I dischi di Guido Michelone: Chet Baker, At Capolinea

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Chet Baker, forse il maggior poeta non solo del cool jazz ma del sound moderno, è fra gli anni Settanta e Ottanta il musicista che sa a memoria qualcosa come seicento differenti standards: la sua esistenza marcata dall’uso di droghe pesanti purtroppo non gli consente di lavorare su veri e propri progetti. Quindi, è alla tromba e al canto, perlopiù con piccoli ensemble, che si esprime come un artista vissuto in una costante perenne jam session: suona qua e là, in Europa e in America, dove gli capita, con qualunque strumentista capiti nei localini, dove spesso si svende per pochi dollari. Nelle tournée e in sala di registrazione talvolta seleziona i propri comprimari con estrema cura, perché l’orecchio è sempre stato buonissimo, ma nei concerti estemporanei lascia fare, per così dire. Difficilmente però le scelte – anche le più improbabili – lo tradiscono. Qui, in At Capolinea (Red Records), 1984, lo ritroviamo nell’ottobre 1983 al celebre jazz club meneghino in un’insolita compagnia per via di un sestetto improvvisato con Diane Vavra (sax soprano), Nicola Stilo (flauto e chitarra classica), Michel Grailler (pianoforte) Riccardo Dal Fra (contrabbasso) e Leo Mitchell (batteria). Insolito anche il repertorio, quasi tutto italiano: salvo Lament (J.J. Johnson) e Dream Dop (Grailler) trionfano tre pezzi di Stilo (Francamente, Pioggia sul deserto, Finestra sul mare) e la proverbiale Estate di Bruno Martino in un’esecuzione impareggiabile.

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