Il potere di Miranda

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Un racconto di Pierpaolo Vettori

***

Lo zucchero è pieno di formiche. Poso le tazzine sul lavello. Il ripiano ha uno strato sudicio e appiccicoso. Sara ha smesso anche di fare le pulizie. Col cucchiaino tento di rimuovere dalla scatola gli animaletti neri che fuggono impazziti verso le crepe della cucina. Alcuni si gettano nello scarico. Apro l’acqua e li annego.

– Allora, questo caffè?

La voce di Tonini è roca e cavernosa come la scorreggia di un dinosauro. Una voce abituata a comandare.

– Arriva, arriva – mi sento dire con un tono allegro e infantile.

Verso il caffè e aggiungo lo zucchero che sono riuscito a pulire. Metto le tazzine su un vassoio di plastica e vado verso la terrazza. Uscendo dalla cucina vedo la mia immagine riflessa sul vetro della finestra: un uomo coi capelli brizzolati e la pancia prominente. Indosso una maglietta di Superman.

Devo ricordarmi che è questo che vede la gente quando mi incontra.

Tonini è seduto su una sdraio di plastica azzurra di quelle fatte a striscioline gommose orizzontali. Da quattro soldi.

La canottiera di Tonini è chiazzata di sudore e succo d’anguria. Sta divorando una fetta e sputa i semi nel cavo della mano.

– Oh, finalmente – dice.

Getta i semi per terra e si pulisce il palmo sui pantaloncini che contengono a stento le sue enormi gambe pelose. I baffi gli gocciolano e lui tira su col naso. Tonini non mi piace ma gli devo dei soldi.

Soldi che non ho.

Ha dato una mano a mio fratello che voleva aprire un’officina da fabbro. Io mi sono messo in società. Mio fratello è bravo e io imparo in fretta. Dovevamo restituire tutto col lavoro che Tonini ci avrebbe offerto nei suoi cantieri edili ma adesso ha cambiato idea. Ha dato il lavoro a un’altra ditta.

Tonini diversifica, dice lui parlando di sé stesso in terza persona.

Ma i soldi li vuole lo stesso.

Ecco perché bevo birra e mangio fette d’anguria con lui sul terrazzo del mio appartamento in affitto sulla riviera ligure.

Non pensate che io sia un debole. È solo che non riesco a dire di no. Mai riuscito. Se mi fosse spuntata una piuma colorata per ogni volta che ho sorriso a persone che avrei voluto prendere a calci a quest’ora sarei un pavone. Un pavone vestito da Superman.

Mi siedo accanto a lui e giro lo zucchero nelle tazzine. Le osservo nel timore che affiori qualche formica.

Secondo i giornali è l’agosto più caldo del secolo e io ho un sacco di problemi.

A dire la verità questi quindici giorni di ferie dovevano servire a riavvicinarmi a mia moglie. Tra me e Sara non va affatto bene e, come al solito, tutto è cominciato a letto. Anzi, per essere precisi, a letto è tutto finito. Siamo stressati, lei si sente grassa e dorme in pigiama anche quando il termometro sfonda i trentacinque gradi. Se provo ad avvicinarmi e a dire che la trovo desiderabile, risponde che nessuno può desiderare una cicciona e io ho solo voglia di scopare: lei o un’altra è lo stesso. Il fatto che io non lavori da otto mesi non aiuta certo a far valere le mie ragioni. Non aiuta nemmeno essere ad Andora con mia cognata che sottolinea ogni dieci minuti come io sia un parassita che vive alle spalle di suo marito. Mi sono lussato una spalla alzando delle barre di ferro. Il medico ha detto che ho bisogno di riposo e calore. La verità è che fare il fabbro non è il mio mestiere. Mio fratello sa lavorare, io lo aiuto. Lui è quello pratico, io sono sempre stato l’artista. Suonavo la chitarra ritmica in un gruppo rock. Se avessi davvero il talento che mi attribuisco, sarei il pavone che suona con i Rolling Stones.

Comunque, le vacanze avrebbero dovuto aiutarci a ritrovare un po’ di intimità. La prima sera invece, mentre facevamo un giro sul lungomare tentando di respirare l’afa bollente, mi sono sentito battere su una spalla ed ecco Tonini e la sua donna rumena: Nina.

Il giorno dopo, secondo il suo stile, Tonini si è autoinvitato a pranzo con la scusa di farmi assaggiare un grongo che aveva appena pescato e così siamo qui a divorare anguria e a parlare dell’argomento preferito di Tonini cioè di sesso. Fortuna che Sara si è andata a stendere un po’ sul letto per via di un gran mal di testa perché Tonini non misura le parole.

In realtà Sara odia l’anguria. Non ne sopporta neanche l’odore. L’estate scorsa un nostro amico ha avuto la disgraziata idea di fermarsi ad uno di quei chioschetti che si trovano lungo la strada per comperare un’anguria fresca. Sara si è avvicinata con cautela. Al nostro amico è sfuggito il cocomero che stava soppesando con aria da esperto e questo si è spiaccicato al suolo, schizzando le gambe di Sara con un liquido che sembrava sangue arancione. Mia moglie ha avuto una crisi isterica e ho dovuto sorreggerle la testa mentre vomitava sul ciglio della strada.

– Non hai un po’ di musica? – chiede Tonini.

– Ho delle cassette ma non so se ti piacciono. È musica rock.

– Cassette? Esistono ancora? – dice Tonini ridendo in modo da far tremare il balcone.

– Io in macchina ho un lettore Mp3 che sbatte i conigli fuori dalla strada se lo metto al massimo. Tu sei un musicista, no? E vai ancora avanti a cassette? Comprati un lettore decente.

E con che soldi? Quelli che ti devo?

– E poi il rock è da vecchi. Lo ascoltavo anch’io una volta, sai? Led Zeppelin, Doors, quella roba lì. Adesso non funziona più. Se vuoi caricare devi ascoltare roba da discoteca.

– Io non vado in discoteca.

– Fai male. È lì che c’è roba buona.

Tonini mi strizza l’occhio. Io sorrido come un’educanda ma gli faccio capire che ho capito. Meno male che Sara non è qui altrimenti mi trafiggerebbe con uno sguardo di disprezzo.

– Allora come butta qui in spiaggia? Ho visto certe ragazzine oggi, avranno avuto quindici o sedici anni con due tettine dure che… mi hai capito, no?

Mi esibisco in un altro sorriso compiacente e vile.

– Non mi dirai che, a parte Sara, non ti dedichi anche tu a…

E riempie i puntini di sospensione con un gesto inequivocabile.

– Io, quando mi viene voglia di roba giovane, mollo a casa Nina e vado in cerca di lumache.

Sottolinea il vocabolo finale succhiandosi rumorosamente il medio e l’indice rossi d’anguria. Almeno così si dà una bella pulita ai baffi col dorso della mano. Adesso mi fa meno schifo.

– Guarda quella. Dimmi se non te lo fa venire duro.

Mi volto in direzione del suo sguardo e vedo sul balcone di fianco al nostro mia nipote Miranda, la figlia di mio fratello, che affitta l’appartamento accanto al mio. Si dondola su una gamba sola con l’incavo del piede appoggiato sul polpaccio.

– Ciao Miranda, – dico ad alta voce per far capire a Tonini che deve tacere.

– Ciao zio, – risponde la voce annoiata di Miranda che si lascia cadere sulla sdraio allacciandosi le cuffiette del walkman e dimenticandomi all’istante.

– La conosci? – chiese Tonini.

– La conosci anche tu. È Miranda, mia nipote. È in vacanza qui con quella stronza di mia cognata mentre mio fratello sta a casa a sgobbare come un negro. Ogni tanto viene a casa tua ad aiutare Nina a fare i lavori. E ha solo sedici anni. Che fai, guardi le bambine?

Tonini avvicina la sua gonfia faccia baffuta al mio orecchio e sussurra.

– Ma che bambina. Guardale il culo, le tette… quella ne sa più di me e te messi insieme, te lo dico io.

Mi volto ad osservare la mia nipotina e per la prima volta vedo una donna. Vedo la sua pelle sudata e abbronzata brillare al sole, i capelli scenderle lungo le spalle e i seni appena accennati sotto il costume. Mi eccito e mi vergogno nel giro di un secondo. Mi verso una birra e dico a voce un po’ troppo alta.

– E hai pescato qualcosa quest’anno?

***

La mattina dopo arrivo tardi in spiaggia. Ho passato le prime ore del mattino a convincere Sara a venire con me. Ha detto che quest’anno in costume non l’avrei mai vista: è troppo grassa e si fa schifo. Non vuole far ridere la gente. Le ho assicurato senza troppa convinzione che è bellissima ma lei si è messa a piangere e ha detto che le è venuto il ciclo. Così sono in spiaggia da solo, bianco come un cadavere e vagamente intimidito dalla mia improvvisa nudità. La sabbia scotta. Devo concentrarmi per assumere un comportamento virile e non mettermi a zampettare come una gallina impaurita. Mi accorgo di avere un grosso foruncolo sul petto che spicca come un terzo capezzolo.

– Ciao. Dio, come sei bianco!

Metto a fuoco la voce femminile che mi accarezza le orecchie come una crema calda. Sdraiata su un materassino arancione c’è Nina, la donna di Tonini.

– Sei solo oggi?

– Già. Sara ha mal di testa.

– Sdraiati qui che parliamo un po’. In questa spiaggia ci sono solo vecchi e bambini. Mi sto annoiando.

Stendo il mio consunto telo verdolino accanto a lei e la osservo. È abbronzata, lucida di olio solare ed emana un profumo di cocco e arancio. Ha un paio di grandi occhiali scuri e un costume a due pezzi nero e marrone.

Mi chiedo come mai la donna di Tonini venga nella spiaggia libera: una lingua sottile di sabbia grigia a ridosso del porto e degli scarichi delle barche. Tutti ormai hanno una sdraio negli stabilimenti balneari. La spiaggia libera è riservata ai paria che si accalcano per un rettangolino di spazio pieno di cicche di sigaretta e cartacce di gelato.

– Tonini è in acqua?

– No. Quello stronzo mi ha mollato stamattina ed è andato a Cairo Montenotte per affari.

Fa una pausa molto lunga per permettermi di digerire lo “stronzo” poi sospira alzando i seni color caffelatte. Vedo i grossi capezzoli tendere la stoffa del costume e deglutisco.

– Sarà andato a scopare con qualche ragazzina quel bastardo.

– Nina cosa dici? Sono sicuro che Tonini…

Si solleva a sedere ed esclama con una voce dura che per un attimo lascia affiorare l’accento rumeno.

– Guarda cosa mi ha fatto!

Si toglie gli occhiali scuri e un brivido come acqua gelata mi corre nella pancia. L’occhio destro è coperto da un grosso livido blu violaceo. Attorno allo zigomo il rigonfiamento diventa di colore giallo-verde.

Si rimette gli occhiali.

– È stato lui? – chiedo con un’espressione idiota.

– Il tuo amico Tonini è un porco. Quando non gli do quello che vuole mi mena e poi va a cercare qualche puttana che per soldi fa di tutto. IO non faccio di tutto – dice improvvisamente, diventando seria come una bambina.

Poi ride e comincia a slacciarsi il costume liberando i seni abbronzati.

– Voglio stare un po’ in topless alla faccia sua. Mi metteresti la crema sulla schiena per favore?

Profondamente a disagio comincio a massaggiarle le scapole spruzzando ogni tanto la pelle col denso liquido solare a bassa protezione.

– Non hai mai pensato di denunciarlo?

Nina sbuffò.

– E tornarmene in Romania senza soldi e magari con le ossa rotte? Magari è anche capace di spararmi. Lo sai che è un maniaco delle armi, no? Che cosa se ne farà di tutte quelle pistole se manco le può usare. Le guarda, le lucida. Dice che vuole andare a caccia uno di questi giorni. Te lo vedi Piero in mezzo ai boschi? Lui che non va neanche nell’orto a prendere i pomodori. E poi a che cosa spara con una pistola? Mica ci sono gli indiani nei boschi.

Ride. Ha una risata roca e vagamente mascolina. Poi diventa seria di colpo. – No, non lo denuncerò mai. Prego che muoia, prego che qualcuno gli ficchi una pallottola nel culo a quel pervertito. Magari uno di quelli con cui fa i suoi giochetti.

– Ciao zio, ciao Nina.

Arriva Miranda fradicia dopo il bagno. Bacia Nina sulla fronte schizzandola d’acqua fredda. La sento rabbrividire sotto le mie mani e interrompo il massaggio.

– Zio, guarda che se continui a darle la crema con quegli occhi fuori dalle orbite ti verrà un infarto.

Tento di ridere.

Miranda posa la maschera e il boccaglio sul telo di Nina.

– Ormai sei compromesso. Ti tengo d’occhio – dice ridendo. Poi si avvia verso la doccia.

***

Il campanello suona alle sei di mattino. Vado ad aprire in mutande mentre Sara cerca qualcosa da mettersi benché abbia già addosso il pigiama.

– Il signor Franzi?

– Si?

– Sono Alberti dei carabinieri di Andora. Questo è Sicca, il mio collega – dice l’uomo in uniforme indicandomi una specie di clone più giovane che lo sopravanza in altezza di tutta una testa.

– Cosa è successo?

– Conosce un certo Tonini?

– Ma certo. È un impresario edile per cui lavoro ogni tanto.

– Il signor Tonini ha avuto un… incidente. La sua auto è uscita di strada a causa, pare, di un attacco cardiaco. Purtroppo il signor Tonini è deceduto.

Non trovo nulla di meglio da dire che uno stupido “Oh!”.

– Stiamo facendo il giro dei suoi conoscenti prima di chiudere le indagini perché ci sono alcuni particolari non chiari.

– Quali particolari? – chiedo sfregandomi gli occhi.

– Ma cosa fa ancora in piedi? Entri, la prego – dice Sara tornando dalla camera.

– Volete un caffè?

– No, grazie signora. Il caffè mi dà acidità – dice il carabiniere mentre lo faccio accomodare.

– E lei? – dice Sara rivolta a Sicca.

Il giovane appuntato guarda Alberti che gli fa un cenno col capo come a dire: “Fa quello che vuoi”.

– No grazie, sono a posto così – dice Sicca restando in piedi vicino alla porta.

– Quali particolari? – chiedo un po’ spazientito.

– Ecco – dice il poliziotto abbassando la voce – durante l’esame medico hanno riscontrato… il signor Tonini aveva delle ferite profonde intorno ai polsi e, scusi il termine, un grosso proiettile infilato nel retto.

Mi sento gelare benché stessimo già sudando per il calore innaturale.

– La pallottola in questione appartiene ad una pistola di proprietà del signor Tonini: abbiamo controllato. La compagna del Tonini – prosegue l’agente – ci ha detto che frequentava ambienti equivoci, club privè dove si pratica il sadomasochismo. Stiamo contattando chi lo conosceva per avere informazioni a riguardo. Può darsi che l’attacco cardiaco sia sopravvenuto in seguito a pratiche di sesso estremo. In tal caso si prefigurerebbe il reato di omicidio colposo.

– Io non ne so nulla – dico con troppa precipitazione. – Conoscevo Tonini in maniera superficiale.

L’agente tossisce.

– Questo non è del tutto esatto. La signora Prodan ci ha detto che due giorni fa il Tonini è stato a cena qui e che lei è al corrente del fatto che Tonini era un manesco.

– Le ripeto che la mia conoscenza di Tonini e della signora Prodan è superficiale. Nina poi, l’avrò vista in tutto quattro o cinque volte. Le ripeto che è una conoscenza superficiale.

L’agente abbassa di nuovo la voce.

– Non così superficiale da impedirle di spalmare la crema sulle spalle della signora. Sa, le persone in spiaggia amano spettegolare.

Sento Sara che rientra in camera piangendo.

Il carabiniere allarga le braccia come a dire l’ha voluto lei.

– Grazie per il caffè. L’avrei preso volentieri ma il mio stomaco proprio non ne vuole sapere – dice Alberti alzandosi mentre Sicca apre la porta. – Comunque se le venisse in mente qualcosa sulla vita privata del Tonini e volesse contattarci chiami la stazione dei carabinieri di Andora.

Richiudo la porta e mi preparo a dare inutili spiegazioni a mia moglie.

***

Tonini non era credente per cui il funerale si celebra senza funzioni religiose. Una banda di paese accompagna il feretro nel breve tratto dall’ospedale al capannone polivalente di Andora. La salma doveva essere inumata nel cimitero di Torino ma, a causa del gran caldo, si è preferito svolgere il più in fretta possibile la cerimonia funebre. Pochissime persone assistono alla funzione. Tonini conosceva tutti ma non per questo ha molti amici. A parte Nina, mia cognata e Miranda, riconosco solo i due poliziotti che mi hanno fatto visita il giorno prima. La banda attacca un paio di marce funebri stonate mentre la gente si fa aria con alcuni volantini pubblicitari di una svendita di scarpe. Ce ne sono diversi sacchi ammonticchiati su un tavolo. Più che a Tonini penso a Nina, a Sara e, mi vergogno a dirlo, soprattutto al mio debito che giace col morto nella bara. Sarebbe stato difficile tirare avanti fino a Natale senza il cantiere di Tonini. Mi chiedo chi lo rileverà, magari è uno dei presenti. Potrei presentarmi col pretesto delle condoglianze e fare presente con garbo che il lavoro era stato promesso a me. Nina legge alcune parole di circostanza da un foglietto spiegazzato. Ha gli occhi rossi di pianto. Quello destro porta ancora ben visibili i segni delle ecchimosi. Sembra una grossa gattona torpida, un po’ ammaccata dalle zuffe ma sempre pronta a graffiare o sedurre. Sono l’unica persona citata nel breve discorso. Nina mi ringrazia per l’affettuoso supporto che le ho offerto negli ultimi giorni. Cerco lo sguardo di Sara ma lei volta ostinatamente la testa dall’altra parte. Osservandole il collo vedo che il sudore le ha fatto venire delle minuscole pustole rosse dove il maglioncino, che porta nonostante il calore, le fa il girocollo. Nina finisce il discorso e comincia a salutare i conoscenti prima che il feretro parta per Torino. Miranda è la prima ad accostarsi a lei, la bacia sulla guancia e le sussurra qualcosa all’orecchio. Nina fa un cenno d’assenso e le dà un bacio sulla fronte. Sulle guance arrossate dal pianto affiorano i capillari. Sembra che soffra davvero. Con un gesto improvviso si libera della gente che le si é fatta intorno e attraversa la stanza dirigendosi verso di me con un sorriso triste. Mi prende le mani e mi dice: “Grazie, grazie di tutto”.

Io balbetto qualche frase di circostanza e Nina mi si lascia cadere addosso abbracciandomi affranta. La tengo goffamente stretta a me battendole un colpetto sulla schiena e sento la sua grande mano calda passarmi sui pantaloni. È un attimo ma indietreggio come colpito in faccia da uno schiaffo. Il mio sguardo corre ai due poliziotti e, incrociando il viso di quello con cui avevo parlato, vedo che mi strizza l’occhio. Nina molla la presa e viene subito circondata dagli amici del Tonini mentre Sara mi arriva silenziosamente alle spalle e mi sibila all’orecchio: “Stupido, non vedi che sospettano di te?”

***

Sono passati due giorni. Nina è tornata a Torino per le pratiche legate all’inumazione. Siamo a cena da mia cognata. Lei e Sara stanno parlando di un lampadario che hanno visto in un negozio di Diano Marina. Per adesso nessun accenno al mio ruolo di parassita. La morte di Tonini è stata una manna per noi. Mio fratello mi ha telefonato per avere notizie. Sembrava uno che avesse appena tirato fuori una bottiglia di champagne. Non c’è nessun foglio firmato da noi. Con Tonini ci si intendeva con una stretta di mano. Tanto lui sapeva come farsi dare i soldi che prestava. Siamo liberi. L’officina è nostra e si respira. Mia cognata mi serve il caffè con una gentilezza che sa tanto di scuse. Vado in bagno. Un paio di collant colorati sono appesi al ferro della doccia. Sono di Miranda. Solo adesso mi accorgo del profumo dolce di cui è pregna la stanza. Mi guardo intorno. Miranda si è cambiata qui poco fa. Si è preparata per uscire e adesso è chiusa in camera sua. Mi viene un pensiero che si traduce in azione istantaneamente. Vado verso il cestone della biancheria. Ci sono delle calzette a fiori. Le prendo e le porto vicine al viso per sentirne l’odore. L’odore di Miranda. La mia immagine riflessa nello specchio mi spaventa e in fretta rimetto le calze nel cesto.

Ritorno in cucina. Mi sento il corpo come fosse fatto di vetro.

– Miranda non c’è? – chiedo.

– È in camera. Stasera voleva andare a ballare alla Suerte ma da sola non ce la mando. La signorina può frignare quanto vuole – dice mia cognata a voce alta in modo che la figlia senta – ma se ne sentono troppe in giro. Lei non si accorge che i ragazzi la guardano e ci vuole un attimo. Se fosse andata con la compagnia allora era un altro paio di maniche.

Miranda esce dalla sua camera. È in pigiama ma ha ancora il viso truccato. Sulla giacca del pigiama ci sono due orsetti che si baciano. È una bambina. Ripenso a quello che ho fatto in bagno e mi si chiude lo stomaco dalla vergogna.

– Zio, diglielo tu che a sedici anni le ragazze escono tranquillamente da sole.

Lo sguardo di mia nipote mi implora ma io riesco solo a sorridere come un imbecille.

– Cosa vuoi che ne sappia tuo zio – dice mia cognata con quel suo muso rincagnato. Io, cara mia, vado ancora ai concerti rock!

– Lo zio è giovane. Lui capisce cosa vuol dire per noi ragazzi andare a ballare alla Suerte. Guarda com’è vestito. Dài, digli qualcosa zio!

Mi guardo anche io. Indosso la mia maglietta di “Goo” dei Sonic Youth.

– Dai, Sandra – dico a mia cognata – facciamo così: Miranda la portiamo noi alla Suerte. Che ne dici Sara, andiamo?

Mia moglie sgrana gli occhi verdi come solo lei sa fare.

– Ma sei impazzito? Tu odi la discoteca. E poi saresti ridicolo alla tua età.

E allora mi prende il nervoso. Pensano tutti che io sia un imbecille? Che sia ormai un vecchio come loro, senza più niente da chiedere alla vita?

Sento la mia voce uscire forte e gentile: “Vai a prepararti Miranda, ti porto io”.

***

Siamo in macchina. Miranda è uno spettacolo. Parla in continuazione. Io mi sono cambiato cercando di vestirmi da discoteca. Ho una camicia azzurra con le maniche un po’ troppo corte, dei pantaloni leggeri e delle scarpe da velista in finta pelle. Andavano di moda negli anni ’80. Miranda mi dice: “Aspetta che ti sistemo: così sembri un contadino”.

Si allunga verso di me e mi sbottona la camicia. Poi mi scompiglia un po’ i capelli.

– Così va meglio, – dice. – Devi lasciarti andare. Sii più selvaggio.

Sento le mani di Miranda sui miei capelli. Sa di buono. Ha una gonna corta e un top nero con dei brillantini. Le guardo il viso abbronzato con la coda dell’occhio. È ricoperto di piccole efelidi che scendono lungo la scollatura fino all’inizio dei seni. Sembra una deliziosa spolverata di cioccolato. È perfetta. Il problema sono io. Mi sento un impiegato delle poste diretto al party di compleanno di Beyoncè.

Saliamo lungo il Capo Mele mentre lei si aggiusta i lunghi capelli biondi. Mia cognata ha ragione: Miranda non deve uscire da sola. Se fa questo effetto a me chissà che cosa suscita in un branco di ragazzini bevuti e impasticcati. Passando davanti alla casa di Tonini vediamo la luce accesa.

– Nina è tornata – dice Miranda.

Annuisco e ripenso a quella mano che mi ha sfiorato durante il funerale di Tonini.

– E zia Sara sta meglio?

– In che senso?

– Beh, sai, dopo che ha perso il bambino…

– E tu come lo sai?

– Ne ha parlato lei con la mamma, l’ultima volta che è venuta a prendere il caffè.

Mi sto innervosendo. Mia moglie non parla con me ma si confida con quella serpe di mia cognata. Non capisco.

– Certo che se l’è vista brutta – sussurra mia nipote.

Ma tu che ne sai?

– Un aborto non è mai una bella esperienza, – butto lì.

– Ma lei ha rischiato di morire! – urla Miranda.

– Ma figurati. Che dici?

– Ma come, se ce lo ha raccontato proprio lei. Ha avuto un’emorragia grave e ha rischiato di rimanerci secca. Ha detto che ha visto un tunnel tutto rosa con una luce in fondo. Ha detto che avrebbe voluto seguire la luce. Non aveva paura. Ma poi una voce l’ha richiamata e si è svegliata sul letto dell’ospedale.

Sono allibito. Sara non mi ha mai detto nulla.

– Non dirmi che non lo sapevi, – indovina Miranda sgranando gli occhi.

– Certo, certo. Solo che non è stato così grave come racconta lei.

Miranda emette un aaahh! poi si volta appoggiando la testa sul finestrino.

Superato il promontorio vediamo le prime auto parcheggiate. La Suerte è un centinaio di metri più a valle, a picco sul mare di Laigueglia. Improvvisamente Miranda cambia espressione.

– Non fermarti – dice. – Gira a sinistra e vai su per la collina.

Obbedisco come un automa. Mi inerpico per la stretta strada scarsamente illuminata.

– Miranda, dove…- tento di dire.

– Zitto. Fermati lì, in quella piazzola.

Spengo il motore e tiro giù i finestrini. Miranda sta piangendo. Il trucco le cola giù da un occhio come del sangue nero. Sembra di nuovo una bambina. Dalla borsa estrae un filo sottile che sembra d’acciaio ma è morbidissimo. Lo usa per raccogliersi i capelli in una coda. Si gratta con furia una coscia, poi si porta la mano alla bocca e comincia a mangiarsi l’unghia del pollice.

– Cosa c’è Miranda?

– Devi aiutarmi zio: sono nei guai, – singhiozza mia nipote.

Non so che dire. Tipico.

– Sei incinta? – provo a buttare lì.

– Mannò, cosa dici. È peggio. Se mia madre lo scopre è finita.

Si asciuga le lacrime col dorso della mano. Le accarezzo la testa e sento che trema.

– Raccontami, – dico. – Ti prometto che resterà tutto tra di noi.

Mi prende la mano e la bacia. Sento le sue labbra stringersi sulla mia carne.

– Grazie. Sapevo che tu eri l’unica persona su cui potevo contare.

Miranda tiene la mia mano tra le sue e se la mette in grembo. Guarda fuori dal finestrino. Il mare non si vede più ma se ne sente l’odore di salsedine. I grilli friniscono come pazzi sotto la luna brillante che campeggia nel cielo. Sembra fatta di carta.

– Sai che faccio le pulizie da Nina, vero?

Annuisco.

– Sono venuti dei carabinieri da noi e ci hanno fatto delle domande su Piero. Tonini. Dicono che forse non è morto per un incidente. Forse ha fatto dei giochi di sesso troppo spinti, capisci?

– Si, lo hanno detto anche a me.

– Beh, credono che Nina possa essere coinvolta e mi hanno fatto tante domande su di lei. Io, naturalmente, non ne so niente, ma…

– Ma?

– A Cairo Montenotte c’è un club privè, si chiama “Scandalo”. È come una villa. Si entra solo se ti ha invitato un socio. C’è una parola d’ordine che cambia tutti i mesi. Lì puoi fare quello che vuoi.

Miranda parla a voce bassa tra le lacrime. Il suo viso lentigginoso è molto vicino al mio. Mi sento la bocca secca e, quando rispondo, mi esce una specie di rantolo rauco.

– Queste cose te le ha dette Nina?

– Io ci sono stata, zio.

Non riesco ad emettere suono.

– Una volta sola, te lo giuro. Ero con Nina e Tonini una settimana fa e siamo usciti a prendere un gelato. C’era la musica a tutto volume. Sai che lui in macchina ha un lettore Mp3…

– Lo so, lo so – la interrompo.

– Non so cosa è successo. Siamo finiti allo “Scandalo”. Io neanche sapevo cosa fosse. Nina voleva portarmi via ma Tonini ha insistito. Non dovevo fare nulla, solo guardarmi intorno e prendere visione. Ammetto che ero curiosa. Poi mi hanno fatto bere e…- Miranda scoppia a piangere appoggiando la testa sul mio petto.

– Non so cosa sia successo dopo, te lo giuro. Ma so che ci hanno fatto delle foto. Me lo ha detto Nina. Se i carabinieri vanno a perquisire lo “Scandalo” e trovano le mie foto cosa dirò a papà e mamma?

Le lacrime di mia nipote mi stavano inzuppando la camicia.

– Cosa devo fare? – mi sento chiedere comprensivo.

– Andiamo a Cairo. Vai a prendere quelle foto. Nina e Piero hanno una cassetta di sicurezza. Funziona così. Entri e dai la parola d’ordine che è “Ufo robot”…

– Ufo robot? Mi prendi in giro?

– No! – urla Miranda. – Ti sembra che abbia voglia di scherzare? Vai dentro. Dici: ”Ufo robot”. Poi chiedi all’uomo che c’è alla porta di condurti alle cassette. La numero 12 è quella di Nina. Prendi le foto e vieni via.

– Miranda, non puoi chiedermi…

– Zio…

Dopo tre quarti d’ora ero davanti allo “Scandalo”.

***

Suono il campanello e mi apre un tipo che sembra un assicuratore: giacca e cravatta, mani curate, viso anonimo.

– Buonasera – dico.

Il tipo resta immobile e non dice una parola.

– Mi chiamo Franzi – continuo. – So che le può sembrare strano ma…

Il tipo fa per chiudere la porta.

– Aspetti, – ansimo – aspetti. Lei vuole…si insomma: ufo robot.

– Oh, alla buon’ora. Stavo cominciando a pensare che fosse un carabiniere – dice l’assicuratore aprendosi in un sorriso laido. – Venga dentro. Si accomodi: le porto subito il kit.

Entro in corridoio immerso nella penombra. Mi siedo su una poltrona di pelle e mi guardo intorno. È come la reception di un hotel a tre stelle. Piccola, pulita: niente di che. Mi aspettavo di trovare chissà cosa invece sono l’unico cliente. Dopo un istante torna il tipo e mi porta una scatoletta. La apro: un badge e una chiave. La numero 12.

– Dovrebbe fornirmi un documento, se non le spiace.

Mi sento svenire.

– Ma…pensavo che la privacy…

L’uomo scuote la testa.

– È proprio una questione di privacy. Noi siamo come una piccola famiglia. Ci nutriamo della fiducia reciproca. Lei è alla sua prima visita. Conosce una parola d’ordine quindi so che è stato invitato da uno dei nostri membri. Però lei è qui da solo per cui… La consegna di un documento è una prova di buona fede. È una cosa che va anche a suo vantaggio. I membri dello “Scandalo” sanno di poter contare sulla massima riservatezza.

– E se mi rifiutassi?

– In questo caso dovrei chiederle di andarsene. E di non tornare più: nemmeno come invitato.

Sudo come un vitello. Prendo la carta d’identità dal portafoglio e gliela consegno.

– Grazie, ci vorrà solo un momento. Nel frattempo lei si metta pure a suo agio. È un po’ presto e non c’è ancora nessuno ma in fondo a sinistra ci sono le salette video. Magari vuole, per così dire, scaldarsi un po’.

– A dire il vero io sono venuto qui perché un’amica ha lasciato qualcosa per me nella cassetta numero 12. Sono venuto a prenderla.

– Oh, in tal caso faccia pure: è la stanza con la porta azzurra. Quando ha finito venga da me per il documento.

Lo ringrazio e vado alla porta azzurra. Entro in una specie di spogliatoio. Ci sono costumi di vario genere appesi alla pareti e anche una serie di attrezzi dei quali non fatico ad indovinare l’uso. Le cassette sono proprio di fronte a me. Apro la dodici. Dentro c’è un involucro di carta gialla: le foto. C’è anche un sottile filo che sembra d’acciaio, proprio come quello che ha usato Miranda per legarsi i capelli. Lo metto in tasca e faccio per uscire. D’un tratto mi prende una voglia irresistibile di dare un’occhiata alle foto. Se fossi l’uomo che penso di essere non dovrei farlo. Il mio scrupolo dura meno di un secondo. La busta è già aperta. Estraggo un paio di foto e resto senza fiato. Sono immagini di gang bang e sadomasochismo. C’è un uomo legato per i polsi, forse Tonini. L’unica persona che si vede in faccia è una donna ma non è Miranda: è Nina.

Rimetto le foto nella busta con le mani che mi tremano. Sulla porta mi aspetta l’assicuratore che sorridendo mi riconsegna la carta d’identità. Esco e respiro l’aria avidamente. Non mi era mai sembrata così buona.

***

Entro in macchina arrabbiato come un cane. Sudo e ho il viso rosso. Faccio fatica a respirare. Mi aggrappo al volante come se mi potesse salvare.

– Allora zio? Ce l’hai?

Miranda è seduta al mio fianco. Non piange più. I suoi occhi sono incollati alla busta gialla che ho posato sulle gambe.

– Sì, le ho prese. Tutto a posto.

Mi si butta al collo e mi bacia.

– Grazie zione. Graziegraziegraziegrazie.

Il suo profumo mi da alla testa. Saranno le immagini che ho appena visto o forse la tensione che mi sta lasciando ma la desidero. La desidero perché sono arrabbiato. Perché è una bugiarda. Perché vorrei riempirle la faccia di schiaffi. Devo solo fare un respiro profondo e calmarmi. Va tutto bene.

Metto in moto e mi dirigo verso Andora.

Lei capisce che c’è qualcosa che non va ma preferisce stare zitta.

– Cosa farai delle foto? – chiedo.

– Cosa vuoi che ne faccia? Le brucio. Anzi, appena arriviamo mi presti l’accendino e lo faccio subito.

– Non vuoi neanche dare un’occhiata? Giusto per vedere che ci sia tutto?

Miranda mi guarda e questa volta mi vede davvero. Riesco a indovinare dietro al verde degli occhi tutto lo sforzo del suo cervello al lavoro.

– Certo. È una buona idea.

Apre la busta e tira fuori un’angolino di fotografia.

– Si, sono loro. Sono stata proprio una stupida a lasciarmi coinvolgere da Piero e Nina in questa cosa. Fermati lì, in quella piazzola. Bruciamole subito. Non le voglio più vedere.

– Come fai ad essere sicura che ci siano tutte?

Miranda ha uno scatto di nervi.

– Lo so perché lo so. Perché nessuno può avere interesse a fregarsi una mia foto. Dài, ferma lì.

Accosto l’auto e spengo i fari.

– Dammi l’accendino.

Lo tiro fuori dal taschino della camicia e glielo porgo. Lei scende e comincia a trafficare. Non riesce a farlo funzionare. La raggiungo.

– Lascia, faccio io.

Accendo la fiammella e lei ci mette sopra la busta gialla. Una piccola lingua di fuoco illumina l’oscurità. Le afferro la mano con forza.

– C’era anche questo assieme alle foto – dico facendole vedere il laccio.

Lei arretra tenendo in mano il plico fiammeggiante.

– Oh, quello. Dev’essere di Nina. I suoi genitori allevavano le capre in Romania. È un laccio speciale. È una specie di lazo. È come questo che ho nei capelli.

Fa per sciogliersi la coda ma io mi avvicino e la stringo. La busta cade a terra in una scia giallastra.

– Dimmi la verità. Queste foto non sono tue.

Miranda strabuzza gli occhi poi mi guarda con odio.

– Le hai guardate, porco – sibila.

– E tu sei una puttana.

– E allora? A te cosa ti frega?

Le mollo un ceffone.

– Lo sai che cosa ho rischiato per te, scema? Eh?

Lei mi graffia. Mi prende per i capelli. È forte. Ci stringiamo. Io la voglio prendere a sberle. La sento attaccata al mio corpo. La voglio. Non mi frega niente di niente. Le metto una mano tra le gambe. Miranda si avvinghia a me. Mi bacia. È calda e fresca allo stesso tempo. Un dolore mi lacera il polso destro. Miranda mi ha legato con quel laccio fermacapelli e tira forte. Sento il sangue che mi cola sulla mano. La colpisco con un pugno e lei cade a terra. Mi strappo il laccio e lo ficco in tasca poi le monto sopra e le apro la camicetta. Miranda urla. Miranda diventa fredda, diventa mia nipote: la bambina. La figlia di mio fratello. Mi rialzo. Lei è a terra in lacrime.

– Andiamo a casa, – dico.

***

Il giorno dopo sto fuori fino a tardi. Mi sono lavato più volte ma non riesco a fare andar via lo sporco che sento su di me. Giro in spiaggia come un sonnambulo. Non vado a mangiare. Arrivo a casa alle dieci e mezza di sera.

Sara mi sta aspettando sveglia. È seduta sul letto.

– Dove sei stato?

Non rispondo. Vado al frigo e bevo a canna una sorsata di succo di frutta. Ho la gola impastata. Non riesco a cancellare dalla mia mente il corpo di Miranda. Sento la sua carne tra le mie dita. Ho il suo odore appiccicato addosso.

– Sono venuti di nuovo i carabinieri.

Un conato di vomito mi sale in gola. Guardo mia moglie. Ha le gambe incrociate e indossa una sottoveste rosa. Ha gli occhi lucidi. È bella. Mi sono dimenticato di quanto mia moglie sia bella. Da tanto tempo non la guardo più come adesso. Ha i capelli scombinati che le coprono il viso. La piega della bocca, un po’ inclinata in un sorriso sardonico, mi fa capire che mi compatisce. Come se fossi un bambino. Vorrei buttarmi tra le sua braccia e cancellare tutto ma non è possibile. Siamo andati troppo oltre. Mi siedo accanto a lei. Profuma di bucato fresco e sonno.

– Cosa volevano? – chiedo.

– Hanno detto che frequenti un club privè che si chiama “Scandalo”. È vero?

Dalla mia risposta dipende il mio futuro. Il mio matrimonio. Dovrei essere sincero e raccontarle tutto.

– No che non è vero – dico in tono risentito. – Che cavolo gli salta in mente?

– Glielo ha detto Nina. Pensano che tu possa sapere qualcosa sulla morte di Piero.

Io non sono mai diventato rosso in vita mia ma adesso sento un enorme calore in tutto il corpo.

– Credimi, Sara. Io non faccio quelle cose. Non so perché Nina…

Sara mi zittisce mettendomi un dito davanti alla bocca.

– Basta così. Non dire nient’altro. Andiamocene da Andora. Prepariamo i bagagli e andiamocene. Siamo ancora in tempo.

Guardo di nuovo mia moglie. La guardo davvero.

– In tempo per cosa.

– Non lo so. Per noi. Per la nostra vita insieme.

Non so cosa dire. È Sara a rompere il silenzio. – Non noti niente di diverso in me?

Continuo a stare zitto. Mi sento come se avessi dei chiodi nelle vene.

– Ho messo la sottoveste – dice.

Mi prende una mano e se la posa sul seno. Tremo. Non so che fare. Penso al tunnel rosa con la luce in fondo. Penso alla voce che la chiama. Penso che non era la mia.

– Io credevo che…

– Ma tu che ne sai? Cosa hai mai saputo tu?

Mi alzo di scatto. Sara mi guarda impaurita.

– Devo andare.

– Dove vuoi andare a quest’ora?

– Devo andare. Torno subito, io… devo sapere certe cose. Scusami amore.

Mentre chiudo la porta sento che Sara sta singhiozzando.

***

Esco di corsa dal mio appartamento. Per ore ho cercato di convincermi che le parole di Sara non sono importanti eppure l’idea che possano accusarmi dell’omicidio di Tonini è come un ragno che continua a tessere una tela di angoscia appiccicosa nel mio stomaco. Mi accorgo che sono in macchina e che corro verso la casa di Tonini sul Capo Mele. La sera è caldissima e la luna piena dà un’inopportuna patina di romanticismo alla riviera. Io non mi sento romantico: sono spaventato a morte. Voglio parlare con Nina, dirle di smettere di giocare con la mia vita. Le voglio dire che non mi importa se ha ucciso Tonini, basta che mi lasci fuori da questa storia. Mi viene in mente che, se Tonini è stato veramente ucciso, forse anche Nina è in pericolo. Forse bruciare quelle foto è stata la via d’uscita da un pasticcio nel quale lei è solo una pedina incolpevole.

Quella carezza calda come un guanto di velluto è ancora troppo viva nella mia memoria per non sentirmi male a sospettare di Nina. Sara è gelosa, ecco tutto. Odia Nina perché è bella e sensuale, cosa che lei e i suoi pigiami non sono di certo. Arrivo davanti alla porta della villetta di Tonini deciso ad affrontarla e suono a lungo il campanello. Nessuno risponde. Un urlo lungo e rauco proviene dall’interno. Poi altro ansimare arriva flebile al mio orecchio appoggiato alla porta. Spaventato comincio a tempestare di pugni il campanello chiamando Nina a gran voce. Le luci delle villette vicine si accendono. Uomini in mutande e canottiera mi guardano dai loro balconi assieme a donne in vestaglia dagli occhi cisposi. Sento la chiave girare nella serratura. La porta si apre e appare Nina, sudata e con un evidente graffio che dal collo scende fino a dove la sottoveste mi nasconde la vista dei seni.

– Ciao – dice trasognata. Io entro in casa scostandola dalla porta.

– Che succede qui? Chi c’è?

Nina mi guarda seria. La porta è ancora aperta. I vicini stanno a guardare come dei pupazzi appesi ai balconi.

– Niente che ti interessi. Vieni.

– Nina tu…

Mi abbraccia e mi bacia. Un bacio caldo. Sulla sua pelle c’è già l’odore di qualcun altro.

– Ma sei scema? Ci vedono.

– E allora?

– Entra per favore e chiudi la porta. Dobbiamo parlare.

Nina chiude la porta e mi fa sedere sul divano.

– Cosa vuoi?

– Voglio sapere cosa cazzo succede.

– Non capisci che venire da me aggrava la tua posizione?

– Che posizione? – urlo isterico – Hai ucciso tu Tonini, non è vero?

Nina emette una risata rauca.

– Ma che dici? E poi che ti importa? Domani la polizia chiuderà le indagini, me l’ha detto Alberti. Arresto cardiocircolatorio. Fossi in te andrei a casa e dimenticherei tutto.

– Ma Nina… – dico afferrandola per un braccio. Lei si divincola come se un insetto schifoso l’avesse sfiorata.

– Vattene. Non tornare più.

Io divento isterico.

– Io vado dai carabinieri. E allora vedrai se ti faccio tanto schifo.

Tiro fuori dalla tasca dei pantaloni il laccio con cui mi ha legato Miranda. – Io ho visto le foto dello “Scandalo”. Le tue foto.

– Ti sono piaciute? – dice sedendosi di fianco a me ed accavallando le gambe.

– Non fare la scema. Io so come Tonini si è procurato quei tagli. Glieli hai fatti tu con questo. Hai anche convinto Miranda a incastrarmi ma io ti fotto, cara mia.

Nina mi guarda seria.

– Vai dai carabinieri. Se vuoi ti ci accompagno io. Cosa gli dirai? Le mie foto allo “Scandalo” non ci sono più ma la tua carta d’identità è registrata. Sei tu quello che frequenta i club privè. E poi su quel laccio c’è il tuo sangue non il mio. A chi crederanno, eh?

– E tu come lo sai che c’è il mio sangue?

Mi sento mancare. Credo di svenire.

– In fondo che te ne frega di come è morto Piero? Adesso sei libero, no? Io non li voglio i soldi che gli dovevi. Non hai pensato che il fatto di essere suo debitore ti ha dato un buon movente per ammazzarlo? Sei sicuro che vuoi denunciarmi?

– Come sai che il sangue è il mio? – urlo.

– Me lo ha detto Miranda. È molto bella vero? Quella ragazza mi fa diventare matta. Come si fa a non adorarla. Certo, uno zio che tenta di violentare la nipote non è un tipo molto credibile. E poi cosa dirà tuo fratello? E Sara…

Sono un debole. Sento che sto per mettermi a piangere. Vorrei che Sara fosse qui. Vorrei spiegarle tutto.

– Nina… – dico con la voce rotta. – Hai ucciso un uomo…

– Ma che dici? Piero pesava quasi cento chili. Come facevo a tenerlo fermo tutta da sola?

– Che vuoi dire?

– Voglio dire che adesso sono stufa. Vattene e non farti più vedere. Il tuo ruolo in questa storia lo hai già avuto. Chiuditi la porta alla spalle quando te ne vai.

Se ne va verso la camera da letto dove entra sbattendo la porta. Io crollo sul divano e fuori dalla finestra vedo che le luci delle case vicine si sono spente. Lo spettacolo è finito da un pezzo. Mi metto a piangere silenziosamente quando un rumore di passi nudi sul pavimento mi fa voltare.

– Nina… – sussurro.

È mia nipote Miranda in mutandine e maglietta extra large che va verso il lavandino per prendere un bicchiere d’acqua.

– Sono Miranda, zio. Vai a casa, vai da zia Sara… sei ridicolo così.

Sento la porta richiudersi dietro di me come in sogno.

***

Entro nel mio alloggio cercando di non fare rumore.

Sara è sveglia. È sedutax in cucina vestita di tutto punto. Mi guarda. Lo schermo della televisione spenta mi rimanda la mia immagine. Ho trentasette anni, sono sovrappeso, leggermente calvo e ho una maglietta dei Ramones. Devo ricordarmi che sono così. E che ho ancora una chance.

– Io parto – dice Sara. – Con te, spero, ma anche da sola.

Io taccio. Sembra che stia pensando ma non è così. Non penso a nulla. Non penso a Miranda o a Nina. Non penso neanche a Tonini. Anzi un pensiero ce l’ho. Penso a un concerto di Belle & Sebastian. Eravamo io e Sara. Lei era bellissima. Io la amo da morire.

– Vengo con te – dico.

– Ho già preparato le valigie.

Saliamo in macchina in silenzio. Imbocco l’autostrada e in pochi minuti la riviera sparisce dietro di noi. L’odore salmastro lascia il posto ad una brezza fredda e frizzante. Stiamo salendo. Sopra le montagne una luna gigantesca illumina un mondo diverso dove ci siamo solo io e mia moglie.

Immagino Tonini ubriaco che tenta di possedere mia nipote. Immagino Miranda che lo lega facendogli sanguinare i polsi. Nina con la pistola. L’infarto che rende inutile l’esecuzione. E poi la corsa in macchina proprio sulla strada che adesso sto percorrendo. L’auto che viene lasciata cadere nella scarpata. La donna e la ragazza che tornano a casa insieme. Spaventate ma felici.

Forse è andata così o forse no. Non è più un mio problema.

Il giorno dopo io e Sara siamo a Torino, astiosi e strani come dopo un’influenza ma in qualche modo, forse, salvi.

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