Dire quasi la stessa cosa: Frederika Randall e Il comunista di Guido Morselli

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Tra scrivere in italiano e riscrivere in americano (o meglio, in inglese per un editore statunitense) c’è spesso un abisso semantico. Soprattutto nel lessico politico/sociologico. Un esempio banale: Liberale nel senso politico-economico vuol dire conservatore in italiano. I liberals americani si trovano dall’altra parte; si considerano di sinistra, pur aderendo, chi più, chi meno, al liberismo. In Usa, il termine populism significa un salutare moto popolare contro il potere costituito. Per un italiano, populisti sono invece i movimenti di massa reazionari. Ideologia è un altro concetto ballerino tra le lingue. Negli Usa, il liberismo non è mai stato considerato un ideology finché pochi anni fa non diventarono evidenti i suoi limiti anche a qualcuno oltreoceano. Poi, ci sono parole contaminate dal lungo strascico tossico del maccartismo. Socialism, communism. Termini che ancora richiedono qualificazioni e parentesi, almeno quando si adoperano nell’editoria generalista.

Ecco, sono arrivata al comunismo. Tre anni fa, ho riletto Il comunista di Guido Morselli, un romanzo a me molto caro. Perché non tradurlo? mi sono chiesta. Già, ma dove l’avrei trovato un editore? Non è mai facile pubblicare un romanzo italiano in traduzione inglese se quel romanzo non ha venduto almeno 200,000 copie e/o vinto lo Strega. Dopo un paio di rifiuti del tipo “Spiace, ma il comunismo non rende negli Usa”, ho avuto l’immensa fortuna di trovare un editore che già apprezzava Morselli dalla lettura di Contropassato prossimo (uno dei due testi di Morselli tradotti in inglese, nel 1989). Bene, c’era chi voleva pubblicare il libro.

I rischi di sfigurare Morselli in traduzione non erano pochi, mi rendevo conto. “Les cultures ne sont pas égales devant la traduction,” afferma la recente Dichiarazione di Quebec del PEN International. È un principio non sempre rispettato. Aggiungo: e quel che fa il traduttore in inglese non è esattamente lo stesso lavoro che fa il traduttore dall’inglese o da altre lingue.

Perché oggi, una lingua e una cultura—quella anglofona e in particolare quella americana—sono diventate egemoni. L’inglese plasma i modi di esprimere degli altri, entra fortemente nel lessico delle altre lingue. Scrittori, dalla Norvegia alla Nigeria, imitano lo stile narrativo corrente in inglese e producono romanzi e saggi già “tradotti” a metà, come ha osservato Tim Parks. Non raramente testi tradotti da altre lingue in inglese, sia saggi che romanzi, sono tagliati e radicalmente trasformati durante la revisione per renderli conformi ai modi di ragionare e alla logica dell’inglese, nonché accessibili a un presunto lettore medio piuttosto ignorante del contesto culturale della lingua di origine.

Certo, i traduttori da tutte le lingue fanno aggiustamenti culturali simili per rendere familiari ai lettori concetti e costumi stranieri dell’originale. Solo che la cosa è molto più ambigua quando praticata in inglese. La specificità, il ritmo, lo stesso essere alieno della cultura d’origine si perdono per mettersi in riga col modello unico anglofono. La diversità del pensiero viene meno. Si perde complessità.

Eppure, tradurre si deve. Un libro tradotto in inglese può essere letto in tutto il mondo, mentre un libro in italiano o in urdu è limitato a molti meno lettori. Allora il compito del traduttore in inglese non è soltanto etico, come si afferma tra traduttori, ma politico. Il traduttore in inglese deve combattere il pensiero unico, insistendo sulla specificità dell’originale. Deve evitare quel che Lawrence Venuti chiama domestication, l’appropriazione etnocentrica dell’originale.

***

Per chi vuole essere fedele a questo compito, Il comunista di Morselli è un trabocchetto unico. Il communist, nell’immaginario americano medio, è una figura triste, ambigua, anche losca. Una figura da spy thriller o da noir. Walter Ferranini, il protagonista di Morselli, è invece un comunista scrupoloso, laborioso, onesto, tormentato. Il romanzo di Morselli si svolge nel 1958, quando ancora molti italiani militavano nel PCI: un periodo fosco per i compagni statunitensi del PCUSA, nel pieno maccartismo. Se mai fossero esistiti comunisti come Ferranini negli Usa di quegli anni, oggi sono scomparsi dalla memoria collettiva. “La stessa cosa”, di cui ci parla Eco, dall’altro lato del muro linguistico non c’è.

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Se ho potuto superare questo ostacolo, ciò è solo dovuto alla bravura di Guido Morselli. Il ritratto del comunista Walter Ferranini, apparentemente dipinto dall’esterno, in realtà è spesso disegnato dal punto di vista del comunista stesso, costruendo una forte simpatia tra narratore/autore e protagonista. Morselli, malinconico, esteta, un po’ dandy, figlio di una famiglia borghese benestante, un padre industriale che aveva legami con i Fascisti, è sempre stato in piena ribellione rispetto alle proprie origini. Ma non è mai stato comunista; anzi pare che abbia sempre votato DC. Eppure non solo ha creato un comunista molto credibile, autodidatta, organizzatore di cooperative agrarie, assillato dai dubbi e dissidente ‘malgrado lui’, ma lo ha investito di un pathos notevole. In una lettera a Italo Calvino, Morselli sottolinea che “il Partito è visto ‘di traverso’, direbbe Auerbach, sempre cogli occhi e nella prospettiva passionale, anarchico-autodidattica, del Ferranini. Neppure in una riga l’autore lascia apparire un giudizio di altri, o il proprio”.

Non era ovvio l’approccio di Morselli nel dopoguerra italiano, quando la memoria viva del fascismo e le forti adesioni ideologiche non favorivano simili simpatie. L’affetto di Morselli per Ferranini rende il romanzo traducibile, offre un lato psicologico comprensibile anche a chi non si identifica come comunista. Un antieroe, figura familiare in Occidente, negli Usa: un personaggio, nota Morselli, “che è, e sa di essere, molto inadeguato a incarnare le ragioni e i caratteri della localizzazione italiana (sia pure) di un movimento politico e dottrinale di portata universale.”

Il comunista fu un progetto travagliato, come tutti i romanzi di Morselli, nessuno dei quali venne pubblicato quando l’autore era ancora in vita. Nel 1965, Italo Calvino lo rifiutò per Einaudi, scrivendo una lunga lettera all’autore. Il tono è amichevole, ma Calvino riversa subito una doccia fredda. “Quando si tratta di romanzi politici, faccio [il mio lavoro] senza nessuna speranza.” Bene l’ambientazione nell’Emilia rurale “gremita di fatti, di dati, di documentazione d’una vita reale,” ma era propria questa “la parte non-romanzesca… che mi faceva appunto rimpiangere che Lei non avesse scritto, che so? una divagazione sul movimento operaio emiliano”. Non lo giudicava un romanzo compiuto. “Ogni accento di verità,” continuava Calvino, “si perde quando ci si trova all’interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli. Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere. Ed è un mondo che troppa gente conosce per poterlo inventare.”

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Un ‘romanzo politico’ con una forte componente psicologica, documentato al punto di sembrare ‘non-romanzesco’, eppure profondamente errato come rappresentazione realista. Questo fu il giudizio di Calvino 50 anni fa. Oggi, dopo il crollo del comunismo sovietico e con il trionfo (ma anche la crisi) del neoliberismo, il romanzo di Morselli si può leggere diversamente.

Quel che un uomo ex-PCI come Calvino non poteva prevedere è come l’accumulazione ossessiva di dati e fatti del romanzo, la sua atmosfera vagamente apocalittica che si rivelerà più tardi profetica, avrebbe col tempo reso più evidente le affinità del Comunista con il resto dell’opera di Morselli, decisamente non realista. E oggi, di romanzi ‘politici’ fortemente basati sui fatti ma tutt’altro che realisti se ne trovano decine e decine nelle librerie. Morselli era avanti rispetto ai suoi tempi.

E come scrittore era, già alle sue prime prove, molto abile a costruire un romanzo. La struttura della narrativa, che va avanti e indietro nel tempo e nella memoria dell’uomo, è brillantemente senza soluzione di continuità. Lo stile non è mai scontato; ogni tanto Morselli adopera una parola distintiva (“lepida” in una frase che parla di Giovanni Leone) che costringe il lettore a fermarsi nel tempo e a contemplare. Morselli è anche abile a rappresentare diversi punti di vista (Walter, Nuccia) in un’unica voce di narratore in terza persona. Un esempio. Il romanzo inizia con queste parole, forse non proprio intriganti per un lettore anglofono con poca cultura politica italiana: Dibattito (e riposo) in Parlamento. Si stava discutendo un’interpellanza sulle condizioni, cattive, delle Ferrovie dello Stato….

Come fare capire subito al lettore anglofono, quello impaziente e incline ad annoiarsi, che la voce del narratore non è esterna o onnisciente, ma riflette il pensiero di Ferranini mezzo addormentato mentre sente le parole un po’ scontate di un compagno di partito? E ancor prima, come far capire i riti politici italiani a chi non li conosce?

La mia soluzione: Debate (repose) in Parliament. It was question time and the conditions, dreadful, of the State Railways were the subject at hand. Si nota che la frase è stato molto cambiata in traduzione. Invece di seguire la struttura dell’originale, ho scelto di dipingere ex novo la scena di un’interpellanza e dibattito parlamentare, usando termini parlamentari britannici (“question time”). C’è di più. Con la parola “dreadful” (pessimo, tremendo) ho mistradotto, si potrebbe dire, la parola “cattiva” (“bad”) con la speranza di far notare il punto di vista di Ferranini e del suo compagno in quella parola leggermente esagerata. Sono scelte discutibili? Penso che ci voglia un po’ di coraggio per fare il traduttore, oltre alla sensibilità.

Il punto di vista, il POV, si chiama (un po’ buffamente) in inglese, ‘point of view’: è una delle cose a cui un traduttore deve stare più attento. Una traduzione si guasta quando il traduttore non è capace di sentirlo oppure di sbrogliare i diversi punti di vista intrecciati nell’originale.

Prima di fare la traduttrice, ho lavorato per molti anni come giornalista scrivendo per gli Usa dall’Italia. Dopo un po’ di tempo, mi ero accorta che istintivamente cercavo di rappresentare l’Italia dal punto di vista degli Italiani, e non con un occhio statunitense. Non era quello che chiedevano i committenti, era quello che mi veniva naturale. Scrivevo di cultura e costume; la politica era un campo minato e lo evitavo. Penso che questa esperienza mi sia servita come traduttrice. Non solo a sentire il ‘POV’ ma anche a voler preservare l’Italianità dell’originale.

Mentre lavoravo sulla traduzione di Morselli, passavo delle ore in silenzio, da sola, tastando il tavolo di lavoro come se fosse una tavola ouija. Dovevo mettermi in sintonia con il solitario, sensibile, ombroso Morselli: uomo difficile, sfuggente, ma per certi versi leggibile attraverso la sua creazione, Walter Ferranini. E spesso mi sono venute in mente le parole commoventi con le quali Morselli ha salutato Calvino, nella sua risposta al rifiuto: “Per non essere, a Lei, del tutto uno sconosciuto: sono emiliano, autodidatta, vivo solo su un piccolo pezzo di terra dove faccio un poco di tutto, anche il muratore; politicamente sono in crisi, con quasi nessuna speranza di uscirne.
Mi creda.”

***

Nata a Pittsburgh, residente in Italia da 30 anni, Frederika Randall ha tradotto vari libri e racconti tra cui: Le confessioni d’un Italiano di Ippolito Nievo, Libera nos a malo di Luigi Meneghello, Le rondini di Monte Cassino di Helena Janeczek e tre saggi dello storico Sergio Luzzatto. Oggi scrive per The Nation e Internazionale.

The Communist sarà pubblicato da New York Review Books nel maggio 2017.

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