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Una splendida Holt nella matita di Franco Matticchio

My life in the bushes of Holt

Quando Giacomo Verri mi ha chiesto di scrivere qualcosa per il suo blog in occasione dell’uscita del cofanetto con i tre volumi della Trilogia di Holt, mi sono venuti in mente mille modi diversi per raccontare l’esperienza di tradurre Kent Haruf, il che non deve stupire, visto che negli ultimi due anni Haruf è la singola persona con cui ho trascorso più tempo: ho lavorato a quattro suoi romanzi in meno di due anni (oltre alla Trilogia ho di recente terminato il romanzo postumo Our souls at night, che uscirà a febbraio sempre per NN Editore). Una delle possibilità a cui avevo pensato per raccontare questi due anni era addirittura una sorta di improbabile contrappunto tra dischi di David Byrne/Talking Heads e romanzi della Trilogia: avevo già in testa il gioco tra Benedizione e My life in the bush of ghosts, ma (per fortuna) mi sono arenato di fronte al dilemma Little Creatures con Canto della Pianura e True Stories con Crepuscolo o viceversa?

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L’immersione nella contea di Holt è stata così intensa che le altre cose che ho fatto tendono a intrecciarsi nella mia testa ai suoi romanzi: la musica che ho ascoltato – come accennavo poco fa – ma anche i posti dove sono stato (ai lettori più accorti non sfuggiranno le descrizioni del Gran Sasso che in Our souls at night spaccio per montagne del Front Range) e così via. E quando dico che ho passato molto tempo con lui, non mi riferisco solo a quello dedicato direttamente a tradurre, rileggere e rivedere. In questo lasso di tempo Haruf è diventato un autore di culto (che brutta cosa quando un traduttore utilizza un calco dall’inglese), “invadendo” ulteriormente la mia vita: presentazioni in libreria, interviste, gruppi di lettura, tutte cose piuttosto inusuali nella solitaria vita di un traduttore; giusto per intenderci, in questo periodo i miei contatti su Facebook sono passati dai fisiologici 350 di una persona mediamente socievole agli 850 e passa che ho oggi, e che in massima parte neppure conosco personalmente.
Ok, ho usato duemila caratteri per parlare di David Byrne e di Facebook e (si parva licet) di me stesso; temo che il lettore interessato a un pezzo sulla Trilogia si sentirà defraudato, ma la magia di Haruf in fondo è anche questa: a leggerlo si diventa harufiani, quando si cerca di parlare di lui si finisce spesso per parlare di se stessi.

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 Dopo gli studi di storia dell’arte medievale, un passato da dirigente in una multinazionale della telecomunicazioni e da editore, Fabio Cremonesi oggi si dedica alla traduzione a tempo pieno. Traduce da tedesco, inglese, spagnolo, catalano.

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La mappa della Contea di Holt ricostruita da Marco Denti
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