Dire quasi la stessa cosa: Marika Marianello e Vicente Battista

marianello

“Tuttavia, dopo una notte di passione, Gutiérrez si alza più creativo.”

¡Gutiérrez soy yo!, mi verrebbe da dire se non fosse che qualcosa di simile è già stato detto da qualcun altro.

È stato un percorso lungo (due anni tondi tondi) e talvolta (spesso) ingrato quello che ha portato alla pubblicazione di Semplicemente Gutiérrez (Voland, 2014. Traduzione dallo spagnolo – Argentina): perché è un mondo difficile, quello editoriale; perché è un Paese per vecchi, l’Italia; perché se hai un’idea, meglio che sia fissa. Ma alla fine, è uscito: un parto, con tanto di gioia e dolori. L’ho letto, tradotto, revisionato e riletto talmente tante volte che sfido chiunque a chiedermi dove si trovi una determinata frase ché gliela ritrovo in meno di un minuto.

È stata una traduzione che ho amato molto: ho amato il mio professore di letteratura ispanoamericana dell’Università di Siena, Antonio Melis, che mi ha regalato questo testo mentre facevo un maledetto stage col rimborso spese (e sveglia alle 5) in una casa editrice che mi auguro imploda al più presto trascinandosi nell’implosione editore&co. (segretarie comprese: salverei giusto qualche bravo redattore); ho amato Vicente Battista, l’autore, uno scrittore intelligente, sagace, poliedrico, ironico e sempre entusiasta; ho amato Daniela di Sora quando mi ha risposto con entusiasmo all’e-mail in cui le proponevo di pubblicare la mia traduzione, in un momento editoriale molto difficile, e quando ci siamo viste la prima volta per parlarne (l’ho tampinata, ebbene sì, lo ammetto); ho amato l’odore del libro appena stampato; ho amato la lettura di Giorgio Vasta alla presentazione in Fiera; ho amato Gutiérrez, soprattutto lui, perché è un personaggio talmente sfigato, autistico, ansioso, maniaco e paranoico, che non mi fa sentire sola.

Ho particolarmente amato la traduzione di Gutiérrez a secas anche perché mi ha portato a bere dalla fonte, a Buenos Aires, ospite della SADE, Sociedad Argentina De Escritores, in un piccolo appartamento in pieno centro, un 1° M che vantava un’architettura d’altri tempi e d’altre longitudini e latitudini e altresì dotato di tutti i comfort: acqua calda, telefono a disco, lavatrice di ferro, televisione 12 pollici a tubo catodico, internet e bollitore per il Mate. Aveva anche due finestre, dettaglio non troppo scontato per una città come Buenos Aires: due finestre che, come molti appartamenti del centro di Buenos Aires, si affacciavano al pozzo d’aria dell’edificio: tutte le mattine, dunque, proprio come il Gutiérrez del romanzo, mi affacciavo a una bella parete cieca e sbrecciata e per sapere che tempo faceva a la calle mi dovevo sporgere sul davanzale, guardare verso l’alto e osservare minuziosamente e per un lasso più o meno prolungato il pezzo di cielo che si intravedeva nel rettangolo formato tra l’uno e l’altro edificio. Chiaro che neanche così si ottenevano dati certi, perché una nube poteva coprire quel rettangolo di cielo proprio in quel preciso istante in cui guardavo: la tattica migliore, ad ogni modo, prima di vestirsi, era quella di scendere in pigiama per testare effettivamente il clima, senza sottovalutare la sensación térmica, la termocezione, concetto di un certo rilievo tra i porteños. E per Gutiérrez.

battista

Ma chi è questo Gutiérrez?

Gutiérrez è un ghost-writer che dietro numerosi pseudonimi scrive libri su commissione del suo rigorosissimo editore Marabini, “un personaggio sgradevole […], pomposo e di indubbio cattivo gusto, […] i capelli rabbiosamente tinti di nero e […] decisamente grasso; gli occhi piccoli e senza luccichio, il naso piatto e largo […] e la bocca dalle labbra disuguali: il superiore molto sottile e l’inferiore molto grosso. La dentatura è forse l’unica cosa salvabile: una perfetta fila di denti bianchi e splendenti che, tuttavia, non riescono a disegnare un sorriso decente. Non che importi molto, Marabini raramente sorride. Indossa vestiti costosi e di marca, ma di indubbio cattivo gusto”. Gutiérrez è uno scrittore a cottimo che confeziona volumi senza alcuno spessore né letterario né scientifico, destinati a un pubblico onnivoro e di massa. Gutiérrez ha due ambizioni nella vita: scrivere “il romanzo autentico”, che sarà pubblicato con il suo vero nome in copertina, e scoprire dove si nasconde la misteriosa setta dei voraci e intransigenti correttori, la cui parola conta, senza eccezioni, più di quella dell’autore e dell’editore stesso. Gutiérrez vive da solo in un appartamento della periferia, buio e spoglio, dove l’unica finestra si affaccia dalla cucina al pozzo d’aria e di luce interna all’edificio, alto più di venti piani. Gutiérrez mangia frugalmente, ha un solo amico reale (Requejo, suo alter ego) e cinque virtuali, si masturba con un programma erotico interattivo pensando a una fantomatica Dolores della chat e non cammina mai se non per raggiungere, ogni lunedì, la casa editrice. Gutiérrez è “un po’ sovrappeso, stretto di spalle e con la pelle molto chiara”. Ossessioni e fisime: questo è Gutiérrez, non a caso, uno dei cognomi più diffusi in Argentina e in tutta l’America Latina, a simbolo del carattere massificato ed esemplare di questo personaggio metodico e maniacale.

Gutiérrez è semplicemente un romanzo profondo sul mondo editoriale, sui ghost-writer, sulla solitudine inconsapevole, sulla problematica del doppio, sulla lucida e paranoica angoscia di stampo kafkiano. È un metaromanzo sull’alienazione che rivela l’autoreferenzialità del mondo della letteratura per costruire una critica circolare della società in cui a malapena ognuno di noi sopravvive. È un tentativo di risposta al deterioramento della vita quotidiana, sottomessa alle forze del mercato, divenuto lo spazio di un nuovo assolutismo che non perdona neanche ciò che ne sembrava incolume: l’arte e la letteratura. È un romanzo dell’uomo virtuale, tra le cui righe si può riconoscere il sottile riferimento a una forma dittatoriale moderna, senza che appaia esplicitamente la parola dittatura da nessuna parte. Un romanzo sottile, dove la relazione personaggio-mondo esterno è puramente cibernetica e dove lo spazio reale si confonde con il cyberspazio.

Lo sguardo impersonale, neutro, quasi asettico che descrive in linea retta le giornate di Gutiérrez, non lascia alcun tipo di spiraglio per il giudizio critico dell’autore, che si limita semmai a strizzare l’occhio al lettore con riferimenti letterari e scientifici sparsi qua e là tra le righe. Tutto è in mano al lettore (e al traduttore): il romanzo, così confezionato in una prosa in terza persona, ritmica e scandita, fornisce al lettore molteplici chiavi interpretative conducendolo a un finale che spalanca le porte al fantastico. La narrazione, che si avvale del tempo presente e di numerosi deittici spaziali e temporali, permette al lettore di seguire da molto vicino le vicende (o, se si vuole, le non vicende) di Gutiérrez, e di osservarle attentamente nel loro naturale concatenarsi, creando con il personaggio una forte empatia sin dalle prime pagine; allo stesso modo, lo stile indiretto semplice dei dialoghi con Marabini, oltre a caratterizzare notevolmente i personaggi e le relazioni “fantozziane” capo-impiegato che tra loro intercorrono, ha un impatto immediato. Si tratta di una narrazione visiva, che si muove all’interno del romanzo attraverso un occhio scrupolosamente osservatore che non perde di vista nessun dettaglio, ma che anzi assegna a ogni singolo particolare un’importanza quasi imprescindibile ai fini della trama stessa. Ed è proprio questa meticolosa, quasi ossessiva attenzione per i dettagli, che costituisce la narrazione: è un rompicapo che diventa azione, crea attesa, aspettative e suspense.

I continui refrain intessuti nelle pagine del romanzo rivelano la maniacalità del personaggio e la meccanicità del suo universo emotivo; danno voce a un ritmo in crescendo che trascina il lettore, il quale, a sua insaputa, si ritrova immerso nella ripetitività di quel tedio e di quella routine sovrastante e annichilente. La logica ordinata e paradossale di questo strampalato quanto profondo personaggio dipinge un quadro immerso nella realtà quotidiana e dà vita a situazioni satirico-grottesche sullo sfondo di una desolante mediocrità umana con uno stile visionario e fantastico non lontano da Borges. E sono state proprio queste ripetizioni a costituire il cruccio traduttivo più rilevante: lo spagnolo è una lingua che rispetto all’italiano tollera in misura maggiore le ripetizioni (da un punto sintattico, innanzitutto: si pensi, a titolo esemplificativo, alla ripetizione obbligata dei pronomi diretti e indiretti, l’a me mi piace, ad esempio, vietata agli italiani — forse anche un po’ ingiustamente — sin dall’infanzia; ma anche e soprattutto ripetizioni a livello testuale). Avendo a che fare con un testo la cui ironia — o comunque buona parte di essa — si fonda sulla ripetizione di alcuni sintagmi, dunque, in quanto traduttrice dovevo da una parte conservare rigorosamente quelle che avevano il lasciapassare dell’autore, quelle intoccabili, ecco, e scremare, dall’altra, quelle che non denotavano una scelta autoriale bensì un vezzo del sistema linguistico spagnolo di per sé. Un setaccio fino e meticoloso che ha talvolta implicato scelte ardue.

Ed ecco Gutiérrez: un anti-eroe moderno di kafkiana memoria, labirintico; un personaggio di Borges, ai limiti tra il reale e il fantastico; un personaggio di Poe, protagonista di un romanzo giallo che tenta di sciogliere l’enigma dei correttori; un personaggio di Gogol, non tanto per i dettagli narrativi in sé quanto per la tipologia impiegatizia cui rimanda: quando Marabini non gli commissiona nessun romanzo per il lunedì successivo, Gutiérrez sembra l’impiegato Akakij Akakievič che muore di crepacuore perché derubato del suo cappotto nuovo.

Ecco chi è Gutiérrez. Semplicemente questo.

***

Marika Marianello è laureata e specializzata in Traduzione Letteraria: ispanista di formazione, ha iniziato traducendo La aventura de ser mujer di María Zambrano per la tesi. Collabora con varie case editrici come traduttrice, lettrice e revisore: traduce dallo spagnolo e dal portoghese, dall’inglese e dal francese, narrativa, saggistica, cinema e teatro. Insegna lingua e letteratura inglese e spagnola nelle scuole e lingua e cultura italiana agli stranieri.

Annunci

2 pensieri su “Dire quasi la stessa cosa: Marika Marianello e Vicente Battista

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...