Le letture francesi di Mariolina Bertini: Proust e Giacomo Debenedetti

Marcel Proust, Un amore di Swann, traduzione di Giacomo Debenedetti, Introduzione di Daria Galateria, Elliot, Roma 2016.

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Nella vita intellettuale di Giacomo Debenedetti due autori hanno svolto un ruolo privilegiato, fungendo da punti di riferimento inamovibili per ogni giudizio di valore: Proust e Saba. “Quasi l’intero Novecento di Debenedetti – ha scritto Alfonso Berardinelli- si irradia dalla lettura assidua, dal commento ossessivo, dalla devota, ininterrotta fedeltà a questi due autori.”

È vero che la fedeltà a Proust, e il gusto di scandagliare gli stratificati, ingannevoli fondali della Recherche, restano costanti in Debenedetti, dal 1925 – data del suo primo saggio proustiano, che precede addirittura la pubblicazione del Temps retrouvé – sino agli anni ’60, quando rifletterà sulle analogie e sulle differenze tra le proustiane “intermittenze del cuore” e le “epifanie” di Joyce. Di decennio in decennio, però, gli strumenti e gli interrogativi del critico attraversano un’evidente trasformazione. Se il Debenedetti degli anni ’20 prediligeva in Proust la musicalità e il lirismo, quello degli anni ’50 si sofferma piuttosto sul “patto col diavolo” grazie a cui il narratore della Recherche accede alla creazione artistica sacrificando la vita, come il doktor Faustus di Thomas Mann. Nelle pagine di Proust il giovane Debenedetti ammirava le armonie wagneriane e una dorata luce soffusa simile a quella dei tramonti di Monet. Dopo la guerra, sono altri gli elementi della Recherche che attirano la sua attenzione: la “discesa al luogo del buio e del dolore” che il narratore deve compiere per diventare scrittore e l’analogia tra le torture della gelosia (alimentate da una curiosità che non conosce appagamento) e l’ispirazione del romanziere, anch’essa instancabile e spietata nell’interrogare il passato, la realtà, il destino.

C’è un punto di svolta tra il proustismo estetizzante del primo Debenedetti e la lucida, problematica visione del Debenedetti maturo? Tutto fa pensare che questa svolta cruciale – certo preparata da lunghe riflessioni precedenti – sia da collocare in quei mesi del 1943-’44 in cui il critico, ricercato in quanto ebreo, prima di prendere contatto con le forze partigiane, vive nascosto con la famiglia nei pressi di Cortona. Perché è proprio in quei difficili mesi di vita clandestina – tra bombardamenti, terrore del tifo, difficoltà quotidiane d’ogni sorta – che Debenedetti si dedica a un compito che prima non ha mai osato affrontare, e che non affronterà mai più: la traduzione dell’amatissimo Proust. Sceglie di tradurre l’unica sezione della Recherche che formi una sorta di romanzo a sé e sia leggibile isolatamente: Un amore di Swann. Difficile dire se la scelta sia sua oppure dell’editore Bompiani, che gli ha commissionato il lavoro; probabilmente di entrambi. Bompiani aspirava evidentemente ad avere Proust nel proprio catalogo, senza doversi confrontare con la mole immensa dell’intera Ricerca. Debenedetti aveva per il personaggio di Swann un singolare attaccamento; si riconosceva nella sua fisionomia di “ebreo errante”, adottato dalla buona società per i suoi doni intellettuali ma incapace di realizzare le proprie potenzialità sino in fondo. Daria Galateria ci ricorda, nella sua bella e ricca introduzione, che “Swann” era stato lo pseudonimo utilizzato da Debenedetti sulla “Gazzetta del popolo” di Torino, tra il ’26 e il ’29 : nel vivo della giovanile passione proustiana. Spente le luci della mondanità, nei mesi oscuri di Cortona Giacomo torna a Swann, e si impegna in quel corpo a corpo che è la traduzione senza avere a portata di mano dizionari e opere di consultazione. La sua situazione è esattamente la stessa in cui comincia la sua traduzione di Du côté de chez Swann a Pizzoli, dove è al confino, Natalia Ginzburg, che ha come unico aiuto il dizionario scolastico bilingue Ghiotti. Eppure in quel contesto di povertà estrema nascono due traduzioni straordinariamente interessanti: quella di Natalia, che “sliricizza” Proust (sarà Debenedetti a dirlo), accentuando la modernità dei suoi dialoghi, e quella di Debenedetti che per trasporre “Un amore di Swann” mobilita tutte le risorse dell’italiano letterario, del lessico di Leopardi, di Verga, di Pascoli , di D’Annunzio.

È per la sua qualità letteraria che si impone al lettore d’oggi questa traduzione di Un amore di Swann, che Elliot ha avuto l’eccellente idea di riproporre. Non per l’assenza di errori. Era inevitabile che in un lavoro svolto in condizioni così estreme, e poi rivisto nei primi anni del dopoguerra, con le biblioteche ancora poco praticabili e poco aggiornate, restasse qualche errore. Un esempio soltanto.

Swann sale lo scalone che porta alle sale dell’aristocratica dimora di Mme de Sainte-Euverte. Proust si compiace di descrivere dettagliatamente i domestici in alta tenuta che accolgono gli ospiti:

“Uno di essi, d’aspetto specialmente feroce e alquanto simile al carnefice di certi quadri della Rinascenza che raffigurano supplizi, avanzò verso di lui con aria implacabile per prendergli le sue robe. Ma la durezza dello sguardo d’acciaio era compensata dalla blandizie dei guanti di filo, talché, nell’avvicinarsi a Swann, egli pareva manifestare disprezzo per la sua persona e riguardo per il suo cappello. Lo prese con una cura, cui la precisione della camminata, punta dopo tacco, dava qualcosa di meticoloso, e con una delicatezza che lo spettacolo della sua forza rendeva quasi commovente.”

In realtà, nel testo di Proust non è affatto questione di “precisione della camminata, punta dopo tacco”. Proust scrive:

“…Il le prit avec un soin auquel l’exactitude de sa pointure donnait quelque chose de méticuleux”.

La “pointure” è qui l’esatta misura dei guanti di filo del domestico, di cui già si è parlato. Traduce correttamente Giovanni Raboni:

Lo prese con una sollecitudine alla quale l’esattezza della misura dei guanti conferiva un che di meticoloso.”

Tratto in inganno dal fatto che il termine pointure può riferirsi (e forse più spesso si riferisce) alle calzature oltre che ai guanti, Debenedetti estende alla “camminata” del domestico una meticolosità che Proust attribuisce esclusivamente al gesto delle sue mani.

Sviste di questo genere sono comunque in questa traduzione estremamente rare. Deciso a rispettare rigorosamente la sintassi proustiana, Debenedetti aderisce alla sinuosità delle lunghe frasi di Swann trasponendole il più fedelmente possibile, e cogliendone in genere perfettamente il senso. Come esempio di resa particolarmente felice, possiamo citare la scena che più di ogni altra, forse, lo ha sollecitato a superare la sua giovanile interpretazione un po’ estetizzante di Proust. Si tratta della scena in cui Swann, che ancora non sa di essere davvero innamorato di Odette, inaspettatamente non la trova nel salotto dei Verdurin. Di colpo, il bisogno di vederla si fa lancinante, e corre a cercarla in preda a un’angoscia incontrollabile:

“… Si cominciava dappertutto a spengere i lumi. Sotto gli alberi dei boulevards, in un’oscurità misteriosa, erravano più radi i passanti, e appena riconoscibili. A volte l’ombra di una donna che gli si appressava, mormorandogli una parola all’orecchio, chiedendogli di accompagnarla, faceva trasalire Swann. Sfiorava ansiosamente tutti quei corpi oscuri come se, tra i fantasmi dei morti, nei regni bui, avesse cercato Euridice.

Tra tutti i modi di prodursi dell’amore, tra tutti gli agenti di disseminazione del sacro morbo, uno certamente dei più efficaci è quel grande soffio di agitazione che talvolta passa su di noi. Allora l’essere con cui in quel momento ci piace di stare, sarà quello che ameremo, il destino è segnato. Non occorre nemmeno che fino allora ci sia piaciuto più di altri, o neppure quanto altri. Bisognava soltanto che la nostra inclinazione per lui diventasse esclusiva. E tale condizione è soddisfatta allorché – nel momento in cui esso ci sia mancato – alla ricerca dei piaceri che la sua grazia ci procurava, bruscamente si è sostituito in noi un bisogno ansioso, che ha per oggetto quella creatura in se stessa, un bisogno assurdo che le leggi di questo mondo rendono impossibile da soddisfare e difficile da guarire: il bisogno insensato e doloroso di possederla.”

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La ricerca dell’amata, nell’incubo della notte parigina, diventa per Swann una discesa agli Inferi, “nei regni bui”. Una discesa che non avrà l’esito tragico di quella di Orfeo: Swann la ritroverà, la sua Euridice liberty, avvolta in una sciarpa di pizzo e con le preziose orchidee cattleya appuntate tra i capelli. Odette salirà in carrozza accanto a lui e si abbandonerà alle sue carezze. Ma il passaggio attraverso le tenebre di Swann anticipa la più decisiva esperienza del narratore: quell’attraversamento della Parigi infernale delle notti di guerra che precede la rivelazione del tempo ritrovato e simboleggia il distacco dalla vita, dalla felicità terrena, necessario al compimento dell’opera d’arte.

È forse nel tradurre – splendidamente – questa scena, che Debenedetti ha l’intuizione che rinnoverà negli anni quaranta la sua interpretazione di Proust. Quell’esperienza della discesa agli Inferi – della nekuia – che Swann non vive sino alle estreme conseguenze, sarà Marcel a compierla. Sarà lui ad attraversare le tenebre per rinascere nel dolore alla luce dell’arte. Di quelle tenebre scriverà Debenedetti nel 1946:

“… È come se su una vetrata di cattedrale (…) repentino un abbuiarsi del sole avesse spento i favolosi colori che ingemmavano le figure dei Santi e dei feudatari, lasciandoli lividi, grigi e spenti, come se d’un subito il protagonista si fosse trovato solo nel fondo della navata, paurosa d’ombra, senza più altra possibilità che di cercarsi e ritrovarsi in quel fondo buio, rivolgendo la faccia verso l’Altare.”

Il lato in ombra di Proust non poteva che svelarsi al Debenedetti del 1943, quello che, tornato provvisoriamente a Roma da Cortona in ottobre, ha assistito nascosto alla deportazione di più di mille ebrei romani. Di questa sua personale traversata dell’inferno resterà come documento uno dei suoi testi più straordinari, 16 ottobre 1943.

Rileggo questa traduzione di Un amore di Swann immaginando Giacomo Debenedetti al lavoro a Villa Baldelli, nella frazione del Cegliolo, durante l’inverno del ’43-’44. Sul suo tavolo, accanto alle sigarette e ai bianchi volumi Gallimard di Proust, vedo le opere di Alfieri, cui dedica il resto del suo tempo, scrivendo uno studio che sarà tra i suoi capolavori . Intanto sua moglie Renata, insieme al giovane parroco del paese, cerca una sistemazione per gli sfollati che arrivano da Napoli bisognosi di tutto, carichi di stracci e di bambini spaventati. Bisognerà aspettare le dieci del tre di luglio perché le campane del Palazzo Comunale di Cortona annuncino la liberazione, seguite dagli “esili, argentei rintocchi” delle campane delle piccole chiese delle frazioni perdute tra i campi: tutto questo è rievocato nelle pagine del bellissimo Diario del Cegliolo di Renata, pubblicato presso Scheiwiller nel 1965.

A chi avrà amato questa versione di Un amore di Swann, cesellata con rara dedizione, vorrei consigliare due letture per l’inverno che viene, due regali di Natale che sfidano il tempo. Il primo è la raccolta di tutti i saggi proustiani di Debenedetti, editi e inediti, curata da Mario Lavagetto e da Vanessa Pietrantonio per Bollati Boringhieri nel 2005: un monumento di perizia filologica. L’altro è il Meridiano Mondadori dei Saggi del critico, uscito nel 1999. Lo ha curato Alfonso Berardinelli, che di Debenedetti ha ereditato l’eleganza, la sprezzatura, e il dono non comune di scrivere non per la setta dei colti ma per tutti i lettori refrattari alle mode, intelligenti e curiosi.

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