lai

(Foto di Fabio Greco)

Uno dei libri da me tanto amati, di quei libri che rileggo anche senza leggerli nuovamente, tanto sono diventati parte del mio modo di essere e del mio orizzonte, ecco uno di quei libri è i Tre Lai. Cleopatràs, Erodiàs, Mater Strangosciàs di Giovanni Testori (Longanesi). Si tratta di tre canti poetici di figure classiche che vengono rilette e interpretate con dolorosa lucidità da Testori, di tre monologhi teatrali, femminili, tre lamentazioni che ricordano le moroloje delle prèfiche, grottesche e sublimi, tre conversazioni con la morte, tre donne che piangono un’assenza: la “poera gaina Cleopatràs” che piange il corpo di Antonio, i suoi muscoli, i suoi capelli, le “oregge”, financo il suo “divino puberas”, piange i cibi, le canzoni, la quotidianità; Erodiàs, concubina di Erode, madre di Salomé, che tra rimorso e delirio, ricordo e tormento, piange la testa di Giovanni il Battista, la “mascula barba” e la “insanguinada lengua” del suo Giuan, voce che grida nel deserto, troppo bello e muscoloso “da eroe serialico del video/ovver tivù” per non essere desiderato, colpevole a suo modo del destino d’entrambi; e infine la Mater Strangosciàs, Madonna della Valassina brianzola, massaia d’umili origini, che, mentre impasta il pane, interroga e piange il Figlio morto, ne chiede ragione del suo estremo sacrificio e del patimento dei viventi.

In un aneddoto raccontatomi da Luca Doninelli (amico e discepolo del grande drammaturgo), Giovanni Testori svela l’idea da cui prese avvio il secondo dei lai, quello dedicato a Erodiade. Testori stava assistendo a una partita a carte tra quattro vecchietti lombardi, due contro due – penso si trattasse del tressette, non me ne intendo. Alla fine di una mano iniziarono le recriminazioni all’interno della coppia perdente. E uno dei vecchietti sbottò: «Perché non hai scartato quella carta? Ero di As! Ero di As!» (NdA: Avevo l’asso in mano). È in quel momento che nella mente di Testori avvenne uno scarto, un’epifania: il suo progetto di riscrivere l’Erodiade si tramutò nella volontà di scrivere l’Erodiàs, uno sconvolgimento di nome che si tramuta in sconvolgimento di materia, di lingua, una lingua in grado di cogliere l’aulico e il turpe, il lirico e il “basso”, materiale e corporeo di Bachtin, “una particular/ e trementissima dolcezza, una pietà, / eccota, ‘na carezza”, un lombardo d’assonanze e miscatigli, di squartamenti e mozzichi, in una stratificazione di significati e d’intenti già evidente nel titolo (Ero di As, diventa anche indicazione della provenienza, dove As, altro non è che la città di Asso, paesino lombardo al limitare della Brianza), un’Erodiade brianzola dunque che subisce una mutazione profonda in quel mutamento di nome (da Erodiade a Erodiàs), si tormenta per quell’amore non corrisposto e delira di fronte alla testa mozzata di Giovanni Battista, lì ai suoi piedi, in una lingua che si fa sostanza, non più mezzo, ma fine, carne essa stessa “teatrala”, comica a tratti e per questo tremendamente tragica.

Qualcosa di simile era successo anche con la riscrittura dell’Amleto, ne La Trilogia degli Scarrozzanti: «passando da Elsinore a Lomazzo, che è il borgo in cui ho collocato l’azione», scrive Testori, «l’Amleto ha subito un intoppico ed è diventato Ambleto; in questo intoppico forse è nascosto il mistero dell’operazione. Dico mistero perché le vere ragioni di quello che scrivo mi restano completamente ignote […] è venuto fuori come un figlio bastardo del grandissimo, esitante e splenico Amleto di Shakespeare il mio turpe, blasfemo, disperato Amleto di Lomazzo». E ancora: «[L’intoppico] credo consista, nella miseria, nella poltiglia, nel fango […] [L’Ambleto] è scarno, è rotto, ruttante, violentatore e violento, quasi trogloditico. Non conosce levigature e lenocini». Ecco, dunque, che l’aggiunta di una vocale al nome di un personaggio, lo trasmuta in un altro uguale e opposto, ne caratterizza l’azione e le modalità di stare al mondo. Testori muta il nome e si mette al servizio del personaggio, gretto, grottesco, lirico rompendo schemi e convenzioni, con una lucidità e chiarità da fare male, per poter affrontare i temi a lui cari (la morte e la miracolosa vita, la religione, l’erotismo e il sesso).

Lo fa attraverso una reinvenzione della lingua poiché l’italiano, che pure aveva utilizzato in maniera magistrale in altri libri e racconti (basti pensare al Dio di Roserio, “uno dei migliori della narrativa del Novecento”, a detta di Pasolini) gli risulta troppo pulito e preciso, inadeguato e falso per il grido e l’urlo, per la bestemmia e l’ode, la gioia sfrenata e la disperazione: per quello ci vuole la carnalità di una lingua legata alla terra, lordata dalla terra, dilaniata.
A ben vedere è proprio questa libertà nel rompere gli schemi (della lingua, del linguaggio, del teatro, di una letteratura appiattita sulla morale predominante) che mi fa considerare Testori uno dei miei Maestri, è quel suo utilizzo della lingua dialettale non con un intento storico-filologico (come avviene per esempio con Vincenzo Consolo e con Luigi Meneghello) ma solo come strumento per dire ciò ha da dire, nel modo migliore e più onesto possibile (e in effetti Testori scrive: «In ogni modo l’Ambleto, non avrei potuto scriverlo che con il linguaggio che mi è venuto»). In questo assomiglia, per intento e per convergenza al teatro e al teatrale, a Stefano D’Arrigo, l’uno partendo dalla poesia l’altro persistendo nella prosa, in quel grandissimo capolavoro che è L’Horcynus Orca. E quel che scrive D’Arrigo, circa la propria scrittura, ne dimostra una vicinanza di visione seppur da posizioni differenti: «Non ho rinunciato a nessun materiale linguistico disponibile perché sono partito dall’obiettiva sicurezza, che i luoghi della mia narrazione – luoghi topografici, ma soprattutto luoghi di testo – restino un fondamentale punto di incontro e filtraggio delle lingue del mondo». Qualora non sia già stato fatto, sarebbe interessante, necessario, uno studio in parallelo tra Testori e D’Arrigo: ne scorgo un canone, uno stesso modo di porsi di fronte ai misteri dell’essere umano.

È commovente pensare, come il libro Tre lai, l’ultimo libro di Testori prima di morire, sia per Testori un ritorno a casa, un saluto ultimo nell’ultimo dei suoi lai, dove delega alla Mater Strangosciàs un saluto a quanto di più intimamente vero e reale ci sia per lui: la sua Lombardia, la sua lingua, il suo teatro, la sua terra, la sua gente:
«[…] Ce dobbiamo, amici tanti e cari,
saludare?
No,
che ‘sto imbrassamento va per semper ssa durare,
‘des, chi,
duman, altrove
e dopu amm».

***

Fabio Greco, biologo e vive e lavora in Essex, Inghilterra. Ha pubblicato alcuni racconti per la collana “Le meraviglie di Milano” di Guerini e Associati, nata da un progetto di Luca Doninelli e del Centro Culturale di Milano. Tra questi, merita una menzione il racconto Milano è una cozza, presente nell’omonima antologia. Ha pubblicato nell’ottobre 2016 il romanzo Il nome dell’isola (Autori Riuniti), finalista del Premio Calvino 2014 col titolo Genti a cartapesta.

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