguità, la scissione dell’io: tutte cose poi metabolizzate dalla modernità, e quasi divenute dogmi. L’ambiguità fa parte dell’esperienza umana. Quello che può fare lo scrittore interessato non a intrattenere ma a entrare in risonanza con l’anima del lettore (e del suo tempo) è essere onesto e sincero e renderne conto nei suoi libri. Del resto se la lettura non turba e non spiazza – mettendo in discussione i valori soprattutto morali acquisiti – non assolve il suo compito. La letteratura è anche scandalo (e Flaubert alla sua epoca faceva scandalo eccome, com’è noto fu anche processato per immoralità) ma non è certamente lo scandalo a cui deve mirare.

***

Dopo la pubblicazione di A denti stretti, romanzo che racconta l’iniziazione sessuale di un gruppo di adolescenti, pubblica nel 1994 il romanzo Il branco (Theoria, 1994; Gaffi, 2005 con postfazione di Filippo La Porta). Il romanzo è la storia di uno stupro di gruppo ai danni di due autostoppiste tedesche nei pressi di Roma, dal quale è stato tratto l’omonimo film di Marco Risi (con la partecipazione dell’autore alla sceneggiatura); il libro era stato inizialmente pubblicato sulla rivista Nuovi Argomenti. Ha pubblicato poi L’erba cattiva, storia di un parricidio che matura in un degradato paese dell’hinterland romano e il melodramma sociale e interetnico La ragione del più forte (premio Acri, premio Il Molinello).

Scrive inoltre la raccolta di racconti romani La lucertola (Premio Cocito-Montà d’Alba) e il romanzo Non c’è più tempo (Premio Mondello, Premio Bari), che narra la discesa nella depressione di un bancario romano che, dopo il tradimento della moglie, perde il lavoro, la casa e diventa un senza tetto. Nel 2007 pubblica Il sorcio, romanzo che affronta il tema del mobbing, mettendo in scena un “duello” fra due impiegati di banca a colpi di minacce, fatture e picchiatori prezzolati. Nel 2009 esce Il gioco della verità, una silloge di racconti che hanno ancora la città di Roma come sfondo. Nel 2010 pubblica la raccolta di reportage narrativi Da Roma a Roma. Viaggio nella periferia della capitale, introdotto da un saggio critico di Raffaele Manica.

Nel 2013 pubblica Come fratelli, romanzo di formazione che narra l’amicizia fra uno scrittore e un “santone televisivo”, che procede fra rotture e pacificazioni. Un suo racconto – Il balcone – è stato inserito nel Meridiano Mondadori Racconti Italiani del Novecento curato da Enzo Siciliano. Ha realizzato per la RAI il radiodramma La confessione. Nel corso del 2013 esce una sua raccolta di racconti in versi: Questioni private. Collabora con riviste (Nuovi argomenti, Lo Straniero, Reset) e testate giornalistiche fra cui Il Messaggero.

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